http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/198-niente-vincoli-siamo-italiani

mi pare una analisi molto interessante…

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Gli specchi e le lampade


Spesso il nostro lavoro ci costringe a partecipare a riunioni insensate e questo accade sempre più spesso negli ultimi anni. 

Tuttavia c’è un impegno che non mi sento di collocare in questo mucchio ed è il ricevimento collegiale pomeridiano delle famiglie.

Una specie di follia collettiva: orde di genitori – sempre più spesso accompagnati dai loro figli – si accalcano in file non sempre ordinate davanti alle stanze in cui “ricevono” i docenti delle varie materie.

Da quello psicodramma si esce sfiniti: loro, per la stanchezza, data dal via vai e dalle lunghe attese in piedi, noi, per lo sfinimento dato dalla fatica psichica. 

Sì, certo, non è esagerato, fatica psichica.

Insegno da un sufficiente numero di anni per poter dire che ho visto formarsi sotto i miei occhi la mutazione antropologica che la nostra società ha subìto negli ultimi decenni.

Ricordo ancora che nei miei primi anni scolastici (più di vent’anni fa) i genitori arrivavano e, pieni di rispetto per l’interlocutore, ascoltavano in silenzio quello che c’era da dire e quasi sempre chiedevano consiglio a quella che era ancora una figura autorevole ai loro occhi.

La prova che le cose stavano mutando in peggio la ebbi un pomeriggio del 1996 quando, nel corso della mia prima vera supplenza importante e da ultraprecaria (che, allora, non si poteva ammalare nemmeno per un giorno, pena il licenziamento) fui apostrofata così da un genitore indispettito:

“Ma insomma, noi stiamo qui ad aspettare ore ed ore qui fuori e voi vi fate pure tre mesi di ferie ogni anno!”

Non sapevo, in quel momento, che era solo l’inizio della fine e forse, se lo avessi saputo, avrei usato toni meno garbati di quelli che utilizzai con quel gran maleducato, che avrebbe meritato solo un pugno dritto dritto nell’occhio.

Negli anni a seguire sempre più spesso queste riunioni si sono trasformate in momenti di accuse per noi insegnanti, le aule sono divenute luoghi dove si praticava la giustizia sommaria, con la messa in stato d’accusa del docente reo di essere troppo duro coi figli.

Talora, invece, ci si trovava davanti ad una specie di Caporetto dell’azione educativa.

Una volta un genitore, che aveva un figlio che, realmente, se ne stava in casse solo “a scaldare il banco” si sedette davanti a me e disse:

“Professoressa, è vero, non lui fa nulla, se ne sta in giro tutto il pomeriggio e ha preteso pure che gli comprassimo la moto nuova.”

“E voi gliel’avete comprata?”

“Beh, sì.” – rispose quel padre, imbarazzato e stupito per la strana domanda – “Secondo lei cosa dovremmo fare, adesso?”

“Chiudetela in garage e buttate la chiave!” – risposi, sicura che non mi avrebbe ascoltato.

Ho visto, negli anni, delle tremende inversioni di ruolo: genitori che si comportavano da ragazzini e ragazzi saggi che guidavano i genitori.

Di sicuro, per strada, da qualche parte si è persa l’autorevolezza ed è necessario, urgente, un percorso a ritroso per ritrovarla.

Sempre più di frequente – infatti – durante questi incontri si sente risuonare questa frase:

“Cosa devo fare?”, segno che molti si pongono il problema dato da adolescenti sempre più in balìa di loro stessi e perciò terrorizzati e incontrollabili.

Poi ci sono le pagine drammatiche: le famiglie frammentate, le storie di violenze praticate e subìte, le vicissitudini di ragazzi “di buona famiglia”, cui genitori hanno fornito una carta di credito ben pasciuta e con questo pensano di avere chiuso il conto con la pratica educativa.

Spesso c’è il terrore, da una parte e dall’altra.

Qualche anno fa una collega mi raccontò un episodio inquietante. 

