La scelta più giusta da fare sarebbe quella di diminuire il numero degli alunni in classe…


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Domanda: “Come si fa a lavorare sulla scrittura di un ragazzo, sulle sue difficoltà in particolare, quando ci si trova ad operare con più di trenta alunni in una classe?”

Risposta: “Non si può.”

La scrittura ed il potenziamento di questa capacità  richiedono tempo e percorsi individualizzati all’interno del gruppo classe: non si riesce ad essere efficaci, se ci si deve troppo diluire, come si è costretti a fare oggi.

I ragazzi hanno bisogno di interventi mirati, azioni personalizzate, attenzione per i loro problemi individuali.

Questi interventi possono essere portati a termine in modo efficace solo dall’insegnante della classe, che conosce a fondo i ragazzi, sa dove si deve agire. Sa come agire.

Tutto ciò risulta, però, difficile da realizzare, all’interno dei meccanismi di quella infernale catena di montaggio di cui noi operatori della scuola ormai siamo ormai gli ingranaggi, a partire dalla Mariastrega, fino a giungere alle vuote ciance della cosiddetta Buona Scuola.

Le responsabilità per quello che sta emergendo ci sono. E sono tutte politiche.

Tutti i politici sono stati responsabili. Da chi ha guidato i governi, a chi ha detto che con la cultura non si mangia, a chi ha irresponsabilmente collocato su certe poltrone persone che di scuola non sapevano nulla. Nulla.

Tutti hanno sottratto tempo e risorse importanti alla scuola, quella vera. Alle cose da fare in classe. Sono state tagliate migliaia di cattedre, tagliate via ore di lezione importantissime. È stata eliminata ogni forma di reale approfondimento, per lasciare il posto alla perdita di tempo, ai progetti, alle ciance, appunto.

Il tempo per il lavoro serio è sparito. Non solo: le classi sono state riempite di ragazzi fino a raggiungere numeri insostenibili per un lavoro appena decente.

Come si fa a dedicare tempo alle lacune di un ragazzo se ci si trova davanti a trenta-trentadue persone, tutte bisognose di attenzione e dedizione?

Dove troviamo, noi insegnanti, il tempo e e le energie, la motivazione per fare tutto questo, visto che da anni veniamo derisi, insultati, depressi in ogni modo?

Ah, già! Noi siamo – nella vulgata – la quintessenza dell’essere fannulloni. Non si è giocato forse a screditarci in modo continuo, giocando irresponsabilmente sulla nostra pelle e sul nostro lavoro?

Giornalisti e politici – i Grandi  Moralizzatori della Nazione – non pretendevano – addirittura!- che fossero aumentate le nostre ore di lezione, senza darci nemmeno un euro di aumento dello stipendio?

(E ci si meraviglia, poi, se gli insegnanti, come cittadini, si sono buttati a pesce su ogni forma di populismo, di rabbia popolare? Se, in alcuni casi, hanno anche smesso di lavorare seriamente?)

Ora, dunque, cosa si pretende da noi?

Dovremmo mettere un pannicello caldo sui disastri che tutti ( o quasi) i Ministri della Pubblica Istruzione hanno avallato o provocato da venti anni a questa parte?

La famosa “Lettera dei Seicento” di qualche giorno fa, non fa che sancire una situazione che noi operatori vediamo con i nostri occhi tutti i santi giorni, da anni: essa ha solo reso noto a tutti come – sempre di più- i ragazzi presentino gravissime lacune nella scrittura.

È vero. Proprio vero.

I ragazzi spessissimo non conoscono la grammatica, non conoscono la sintassi, non sanno scrivere, non riescono a capire quello che leggono, usano a sproposito le parole e presentano una allarmante povertà nel loro corredo lessicale.

Tutto vero.

Non sono tutti ridotti così, ma molti sì.

Che fare?

È una domanda che mi pongo di continuo, alla quale cerco di dare una risposta, perché credo che il nostro dovere di insegnanti sia quello di far sì che dalle nostre aule escano delle persone capaci di capire e di farsi capire, due momenti ancora essenziali, ancora importanti in un mondo che sembra dare spazio e importanza solo alla tecnologia.

Al “saper fare”.

E allora, il primo passo da fare è quello di permettere che lavoriamo in classi composte al massimo di venti-ventidue ragazzi.

Ci serve una scuola che ci permetta di lavorare, e bene, con i nostri ragazzi, nelle classi, non nei pollai.

 

 

“Professoressa, non sono d’accordo con Lei!”


