Il dilemma del porcospino e la vicinanza possibile con gli alunni


Uno dei dilemmi più conosciuti di Schopenhauer è quello che riguarda i porcospini infreddoliti.

Se si avvicinano troppo per riscaldarsi, finiscono per farsi del male con gli aculei, se si allontanano per non ferirsi, poi hanno freddo. Come al solito, in medio stat virtus. 

Così è per il nostro mestiere.

Quanto dobbiamo e possiamo avvicinarci ai ragazzi?

Il contatto quotidiano con gli alunni – se proprio non siamo pezzi di legno, impermeabili dal punto di vista emotivo – ci mette a contatto con la loro realtà, spessissimo con i loro problemi.

Quanto si può spingere in avanti la confidenza?

Sono del parere che – come dovrebbe accadere anche per i genitori – un insegnante non debba essere amico  dei propri alunni. Ognuno ha la sua funzione: il genitore ha la sua, il docente pure. Gli amici sono un’altra cosa e questo vale anche quando la differenza di età docente-alunno non è molto ampia. Anzi: soprattutto in quel caso, visto che si potrebbero generare pericolose confusioni.

Non è bene sconfinare nell’amicizia, perché questa prevede – soprattutto dal punto di vista di un giovane ragazzo – una contiguità ed una confidenza che travalicherebbero i compiti che ci spettano.

E allora? Dobbiamo diventare come i professori di una volta? Quelli che ci davano del “lei”?

Winnicott parla di una “madre sufficientemente buona”: né troppo buona, né troppo cattiva. Dovremmo situarci a metà. Pronti all’ascolto, ma molto attenti ai confini.

In effetti un docente non è uno psicologo e questo dovrebbe essere sempre chiaro per noi. Non abbiamo certe competenze e “sconfinare” nel campo della psicologia potrebbe portarci a combinare dei veri e propri pasticci emotivi, visto che, come capita agli apprendisti stregoni, potremmo evocare forze che non sapremmo poi come dominare.

Dunque occhi e orecchie aperti, pronti a percepire un disagio, un problema per comunicarli a chi sa come intervenire.

Qualche anno fa – mi ricordo ancora, era una domenica mattina – correggendo un tema mi sono imbattuta nella descrizione particolareggiata di un suicidio. Un mio alunno raccontava di una persona, un ragazzo, che saliva sul davanzale di una finestra, guardava di sotto e si buttava giù. Raccontava le sensazioni, anche quelle relative alla caduta.

Il ragazzo in questione aveva un bel po’ di problemi in famiglia, da alcuni mesi era evidentemente depresso e l’anno precedente era stato bocciato. Lo avevo da tre anni e conoscevo bene la sua storia.

Presa da una grande agitazione, per la prima volta in vita mia mi sono permessa, in piena domenica mattina, di rintracciare la madre e raccontarle quello che avevo letto, pregandola di fare molta attenzione a qualsiasi segnale.

La mattina successiva ho contattato la Preside ed è stato fatto partire il meccanismo del Centro d’ascolto facendo intervenire la psicologa della scuola, che ha convocato tutta la famiglia.

Si è trattato di un eccesso di zelo – col senno di poi lo possiamo dire.

Ma ancora oggi sono contenta di essere stata un po’ esagerata, perché con la vita di un alunno non si scherza. Mai.

Tuttavia ho cercato di non uscire dal mio binario, pur sentendomi emotivamente molto coinvolta.

 

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