Sua figlia avrà avuto allora circa sedici anni ed aveva un gruppo di amici, quasi tutti compagni di scuola.

“Lo sai che molti genitori di questi ragazzi quando la sera vanno a dormire si chiudono a chiave?”

“A chiave?! E perché?”

“Hanno paura di quello che i figli potrebbero fare.”

“Ma che dici?!” – non riuscivo a credere alle mie orecchie: genitori impauriti dai figli.

“E’ così. Sono terrorizzati.”

“Ma quelli sono genitori!” – le risposi, stupita – “Dovrebbero essere loro a comandare!”

“Eppure è così!” – rispose con aria preoccupata.

Quando la smetteremo di fare da specchio alle paure dei nostri figli e ci trasformeremo invece in lampade che illuminano il cammino?

 

 

Roba da Oscar


Paolo, il mio amico di Facebook, non smette mai di divertirmi, specie quando mi racconta le (dis)avventure che gli capitano a scuola.

Sappiamo bene che ormai le attività delle scuole si sono trasformate in beni da vendere sul mercato, come se si fosse in un suk, e questo accade specialmente in questo momento dell’anno, quando si profilano all’orizzonte le iscrizioni dalle scuole medie.

Si assiste quindi alla produzione di gadget, sui computer si smanetta con photoshop per cancellare gli sbreghi sui muri e presentare all’utenza sul portale dell’istituto fantastiche immagini di laboratori linguistici, o aule multimediali, come accade coi fondali holliwoodiani; si appiccicano qua e là foto di ragazzi sempre sorridenti, rilassati, si collocano in ultima fila le racchie ed i ragazzi pieni di brufoli, per non far sfigurare l’immagine della scuola.

Nella scuola di Paolo evidentemente il dirigente ama strafare e per sbaragliare la concorrenza ha deciso che quest’anno si realizzerà addirittura un film. Allora, con un ordine di servizio, la scuola è stata trasformata in un set. Un gruppetto di ragazzi – molto presi dal loro ruolo – ha preso possesso delle aule ed ha cominciato a riprendere le attività, arrivando a far sloggiare intere classi, quelle meno fotogeniche, per far posto alla realizzazione dell’opera d’arte.

Nella classe di Paolo, a metà mattinata, ha fatto irruzione il “regista” e lo ha pregato di essere “naturale” durante le riprese.

Paolo, che non aveva capito di essere stato addirittura scritturato come primattore, si è rifiutato di partecipare alla pagliacciata ed allora è stato apostrofato in questo modo dal novello Rossellini:

“Ottimo, ottimo, davvero!”

Narrano le cronache che l’urlo e gli improperi emessi da Paolo abbiano distolto di soprassalto dalla meditazione e dalla preghiera un gruppo di clarisse del convento attiguo alla scuola, che, almeno per quel giorno, ha raddoppiato le preghiere che quotidianamente indirizza al buon Dio.

Non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca


Vorrei tornare a fare il mio lavoro con il gusto di qualche anno fa, prima che arrivasse la sciagurata riforma Berlinguer e tutte le altre controverse e detestabili riforme a seguire.

Vorrei tornare a fare solo l’insegnante, non la segretaria, non la tutor, non la coordinatrice. Niente (o poco) di tutto questo. 

So solo una cosa: in classe, di fronte a me ho venticinque paia d’occhi e di quelli mi voglio occupare. Di come sono, di come si pongono di fronte alle materie che insegno, di quello che pensano e sognano.

A forza di misurazioni, di valorizzazioni, di schemi da applicare, spesso ci dimentichiamo di loro, dei ragazzi, perché è il tempo, che viene a mancare.

Non voglio più affogare nei meandri di qualche riunione di dipartimento, a discutere ore ed ore dei risultati Invalsi, pur non avendo avuto classi interessate. La follia.

Presi dalle incombenze burocratiche, rischiamo di perdere di vista il compito più prezioso: l’educazione dei nostri ragazzi. E io ho bisogno di tornare ad essere propositiva in questo senso. Ho voglia di tornare a sperimentare, a cercare in modo autonomo temi ed autori da proporre. 