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Domenica scorsa, su Il sole 24 ore, Claudio Giunta ha pubblicato un interessante articolo, intitolato “Scrivere bene potrebbe non essere più così importante”, all’interno del quale descrive una situazione molto diffusa: quella degli studenti universitari delle facoltà umanistiche (e non solo), che non sono più in grado di esprimersi in un italiano accettabile dal punto di vista formale, ma che, alla fine, si ritrovano a superare gli esami di italiano, anche scritti, poiché i docenti si rendono conto che quello che quei giovani universitari hanno dato è anche il massimo di quanto potranno mai dare.

Vengono promossi per sfinimento.

Più o meno cinque anni fa mi sono trovata in una situazione analoga.

Ero stata da poco trasferita in un liceo classico, dopo aver perso posto nella scuola nella quale avevo prestato servizio fino all’anno scolastico precedente.

Come ultima arrivata mi sono ritrovata subito subito con una bella “polpetta avvelenata”: due quinte di circa trenta ragazzi da seguire per italiano e latino, entrambi previsti negli scritti finali.

Una faticata immane.

In una di queste classi Ho avuto a che fare con una situazione difficilissima, con difficoltà diffuse nella produzione scritta (analisi del testo, saggio breve, articolo di giornale…) mai viste in precedenza, in ragazzi di un liceo classico.

Le carenze nelle strutture di base erano allarmanti e non avrei potuto fare proprio nulla in quei pochi mesi.

Nemmeno una bacchetta magica – magari potente – avrebbe potuto rimediare.

Mi colpì – in quella situazione così allarmante – l’atteggiamento di un ragazzo.

I suoi scritti erano gravemente insufficienti, sotto ogni punto di vista: l’ortografia, la consecutio temporum, la coerenza logica, la capacità di partire da un punto di un ragionamento per giungere ad un altro, senza perdersi, senza perdere il filo.

Con molta pazienza, ogni volta mi mettevo a correggere quei terribili “blob” che mi presentava, per  far sì che, almeno, gli si chiarisse qualche cosa, si aprisse in lui uno spiraglio.

Sulla colonna di destra del foglio protocollo, mi ingegnavo a mettere ordine in quel caos, spesso senza riuscirci.

Puntualmente, durante la consegna degli elaborati e la discussione delle correzioni, quel ragazzo si avvicinava alla cattedra, indicava le correzioni, riguardanti parole usate fuori contesto, tempi verbali dissonanti tra loro, ortografia che gridava vendetta al cospetto di Dio e, guardandomi, mi diceva:

“Professoressa, IO non sono d’accordo con lei!”

Quasi balbettando, cercavo di fargli capire che il fatto che gli avessi corretto la grafia della parola “celebrale”, mettendo quella giusta “cerebrale”, non poteva richiedere il suo assenso, o la sua approvazione.

Cercavo di fargli capire che potevano esserci contrasti, o diversità tra di noi sulle idee, ma non sulla forma, poiché la grammatica è – nella stragrande maggioranza dei casi –  una e una soltanto.

Ebbene: in tutto l’anno scolastico la scena si è ripetuta ogni volta e, puntualmente, il poveretto si è allontanato dalla cattedra convinto di avere subito un intollerabile torto. Il suo volto era sempre scontento e frustrato. Mai gli è passato per la mente di essere un ragazzo con lacune gravissime nella lingua italiana.

La cattiva ero io.

Ovviamente è stato promosso all’Esame di Stato.

Leggendo l’articolo di Claudio Giunta, mi è tornato in mente quel ragazzo e tutti quelli come lui, che non hanno la consapevolezza delle enormi lacune che possiedono e magari frequentano, pur con scarso profitto, facoltà umanistiche, con il rischio concreto che questi analfabeti di ritorno arrivino, prima o poi, ad essere docenti in qualche liceo.

Cosa mai potrebbero insegnare a dei ragazzi?

Non sono d’accordo con ciò che Giunta afferma, che la forma corretta dell’italiano sia destinata a sparire o, al massimo, ad essere coltivata all’interno di qualche “enclave” di cultori della bella scrittura.

Continuo a pensarla come Nanni Moretti.

Chi parla (e scrive) male, pensa male e questo non va bene.

Sullo sfacelo linguistico che ci circonda è doveroso e urgente intervenire in qualche modo. Niente di roboante.

Per esempio, si potrebbe  abbandonare al suo destino questa indecenza dell’alternanza scuola-lavoro per ritornare, non dico al dettato ed al copiato, ma alla pratica seria della scrittura.

Questo sì.

La 107/2015 ha davvero creato un Buona Scuola?


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Ho appena terminato di leggere un articolo pubblicato da Lucio Ficara sul sito de “La tecnica della scuola”.

