Scuola: riprendiamoci l’autorevolezza perduta.


Primi di luglio. Sala professori.

La stanza è pressoché deserta, visto che a scuola sono presenti i pochi impegnati con gli esami, giunti ormai alla fine. In un angolo del lungo tavolo c’è una collega. Ci salutiamo, ma si vede che è di pessimo umore. Lavoriamo insieme da molti anni e ormai la conosco a sufficienza per capire che c’è qualcosa che non va. Non c’è quasi bisogno che io chieda. Mi investe con una tempesta emotiva. E’ davvero incavolata.

Mi racconta di un episodio che è avvenuto proprio il giorno prima, dopo la pubblicazione dei risultati di una delle due commissioni in cui è membro interno.

Nei mesi precedenti ha avuto la pessima idea di creare una pagina facebook per i ragazzi, nella quale ha diligentemente postato articoli da leggere, approfondimenti, avvisi, osservazioni e tutto quello che riteneva necessario per le varie evenienze della vita scolastica. Tutto è andato bene, appunto fino al giorno precedente.

La classe di cui stiamo parlando in quel momento, non è mica andata male: alcuni cento e lode, dei cento, molti voti dal novanta in su, alcuni settanta, qualche voto sul filo del sessanta…

I risultati non sono piaciuti a tutti. Qualcuno ha avuto la bella pensata di scrivere sulla pagina che nella classe c’erano dei privilegiati, “con le zeppe” che hanno avuto buoni risultati solo grazie alle conoscenze.

 

La collega, ovviamente, ha risposto che in realtà i risultati riflettevano una preparazione poco accurata, che molti di loro erano arrivati all’orale dopo aver studiato poco le sue materie e questa superficialità aveva avuto ricadute sul voto finale.

Uno degli alunni – lo avevo notato nei corridoi, sempre pronto a dire la sua, soprattutto quando non era richiesta – le ha risposto sulla pagina facebook con questi toni:

“Cara la mia professoressa, si faccia due domande sul perché non eravamo preparati proprio sulle sue materie…”

Queste parole, dirette, arroganti, l’hanno ferita terribilmente. Per quelle due classi lei aveva lavorato moltissimo durante l’anno, la Preside gliele aveva assegnate così, senza colpo ferire: due classi da portare alla maturità senza nemmeno conoscere gli alunni.

“Vedi” – mi dice sconsolata – “non è la critica al mio lavoro che mi ferisce…piuttosto è l’ardire, il fatto che questi ragazzi non abbiano esitazioni ad aprire bocca, a distruggere il lavoro della docente pur di vendicare il loro narcisismo ferito…sono talmente abituati dai loro genitori ad averla sempre vinta, a non vivere mai frustrazioni, che non sono in grado di confrontarsi con la realtà…e se questa non corrisponde alle loro aspettative, è la realtà che sbaglia, non loro… Io li chiamo onfalocentrici: sanno valutare le cose solo a partire dal loro ombelico…”

La consolo: so quanto ha a cuore il suo lavoro. La rincuoro dicendole queste parole:

“Vedi la fortuna che ti è toccata: tu li hai dovuti tollerare per qualche mese. Pensa ai genitori che li hanno resi così e che li dovranno sopportare per il resto della loro vita…”

 

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