In poche parole: voglio ritrovare il mio lavoro, che non ho mai smesso di amare, perché non ne vorrei fare un altro.
Quello che invece detesto è vedere come esso è stato ridotto da chi non lo amava, o non lo ha mai capito, o ha frainteso completamente il suo significato.
Cacciamo una buona volta i mercanti dal nostro particolarissimo tempio.

“Stia attenta, io la rovino!”


Qualche settimana fa -in una scuola della Sardegna, mi pare – si è svolto l’ennesimo attacco ad un docente colpevole solo di aver svolto il suo lavoro.
Un genitore infuriato ha aggredito l’insegnante che aveva osato mettere delle insufficienze al pargolo di turno. Sembra che, alla fine di un confronto piuttosto acceso questo genitore – visibilmente alterato – abbia apostrofato con parole di fuoco il reprobo:

“Stia attenta, io la rovino, lei mi deve ascoltare, io sono un sottufficiale di Polizia! Io vengo qui quando voglio e come voglio e Lei mi deve ascoltare perché è pagata per questo!”. E avrebbe concluso: “Tanto voi non fate niente, in classe giocate!”

Voi direte: “Niente di nuovo sotto il sole!”
Sono anni che il linciaggio va avanti, che l’arroganza dei genitori non ha più limiti, accade persino che docenti precari, licenziati a giugno e riassunti a settembre si sentano dire – nel corso dei colloqui pomeridiani coi genitori: “Eh, ma voi, tanto ogni anno vi fate più di tre mesi di ferie!”, con quell’aria tronfia che solo la folla in cerca di capro espiatorio può avere.
Ma questo non è stato un caso di aggressione come tanti altri: il (o la) collega stavolta ha fatto quello che noi avremmo dovuto fare già da tempo. Ha sporto denuncia.
Siamo o non siamo dei pubblici ufficiali, se ci troviamo all’interno del perimetro scolastico? E se veniamo offesi scatta il reato: si chiama “oltraggio a pubblico ufficiale”.
E’ già un punto di partenza.
Sul web è subito scattata la mobilitazione: migliaia di docenti hanno fatto pressione sul collega affinché non ritirasse la denuncia.
Spero tanto che non l’abbia fatto.
Il nostro “riscatto” passa anche da qui: non si tratta di lavare l’onta col sangue, ma di pretendere che chi osa travalicare certi limiti, sappia che può andare incontro ad una denuncia e ad una richiesta di risarcimento danni.
Questo è la pietra angolare da cui ripartire.

Resistenza passiva (e attiva)


Credo che noi tutti abbiamo il dovere di opporci alla (contro)riforma Gelmini. Sì, è proprio un dovere.

Gli utlimi anni ci hanno infiacchito, ci hanno convinto del fatto che ormai contro lo strapotere dei Dirigenti e della burocrazia ministeriale non si possa fare nulla. Non sono convinta del fatto che tutto sia così ineluttabile.

“E’ un’indicazione del ministero.” – ci si sente dire, come se un’indicazione non potesse essere messa in discussione e (addirittura!) contestata. 

Mi convinco sempre di più che noi dobbiamo smontare dal di dentro questo ciarpame, questa incessante e insensata affabulazione, dobbiamo farci coraggio e dire:

“Noi ci richiamiamo all’art. 33 della Costituzione e sotto questo riparo ci sentiamo più tutelati e forti.”

La Costituzione ha una forza in grado di contrastare ogni legge che la contraddica, ogni decreto che la ignori, ogni regolamento che provi a violarla.

E allora, perché, ognuno nel nostro piccolo, non cominciamo a svitare il nostro piccolo ingranaggio?

Per esempio a dire no agli assi culturali, a rendere inutilizzabili gli incontri per ambiti disciplinari, a mettere in evidenza nei consigli di classe l’insensatezza di espressioni come “valorizzazione delle eccellenze”?