In questo post il giornalista ha analizzato senza mezzi termini la questione – spinosa e assai sgradevole – del bonus premiale che, nelle intenzioni della legge 107, avrebbe dovuto riconoscere dei meriti ai docenti più impegnati nel loro lavoro.

Premetto che da anni scrivo di essere favorevole alla valutazione del nostro lavoro. Tuttavia sono del parere che su questo punto – come su moltissimi altri -‘la legge ha miseramente fallito. Anzi, ha peggiorato le cose, cosa quasi impossibile, sulla carta, in partenza.

Questo tristo “bonus”, infatti, ha favorito due categorie di persone (mi riferisco alle scuole di cui ho avuto modo di conoscere la situazione ed i criteri di attribuzione): il cosiddetto “cerchio magico”, che comprende tutti quelli che ruotano intorno alla dirigenza e, in secondo luogo, tutti quelli che dimostrano di essere molto idaffarati nelle attività pomeridiane e negli impegni “extra”.

Si arriva al paradosso che chi ha dedicato e dedica la gran parte delle energie all’interno della classe, operando in prevalenza sulla “materia prima”, cioè sugli alunni, senza scalpitare per ottenere ” visibilità”, sia stato e sia destinato a rimanere fuori dal bonus, perché il suo lavoro : 1) si dà per scontato 2) non è facilmente quantificabile.

A parole tutti gli esclusi affermano di non dare importanza al fatto di essere rimasti fuori dal riconoscimento economico.
Nei fatti – come fa rilevare anche Ficara – tutto ciò ha creato un clima non positivo all’interno delle scuole.
Molti si guardano in cagnesco.
Qualche giorno fa ne discutevo con una collega di un istituto della mia città. Si lamentava della situazione grottesca che si è venuta a creare da lei, dal momento che ad essere premiati sono stati quelli più “malleabili” rispetto alla Dirigenza e gli scansafatiche storici.
“Nella scuola in cui si lavora, si sa bene come vanno le cose: c’è chi lavora, chi tira a campare, chi detesta questo lavoro, ma si è trovato a farlo e resta lì. Spesso, pure di stare lontani dalla classe, alcuni scelgono di fare “altro” e per questo vengono pure premiati. Ma ti pare giusto?”
No, non mi pare giusto.
Le cose sarebbero dovute andare diversamente: si poteva scegliere, per scempio, di dare un riconoscimento a quelli che ogni anno si ritrovano a correggere centinaia di elaborati, trovandosi costretti a sacrificare il sabato e la domenica per portare a termine un lavoro che non viene valutato dal punto di vista economico.
Ci sarebbero stati anche in quel caso degli esclusi, ma a ragion veduta.
Già quello sarebbe stato un passo avanti verso l’equità, visto che un insegnante di lettere, di lingue o di matematica riceve lo stesso stipendio di un collega che non impegna il tempo libero in attività di correzione o di elaborazione dei compiti scritti.
La cosiddetta Buona Scuola ha scontentato quasi tutti e non ha messo mano ai reali problemi del nostro mondo.
Che dire?

“Venghino, siori, venghino!”


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Credo che l’inizio della disfatta sia cominciato quando una bella mattina a qualche buontempone del Ministero della Pubblica Istruzione è venuta in mente l’idea di mettere le scuole in competizione le une contro le altre.

“Perché non creiamo tra le scuole una bella gara, ogni anno? In palio, le iscrizioni, che fanno vincere ( o perdere!) posti di lavoro! Vediamo cosa si inventano, questi tapini!”

Voi giornalisti cercavate l’archè? Il motivo per cui l’insegnamento (anche quello dell’italiano) nelle scuole è entrato in crisi?

Eccoci nel punto giusto. Nell’origo criminis.

Già, è stato proprio questo il momento in cui la qualità ha cominciato a vacillare, a scendere a patti con le regole del mercato.

Nel momento del “Si salvi chi può!”.

Da quel punto in poi, niente è stato più come prima.

Facevo questa triste riflessione proprio oggi, nel pomeriggio, mentre mi trovavo ad assistere ad una conferenza programmatica sul fenomeno del bullismo, all’interno della quale alcune scuole hanno presentato le loro azioni di contrasto verso questo tremendo fenomeno.

Una di queste scuole non ha resistito all’impulso di mostrare alla platea il filmato di presentazione dell’istituto, che ormai ogni scuola che si rispetti deve avere in archivio.

Musica da discoteca, danze, coretti, palloncini, siparietti, scene ludiche.

A guardare quei fotogrammi sembrava di essere in vacanza, non a scuola.

