Nativi digitali: molto veloci a connettersi, ma spesso incapaci di connettere.


Sarò passatista – e, data l’età, è assolutamente plausibile che sia così – tuttavia, non mi rassegno a questa smania della modernità a tutti i costi. Intendiamoci: io amo il mio computer, sono più di vent’anni che io e l’informatica ci amiamo, a volte da lontano, ma ci amiamo.

Semplicemente, non credo che questo insistere sul mondo digitale sia necessariamente la strada maestra per arrivare da qualche parte, quando si parla di scuola.

Passo del tempo a confrontarmi con i colleghi validi e si dà il caso che la collega che per me è più valida tra tutti sia anche la mia migliore amica.

Tutti i santi giorni discutiamo di scuola, dello sfascio della scuola, di dirigenti ottusi ed inetti (in anni di precariato ne abbiamo conosciuti a carrette), di consulenze d’oro date a cosiddetti “esperti” che, durante i corsi di aggiornamento forzato che dobbiamo sopportare come il protagonista di Arancia Meccanica, fanno passare per novità assolute delle ovvietà dal punto di vista pedagogico, che darebbero filo da torcere anche a monsieur de La Palisse.

Ogni nostra discussione è tutta una querimonia, come ci diciamo spesso ridendo, una lamentela continua.

Stamattina si parlava di latino.

Entrambe innamorate di questa lingua, che per noi non è affatto morta, stiamo sempre a studiare strategie per farla passare attraverso i neuroni in fuga degli alunni e soprattutto per non permettere a quei disgraziati di scaricare i compiti in classe dai telefonini sempre connessi, in barba ai divieti.

“Per tutto l’anno scorso mi hanno fregato!” – mi diceva stamattina – “E’ bastato che nel primo compito in classe di quest’anno io riscrivessi parte del testo della versione, modificando parole e costrutti, per generare il disastro. Risultato: tre sufficienze su venti compiti!”

Come si sa, il latino è una lingua retta da una logica ferrea. E le parti di questa logica devono essere conosciute a menadito. Il che comporta uno sforzo, simile a quello del montanaro che si arrampica su un costone.

E’ francamente faticoso. Ma, come in tutte le arrampicate che si rispettino, consente alla fine di dominare un panorama dall’alto.

I ragazzi di oggi non vogliono faticare.

Non sanno nemmeno il significato di questa parola. Vivono in assurdi bozzoli protettivi costruiti intorno a loro amorevolmente dai genitori, che, spesso, pur di risparmiare questo tipo di frustrazione ai loro piccini, preferiscono scegliere, nel Liceo Scientifico, ad esempio, quell’ibrido insulso che è il corso Scienze Applicate, pur di evitare loro un quattro in latino, foriero di crisi isteriche ed esistenziali.

Quelli che si rassegnano a studiarlo, poi, guardano l’insegnante che “pretende” che sappiano a memoria tutte le regole come si guarderebbe il boia prima che lasci calare la lama della ghigliottina.

Non capiscono quelle strana struttura e, soprattutto, si rifiutano di capirla.

Si connettono, ma non connettono.

E invece oggi illustri penne scrivono che la modernità, (anzi, per dirla con i pedagoghi à la page, la competitività) passa attraverso internet, LIM, lettori digitali, il che ci fa troppo spesso dimenticare che ogni giorno ci troviamo di fronte dei veri e propri analfabeti, rispetto alla realtà e all’emotività.

 

 

 

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