Collegio dei Docenti


Non passa giorno senza che in chat il mio amico Paolo mi racconti una disavventura capitata nella sua scuola. La settimana scorsa era più arrabbiato del solito: il che è tutto dire, visto che da un paio di anni il suo “sentire” è di color del piombo.

“Vuoi sapere l’ultima?” – mi ha scritto.

“Dimmi tutto!”

“Il mio dirigente ha convocato un corso d’aggiornamento obbligatorio, mascherandolo da Collegio dei Docenti”!

“Ma non si può fare!” – gli ho replicato.

“Invece l’ha fatto! Il sindacalista ha detto che avremmo anche potuto non andare e non sarebbe successo niente, perché si trattava di una convocazione fuori dalla norma del contratto. Ma chi ha avuto il coraggio di opporsi? Quello poi si vendica in modo tremendo, lo sai!”

Insomma: nella scuola di Paolo è stato convocato un collegio docenti, ma non c’era nulla da discutere. Lui e i suoi colleghi si sono trovati di fronte un preside dell’Associazione dei Presidi che pontificava sull’inevitabilità del sistema di valutazione e sulla necessità delle prove Invalsi.

“A parte il fatto che dava come conclusioni quelle che, secondo me, sarebbero dovute essere solo delle premesse, ma quello che non mi è piaciuto per niente è stato il metodo quasi fascista.” – ha scritto – “Una lezione frontale. Fossimo stati nell’Unione Sovietica, l’avrei chiamato indottrinamento. Parlava della scuola come si parlerebbe di una merce, ma la scuola non è merce e le aziende sono un’altra cosa, non possono essere paragonate alla realtà dell’insegnamento!”

E nessuno che si è alzato a gridare: “Ma il re è nudo!”

Nessuno che abbia fatto sentire la sua ferma opposizione a questa destrutturazione della natura della scuola pubblica, nemmeno Paolo. Per quieto vivere, per non essere additato come il solito, prevedibile, rompiscatole. (“E mettiti seduto, forza, ché così finiamo prima!”)

“E vuoi sapere il meglio? Il “Collegio” finiva alle cinque, ma il nostro relatore continuava imperterrito a parlare e solo pochi si sono alzati e se ne sono andati. Vuoi sapere perché?”

“Dimmelo.”

“Hanno detto che “alzarsi in quel modo sarebbe stato scortese”! Ma che altro debbono ancor farci per poter ottenere una reazione da persone con una dignità?”

Già. E’ così che ci hanno fregato: noi rispettiamo le regole e loro picchiano duro.

 

Educazione alla legalità: progetto Art. 416-bis (quinta parte)


Prima di affrontare la storia recente di Cosa Nostra è essenziale una sosta in un luogo di capitale importanza per capire le dinamiche interne alla mafia: Corleone.

Si parte da una semplice descrizione fisica del luogo, per poi approdare all’immediato dopoguerra, alla descrizione del potentato locale instaurato da Michele Navarra.

Le due figure di Luciano Leggio e di Salvatore Riina risulteranno utilissime per capire la mentalità opportunistica della mafia e il modo spregiudicato con cui si arriva ad eliminare avversari ed amici, avendo in mente l’unico obiettivo che conta: dominare tutti gli altri.

Le famiglie Riina, Bagarella e Provenzano verranno descritte nella loro capacità di essere coese e nell’attuazione di una strategia di conquista che le proietterà dalla dimensione angusta di Corleone a quella ben più ampia di Palermo e dei rapporti tutti da costruire con la mafia italo-americana.

Questo passaggio permetterà di capire più facilmente le ragioni della prima e, soprattutto, della seconda guerra di mafia e i legami creatisi negli anni con la politica locale e nazionale, in particolar modo con Vito Ciancimino (originario proprio di Corleone) e Salvo Lima.

 

Burn-out


La mia più cara amica forse ha la sindrome da burn-out e questo mi riempie di tristezza e di rabbia.

Sì, di rabbia.

Voi non la conoscete come la conosco io, ma vi assicuro che è la persona più preparata che io abbia mai incontrato e fino a poco tempo fa era anche molto motivata e felice di svolgere questo lavoro.