Ogni inquadratura sembrava dire: “Si, vabbè, si chiama Liceo, ma, vedete? Qui è sempre un Carnevale! Non si studia mica! Noooo! Qui ci rilassiamo e facciamo amicizia tra noi! Si studierà domani, casomai!”

Era talmente attrattivo, il filmato che – perdinci! – se le iscrizioni non si fossero chiuse ormai da un giorno buono, anche io domattina avrei preteso di riprendere il mio percorso tra i banchi, come liceale!

Sembra uno scherzo, ma non lo è. I ragazzi prima di iscriversi devono sentirsi rassicurati.

Avendo partecipato all’orientamento nella mia scuola, mi sono ritrovata a coccolare genitori ansiosi per le temute fatiche (?) future dei pargoli.

“Ma nooo! Il latino non è poi così difficile!… Quanto bisogna studiare?!…Beeeeh!…”

(e qui le mie ascelle hanno cominciato a sudare: come fare a dire che il latino va studiato a memoria, senza tanti mezzi termini? Semplicissimo! Non si dice! O si utilizzano lunghissime ed incomprensibili perifrasi; alla terza giravolta, genitori e alunni, non avendo capito nulla, sorrideranno ed annuiranno…)

“Grazie, professoressa, per le cose che ci ha detto! Il nostro Giampieroluca, verrà certamente a studiare qui!”

Sospiro di sollievo.

Hai già perso posto due volte, in vita tua, sei in questa scuola da un po’, la graduatoria sembra sorriderti.

Anche per quest’anno tu ed i colleghi, gli ATA, i collaboratori potrete dormire sonni tranquilli.

Ogni mattina un Istituto comincia a correre…

“Il re è nudo!”: si potrà dire?


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Ho terminato da qualche minuto una lunga telefonata con la mia più cara amica, anche lei, come me, insegnante di italiano.

Preoccupata, per come siamo messi. Anche io, lo sono.

Oggetto della nostra discussione, la lettera pubblicata dai 600 docenti universitari, nella quale vengono evidenziate le carenze degli studenti universitari nella produzione scritta, perché è vero che essi hanno una sempre più diffusa difficoltà a padroneggiare le strutture grammaticali e sintattiche della nostra lingua. Anche quelle semplici.

I docenti italiani si sentono chiamati in causa: quelli che insegnano nelle scuole superiori se la prendono con il presunto lassismo dei colleghi della medie, questi ultimi accusano le maestre delle elementari, perché non fanno il loro dovere.

A chi appartiene la responsabilità?

Difficile appurarlo: il dato di fatto, sotto gli occhi di tutti, è che i ragazzi troppo spesso non sanno scrivere e non sono nemmeno in grado di sintetizzare a parole un testo, anche breve.

Lo si osserva da anni. Noi tutti lo sappiamo. Noi docenti cerchiamo da anni di porre rimedio a questo fenomeno, spesso riuscendo ad arginarlo solo parzialmente. A volte invece resta lì, tutto intero, nonostante i nostri sforzi.

Abbiamo invano atteso un aiuto dalla politica. Invano.

Invece di cercare di risolvere questo problema, potenziando il lavoro a scuola, aumentando le ore di italiano, di storia e di geografia, si è scelto il percorso inverso: tagliare senza pietà.

Disperdere in mille rivoli insensati il lavoro dei docenti di questa disciplina, che è alla base di tutte le altre discipline, perché se non si sa scrivere in modo corretto e non si sa esporre in modo corretto, non si procede bene in nessun altro ambito.

La necessità, l’urgenza, erano quelle che avrebbero dovuto portare ad un potenziamento dell’attività di riflessione, all’eliminazione di tutti i progettifici, per favorire una maggiore concentrazione delle forze dei nostri alunni sulla scrittura, sullo studio della grammatica di base, sulla lettura, uccisa da quell’orrore rappresentato dalla diffusione forzata della narratologia, imposta a viva forza da qualche mente contorta, responsabile della scomparsa, da anni, di ragazzi in grado di apprezzare come si deve la lettura di un brano, di un libro, per quello che sono. Momenti piacevoli di approfondimento e riflessione.

Abbiamo messo sul tavolo di dissezione la letteratura e l’abbiamo trasformata in un cadavere.

Dopo lo scempio operato dalla Mariastrega, inoltre, sembrava che il fondo dell’abiezione fosse stato in qualche modo raggiunto, che non si potesse peggiorare.

E invece no.

Ci aspettavamo un colpo di spugna dal governo Renzi, ed in effetti c’è stato. Solo per cancellare quel poco di accettabile che ancora restava.

