Gelminate e dintorni


Lo stato della scuola pubblica è sotto gli occhi di tutti, purtroppo, ma la maggior parte della persone preferisce occuparsi d’altro, sapere, ad esempio se la nuova “fidanzata” di Capelli di Asfalto è lesbica, oppure no. A chi può interessare se nei vari istituti d’Italia manca la carta igienica nei bagni, se i muri sono scrostati e coperti di scritte, per lo più oscene, se lo stato d’animo medio di chi varca la soglia di una scuola è quello del depresso, per giunta privo di “luminoso orizzonte”?

Chi ci ha ridotto in questo stato? La Gelmini?

Direi di no.

Lei è stata solo il morbido fantoccio, la marionetta cedevole  di una politica che aveva bisogno di abbattere la scuola pubblica come aveva già fatto con la televisione pubblica, resa già da anni vuoto e sterile contenitore di oppiacei catodici.

Per questo scopo sono state formate schiere di dirigenti dal pugno di ferro, che spesso non avevano insegnato nemmeno un solo giorno in tutta la loro vita, “dirigenti”, non più “presidi”, si badi bene.

A loro è stata instillata la consapevolezza che con l’autoritarismo si sarebbe arrivati all’obiettivo: demotivare una classe di lavoratori che coltivava nel suo seno già molti esemplari demotivati, soprattutto per colpa di sindacati che avevano più volte permesso scandalose sanatorie ed infornate di veri e propri incapaci, buoni solo a prendere lo stipendio il giorno 27. E che si sono da sempre opposti a qualsiasi – e necessaria – valutazione del corpo docente, per puro spirito di clientelismo.

I dirigenti hanno cominciato a fiaccare lo spirito con le ossessive ed onnipresenti “riunioni”: luoghi kafkiani dove si discuteva – e si discute – del nulla.

Hanno inventato le varie “riunioni per materie”, quelle “per ambiti disciplinari”, i “dipartimenti”, luoghi in cui, quasi sempre, chi in classe fa poco o nulla, fa sfoggio di una narcisistica parlantina, luoghi in cui si sentono uscire perle come: “quando faccio lezione io su Dante i miei alunni hanno spesso le lacrime agli occhi!”, il che significa che il derelitto professore ha preso per commozione il residuo di uno sbadiglio.

E nessuno che abbia il fegato di dirglielo.

In queste riunioni si parla di “programmazione per assi disciplinari”, topos immaginario di cui nessuno, nemmeno le menti perverse che lo hanno immaginato, saprebbero spiegare effettivamente di cosa stiamo parlando.

I dirigenti hanno poco a poco soppresso ogni margine di libertà del corpo insegnante, che si è lasciato poco a poco piegare, come accade per gli alberi legati ad un paletto, che arriva a far assumere loro la forma voluta dal giardiniere.

Diritti stabiliti dal contratto che, in breve tempo, sono diventati octroyées, concessioni graziose, elargite dal capo a seconda dell’aria che tira. Il tutto condito da un sentimento diffuso di timore, di reverenziale paura ad esprimere la propria opinione, che ha reso una categoria, che non ha mai brillato in modo particolare per indipendenza, in un popolo di caproni che guardano i commi del contratto come si guarderebbe ad un opuscolo proibito dattiloscritto da pericolosi sovversivi.

E chi si oppone, entra nel cono di luce del potere e deve essere “abbattuto”, in base al principio – grottescamente sottratto ai terroristi degli anni ’70 – “colpirne uno per educarne 100”.

(continua)

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