Ci siamo sostenute a vicenda nei lunghi anni di precariato, abbiamo lavorato insieme per riuscire ad ottenere la tanto sospirata abilitazione e siamo riuscite ad entrare in ruolo quasi nello stesso tempo.

Per me è sempre stata un punto di riferimento insostituibile.

Negli anni abbiamo passato (e, in realtà passiamo ancora) molto tempo a parlare del nostro lavoro, delle strategie da adottare coi ragazzi per renderli partecipi rispetto ad argomenti complessi e di cui spesso essi preferirebbero fare a meno.

Lei, insomma, è una persona in gamba che questa maledetta scuola aziendalista sta mandando in tilt.

Da qualche anno è arrivato nella sua scuola, (ma purtroppo ormai, come ben sappiamo, è un fenomeno assai diffuso) uno di quei nuovi dirigenti “formati” alla catena di montaggio voluta dalla Gelmini: legato alla forma in modo ossessivo, arrogante e sprezzante nei rapporti coi docenti, velocissimo ad offendere le persone (io l’ho sperimentato di persona qualche tempo fa, durante gli esami di Stato e quelle due settimane mi sono bastate per capire che è bene stare alla larga da lui, soprattutto dopo una litigata furibonda in cui, alla fine, esasperata, gli ho gridato davanti a tutti che è un incompetente), un dirigente che, tra le altre cose, non ha mai passato un solo giorno della sua vita in un’aula e si vede, perché di didattica sa poco o nulla.

Nella scuola della mia collega ed amica ha imposto uno “staff” (eh, già, ormai è così che ci si esprime) che è ridotto ad una corte neroniana di adulatori, mentre ha progressivamente emarginato chi nelle questioni cerca la sostanza e non le cose fatue, come le feste di inizio anno o i progetti, spesso creati solo per dare alla scuola un aspetto patinato e dunque più appetibile per l’utenza (neanche fossimo all’Enel).

L’altro giorno l’ho sentita particolarmente abbattuta: vorrebbe andarsene da quella scuola, ma motivi familiari glielo impediscono e, comunque, nei dintorni non esistono istituti che non siano infestati dalla peste aziendalista.

Allora mi è venuta una gran rabbia. Certo. Rabbia.

Perché far avvilire in questo modo le persone è un delitto, il mobbing non è cosa inventata e può trasformarsi in un tarlo capace di erodere qualsiasi sicurezza, di minare l’autostima di una persona, specie in tempi così difficili dal punto di vista sociale.

Educazione alla legalità: il progetto 416-bis (quarta parte)


La quarta relazione del progetto analizza i rapporti tra la mafia italiana e quella statunitense nel corso di tutto il Novecento. 

Gli alunni incaricati di svolgere questa ricerca devono spiegare come la mafia statunitense sia nata e si sia sviluppata, da semplice propaggine di quella siciliana.

Risulterà indispensabile, con l’aiuto dell’insegnante, un inquadramento storico molto ampio, che vada dai primi anni del Novecento fino all’indagine denominata “Pizza Connection”negli anni ’80.

Sarà importante parlare di Joe Petrosino, degli anni del proibizionismo begli USA e dei traffici illegali di alcool e droga, delle famiglie mafiose nelle principali città d’oltreoceano, spesso in lotta tra loro.

Un aspetto importante da chiarire sarà quello relativo alla collaborazione tra le due organizzazioni criminali durante la Seconda Guerra Mondiale, quando fu agevolato lo sbarco americano in Sicilia.

Sarà necessario fare cenno – anche se la parte specifica verrà poi analizzata in altre relazioni – alla triangolazione che si è verificata negli anni ’70 del ‘900, quando tra Oriente, Sicilia e Stati Uniti si è creata la rete di importazione dell’oppio, della raffinazione e della successiva esportazione dell’eroina finita, fenomeno che ha creato un enorme passaggio di capitali tra le due sponde dell’Oceano ed un arricchimento inimmaginabile per le più influenti famiglie mafiose siciliane dell’epoca.