Il governo di centrosinistra (?) ha tirato fuori dal cilindro il coniglio putrefatto: l’alternanza scuola-lavoro, un’idea che più idiota non potrebbe essere.

Sarebbe stato necessario potenziare il tempo da dedicare al lavoro in classe ed abbiamo ottenuto che i ragazzi del triennio fossero dispersi in mille grotteschi progetti, tramite  i quali buttano via ogni anno ottanta ore potenziali di lavoro in classe, per andare ad aiutare la biglietteria di un teatro, o andare a passare del tempo in un orto botanico o distribuire i libri in una biblioteca universitaria.

Va detto con sincerità: sono tutte ore dissipate in modo insensato.
Si potrà dire o no che il re è nudo?

Si può dire che abbiamo creato un Esame di Stato che già da anni  è la quintessenza del ridicolo, a maggior ragione ora che durante la discussione dell’orale si dovrà parlare delle esperienze di “lavoro” effettuate nel triennio?

E non si replichi che il mondo di oggi richiede questo, perché non è vero.

Il mondo richiede – oggi più che mai- la capacità di riflette in modo serio sulla realtà circostante e questa capacità si ottiene leggendo, scrivendo, pensando.

Tutto questo si ottiene – sarò controcorrente a dirlo – restando in classe, occupando il tempo ad aumentare la complessità del pensiero, ad accrescere la capacità di analisi.

Ci indicano in continuazione le meraviglie dei sistemi di insegnamento delle altre nazioni. Direi che invece sarebbe ora di smetterla con questo modo di fare schizofrenico e distruttivo.

Basta superficialità e improvvisazione. Torniamo a lavorare con la classe, in classe.

Scrutini, che passione!


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Il grado di esasperazione dell’insegnante medio si percepisce sempre in queste settimane, quando comincia il tormento degli scrutini di fine quadrimestre. Chi ha avuto a che fare con il trimestre, ha archiviato la pratica prima di Natale. Beato lui!

Non io. Non Paolo.

Un paio di mattine fa, seduti al tavolo del nostro bar preferito, Paolo era lì, accasciato sulla sedia, arrabbiato più del solito, lui che di solito è arrabbiato.

A prescindere.

La sera prima aveva prima litigato con una collega, durante lo scrutinio. Poi aveva avuto una brutta discussione con il suo Dirigente.

“Se non fosse per il fatto che è mattina e che, per giunta, sono astemio, mi berrei un cognac, giusto per dimenticare l’arrabbiatura doppia!” – mi ha detto, scuotendo la testa sconsolato.

Io e Paolo non lavoriamo nella stessa scuola, ma ormai i problemi degli insegnanti si somigliano tutti pericolosamente.

In qualunque scuola prestino servizio.

Ormai siamo al “stiamo tutti sulla stessa barca!”.

“Tu, però sei il solito, inguaribile polemico!” – l’ho punzecchiato – vai sempre a stuzzicare la Cicci e sai che lei non sopporta di essere contraddetta!

Apriti cielo!

Insomma: mi sono dovuta sorbire io la seconda filippica, al posto della Cicci.

“Due ore – due ore!- per un consiglio di classe che ne avrebbe richiesta una! E questo perché c’è sempre chi ha bisogno di fare la prima donna!” – ha quasi gridato Paolo, facendo girare i nostri vicini di tavolo.

” Non gridare! Racconta!”

Lo sappiamo tutti. Sappiamo come vanno gli scrutini.

A volte ci si trova di fronte a colleghi che non hanno l’abitudine di computare il tempo. Credono di essere sul palcoscenico di un teatro e non all’interno di una riunione – lo scrutinio- che ha dei tempi tecnici precisi.

Spesso si tratta delle stesse persone che, mettendosi a parlare, ma del nulla, non pensano neppure lontanamente di offrirsi per una – una – delle tante incombenze da portare a termine entro un’ora ragionevole. Pontificano, mentre gli altri lavorano.

Se ne stanno lì e fanno perdere tempo. Non tengono conto che così facendo, dilatano i tempi ed i poveri colleghi dell’ultima riunione finiranno tardissimo.

“Non voleva capire che molti di noi, dopo la fine degli scrutini, avrebbero avuto davanti un’ora di viaggio, avendo come prospettiva la prima ora di lezione il giorno successivo! Non ci ho visto più. Abbiamo cominciato a litigare e sai come sono fatto!”

Lo so, lo so!

E infatti mi sono messa a ridere, sentendo raccontare le accuse reciproche che si sono scambiati.

“Per fortuna il Preside si era allontanato un minuto per rispondere al telefono!” – ha aggiunto ridendo – “Sembrava di essere ad una riunione di condominio! Mancava solo il ‘Lei non sa chi sono io’!”

“…e perché hai discusso anche col Dirigente?”

“Come responsabile del dipartimento sono venuto a conoscenza di una situazione delicata: qualcuno, tra i colleghi, non ha lavorato sui contenuti da svolgere come avrebbe dovuto. Beh, sai che cosa mi ha risposto?”

“No.”

Si è messo a ridere.

“Mi ha detto che forse sono io che ho un metodo di lavoro troppo antiquato, troppo poco innovativo!”

Ci siamo guardati. Non c’era molto da ridere.

“Cameriere! Un cordiale!”

Partecipare ai viaggi di istruzione?


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Il terribile incidente di oggi, con il coinvolgimento dell’autobus di un gruppo di studenti ungheresi, in gran parte deceduti per l’incendio del mezzo di trasporto che li riportava a casa, non fa che rafforzare in me la decisione, presa tanti anni fa, di non partecipare alle visite di istruzione su più giorni.

Responsabiltà tremende, che gravano tutte, come sempre, sulle nostre fragili spalle di insegnanti.

Non fa per me.

Ricordo ancora il motivo che mi spinse allora a quella scelta: trovai un nutrito gruppo di ragazzi ad ubriacarsi e a fumare spinelli.

Reagii con molta durezza. Stavo per chiamare i carabinieri.

Mi sentii totalmente gravata dalla responsabilità, in caso di una reazione allergica, di un coma etilico: immaginai le facce stupite dei loro genitori, anime candide, l’espressione scandalizzata che avrebbero inalberato, per via della scarsa vigilanza da me esercitata sui pargoli.

Decisi seduta stante che si trattava di responsabilità che non avrei più accettato,  visto che per quell’impegno su più giorni non ero neppure pagata adeguatamente.

Era il 2000.

Non ho mai cambiato idea, da allora e non ho mai più portato fuori una classe per più giorni, con la sola eccezione della partecipazione, una volta, alla Nave della Legalità.

Sono una persona pronta ad assumersi responsabilità, ma nel perimetro del mio luogo di lavoro.

Mi capita di portare i ragazzi a teatro, in visita ad una mostra, ma l’intervallo di tempo deve essere limitato.

Non mi sognerei mai di trascorrere nottate buttata su una sedia nel corridoio di un alberghetto di provincia a controllare la maleducazione incontrollabile di chi passa in bianco intere nottate, spesso ubriacandosi o comportandosi da vandalo o da irresponsabile nelle stanze assegnate.

E poi, come nel tragico caso di oggi, ci sono gli eventi più o meno imponderabili, legati alla stanchezza degli autisti dei pullman, ai mezzi iper sfruttati, o alla combinazione di entrambi i fattori.

Grazie.

Non fa per me. E non mi pare essenziale per il mio lavoro di educatrice.

La media del sei per l’ammissione agli Esami di Stato


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Si leggono in giro articoli indignati contro la proposta del Ministero di introdurre la media del sei, come requisito per l’ammissione agli Esami di Stato.

Molti, tuttavia, sembrano dimenticare, come spesso accade in questo Paese, che fino a qualche anno fa andava così, per l’esattezza fino al 2010.

Si arrivava a sostenere gli esami con qualche insufficienza al momento dello scrutinio e quasi nessuno esprimeva disagio o si scandalizzava.

È stata la nostra amica Mariastrega ad imporre la sufficienza in tutte le materie, per poter essere ammessi all’esame.

Tuttavia questa non è una nota a suo merito. Se ha fatto qualcosa di buono, sarà avvenuto per puro caso. Questione di statistica, non di scelte avvedute.

Non è affatto accaduto, comunque, che dopo quella data – magicamente- gli alunni svogliati abbiano avuto un rigurgito di coscienza ed abbiano deciso di rigare dritto, mettendosi a studiare per non essere bocciati prima di giungere a sostenere l’esame.

Semplicemente, è avvenuto che i consigli di classe, al momento dello scrutinio, hanno trovato di fronte alla loro strada un bivio: bocciare il reprobo (raramente) oppure (caso più frequente) il professore che avesse osato mettere delle insufficienze – magari nelle materie di indirizzo – si appellava al consiglio di classe e, tramite il voto di consiglio, l’insufficienza si tramutava magicamente in sufficienza.

Tutto qui.

L’Esame di Stato, ancora oggi, presenta moltissimi problemi, tanti aspetti poco convincenti, ma quello della media del sei non sembra essere il più grave, anche se può portare a situazioni grottesche, come quella dell’alunno che scientemente abbandona una disciplina, sapendo che comunque l’insufficienza non risulterà determinante per la sua bocciatura.

Altri sono gli aspetti insopportabili dell’Esame di Stato.

Ne vogliamo vedere uno? La farsa delle “tesine”, può bastare?

Che bello! Se ne va via le terza prova!


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Non tutto quello che si sta elaborando dalle parti di via Trastevere desta in me inquietudine.
Il novanta per cento mi inquieta, ma forse c’è un dieci per cento in cui, a ben guardare, c’è qualcosa di accettabile. Forse.
Si parla della possibilità di eliminare la terza prova dell’Esame di Stato.
Bene.
Sto commentando notizie uscite sulle agenzie, o pubblicate sui quotidiani, dunque, per ora, soltanto delle indiscrezioni, ma quello che ho letto crea in me un’aspettativa positiva.
Per ora.

Ho sempre considerato una iattura l’Esame di Stato, per come è stato concepito, sia per la parte riguardante gli scritti, sia per l’orale. Per le idee che ha alla sua base.
Fin dalla pubblicazione della legge che lo istituiva – nel dicembre del 1997 – e dal primo esordio, nell’estate del 1999, c’è stato qualcosa di poco convincente in questa nuova modalità di mettere fine al percorso della scuola superiore.
Non che l’Esame di Maturità non avesse bisogno di aggiornamento.
Era stato, anzi, pensato come una forma provvisoria ed era restato lì, immarcescibile, anno dopo anno, fino al progetto fortemente voluto dal Ministro Berlinguer.
Non ho mai apprezzato le riforme volute da Berlinguer, in blocco.
Non mi piace la trasformazione delle singole scuole in entità indipendenti e nemmeno la concorrenza senza regole tra scuole – è nata in quel momento – con la continua ricerca di “clienti”, perché è stato in quel momento che abbiamo cominciato ad usare quella parola tanto disgraziata, quale “utenza”.
Quando poi una riforma della scuola viene calata così, dall’alto, senza confronto approfondito con chi – concretamente – nella scuola lavora, ma proviene unicamente dal mondo universitario, che con la scuola, intesa come pratica quotidiana, a ben poco a che fare, automaticamente mi trovo in disaccordo, quasi a prescindere.
L’Esame di Stato si poneva come una sgargiante novità, che ci avrebbe dovuto portare ad una competizione alla pari con gli altri Stati dell’Europa.
Perché gli Stati dell’Europa erano inevitabilmente più avanzati rispetto all’Italia che, per definizione, sembrava essere culturalmente arretrata ed incapace, tramite il suo obsoleto sistema scolastico, di sfornare giovani adeguati alle sfide dei luminosi anni duemila.
Questa la superficie.
In realtà, è stato proprio a partire da quel momento che è iniziata la corsa alla banalizzazione, alla superficialità, alla produzione seriale di giovani incapaci di comprendere un testo poco più che complesso e di elaborarne uno che potesse essere considerato accettabile.
A questo proposito risulta istruttiva le lettura sul sito “La letteratura e noi” di due articoli: “Revisione della prova scritta di italiano. Una proposta” di Luperini e “Requisitoria contro la tipologia B dell’Esame di Stato” di Lo Vetere.
Ne emerge un quadro desolante.
A tutto questo va aggiunta la serie di problemi nati con la Terza Prova, il cosiddetto “quiz”, perché proprio quello è diventata: una triste banalizzazione, un terno al Lotto, per di più, perché, come ben sa chi l’ha dovuta praticare per anni, sono stati quasi sempre gli elementi più validi delle classi ad essere penalizzati in questa prova, a volte paradossalmente proprio nei test elaborati dai docenti della classe, spesso desiderosi di non “fare cattiva figura” coi colleghi esterni.
Ad essere onesti, circolano da sempre anche leggende metropolitane riguardanti risposte fornite in largo anticipo ai ragazzi dai colleghi interni, sempre per non “fare cattiva figura” coi colleghi esterni.
Qualcuno osserverà che questi quiz sarebbero dovuti essere anche una sorta di trampolino di lancio per i test di ammissione all’Università.
Infatti contesto anche questa forma di banalizzazione e di omogeneizzazione della cultura, quali questi test di ammissione Alla varie Facoltà , troppo spesso buoni solo per ingrassare le società che preparano a suon di euro dei poveri ragazzi, colpevoli solo di essere desiderosi di seguire le loro inclinazioni.
Se la riforma dell’Esame di Stato portasse ad una serie di miglioramenti, che dovrebbero riguardare in particolare l’aspetto qualitativo, ne saremmo tutti contenti.
Comincio, tuttavia, a nutrire dei dubbi.
Già ora.

L’unica rivoluzione possibile


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In uno dei capitoli centrali del libro “La fine è il mio inizio”, Tiziano Terzani parla al figlio Folco delle tante rivoluzioni che ha avuto modo di conoscere nella sua vita: a Cuba, in Cina, in Vietnam, in Cambogia.

“E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c’è la natura dell’uomo. E se se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete.”

Se, da un lato, questa riflessione sposta tutto verso una dimensione individuale e, dunque, sembra portare gli individui ad enfatizzare l’isolamento ed il solipsismo, dall’altro, forse, proprio partendo da qui, possiamo tentare di risollevare i destini di una cultura occidentale in piena crisi.

Condivido in pieno l’analisi che Terzani fa, relativamente al fallimento “in toto” delle rivoluzioni su base marxista, che hanno attraversato il Novecento. Nessuna ha portato alla nascita dell’uomo nuovo tanto auspicato.

Tutte, anzi – quale più, quale meno – hanno contribuito ad abbassare il livello di libertà e di dignità dell’essere umano. Questo forse perché non si può affidare ad uno stato centralizzato la realizzazione della libertà individuale. Finora è stato proprio questo il punto dolente: la compressione della libertà individuale, che non ha portato al miglioramento delle condizioni nemmeno a livello collettivo. In molti di quei Paesi, addirittura, alla fine si è imposto un ibrido mostruoso: un capitalismo pseudo-comunista.

“Allora sarebbe stato meglio lasciar fare agli altri, ai capitalisti, almeno lo sapevano fare bene, perché avevano alle spalle una maggiore esperienza!.”- questa, all’incirca la conclusione di Terzani, alla fine della lunga chiacchierata con Folco.

Certo, Terzani non era né un politologo, né un economista, era un grandissimo giornalista, appassionato sostenitore delle rivoluzioni, deluso dalla loro involuzione, ma non possiamo dare torto all’analisi livida che fa, soprattutto se affianchiamo le sue parole agli articoli ed ai libri scritti da Joseph Stiglitz, a proposito della crisi economica che ci ha travolto in questi ultimi anni e delle responsabilità del capitalismo “selvaggio” rispetto agli sviluppi che sono sotto gli occhi di tutti.

L’altro estremo del problema che ci tormenta, è infatti rappresentato da una lettura della politica e dell’economia , quella del capitalismo, che, apparentemente, sembra dare grandissima importanza all’individuo, ma che, anche in questo caso – tranne pochissime eccezioni -, arriva a deprimere la sua dignità fini ai livelli raggiunti oggi: ci troviamo di fronte ad uno scenario, all’interno del quale i diritti collettivi ed individuali sono stati enormemente compressi, per fare posto alla faccia più oscena che il capitalismo potesse mostrarci: quella della separazione degli individui l’uno dall’altro, in modo tale che si possa agire pesantemente su ognuno è dunque su tutti, senza che ne derivi mai una sollevazione popolare. Siamo terrorizzati da ciò che ci potrebbe accadere, dalla perdita del lavoro o della casa.

In poche parole: siamo isolati nel nostro bozzolo.

Credo, però, che proprio questo isolamento “forzato” dovrebbe spingerci al movimento contrario: a trovare, cioè, le risorse e le ragioni per un percorso opposto.

È come se questa crisi – oltre ad aver devastato le nostre esistenze – ci fornisse l’occasione di resettarci.

Non ho risposte risolutive da dare, in proposito.

Le sto cercando, invece. Anche come docente che ha il dovere di trovare, cercandole, risposte per i ragazzi che stanno dietro i loro banchi, in attesa del futuro, della loro vita.

Abbiamo il dovere di cercare. Dobbiamo fare qualcosa, partendo appunto da noi stessi.

Il problema che sto cercando di analizzare da mesi e mesi è: “come si può resistere al sistema vigente e cambiarlo in modo profondo senza ricorrere alla violenza?”

È ovvio – secondo me – che la risposta a questa domanda da mille punti deve per forza partire dalla riflessione che ho posto all’inizio.

La rivoluzione deve partire in primo luogo da noi. Deve attraversare il deserto educativo che caratterizza l’oggi e tutti quanti, tutti, dobbiamo essere coinvolti.

Anche solo per istinto di sopravvivenza, per non essere sopraffatti da un sistema di cui non vogliamo più essere semplici ingranaggi, sostituibili, per giunta.