“Che voto mi mette, prof.?” – ovvero, sulla difficoltà di metabolizzare un’insufficienza


“Che voto mi mette, prof.?”

Quando sento questa frase – ogni volta – sono presa da una certa agitazione.

Per me assegnare un voto è sempre un problema. 

A volte non è così grande: una bella interrogazione, un alunno preparato, che si destreggia con sicurezza nella materia, creano solo l’incertezza tra un otto o un nove, un dieci, ma non è un vero e proprio dilemma.

Il dramma arriva quando devo decidere tra un tre e un quattro e mi trovo davanti una persona che non è assolutamente in grado di autovalutarsi o che farà un dramma per un votaccio.

L’ho già detto, ma bisogna ripeterlo spesso: i ragazzi di oggi non sono abituati a fallire. Hanno un ego ipertrofico e nel loro orizzonte non è contemplato un tramonto, esistono soltanto albe radiose e sole alto nel cielo.

Reagiscono in modo scomposto a quella che giudicano come una vera e propria ingiustizia. Piangono, fanno capannelli coi compagni in cerca di solidarietà, telefonano appena possibile a casa, per rendere partecipi del dramma in tempo reale i genitori.

Decidono impulsivamente di cambiare sezione, o scuola. E i genitori non sanno resistere a questa impulsività. A volte è davvero difficile capire chi è l’adolescente e chi l’adulto.

Qualche anno fa una ragazza che presentava evidenti difficoltà nella grammatica italiana e, ovviamente, nell’elaborazione dei testi scritti, fu spostata di sezione dalla madre con questa spiegazione:

“La sposto nella sezione X, perché lì ha già studiato il fratello e so che studiano meno ed i voti sono più alti.”

Forse sarà la (mia) vecchiaia, ma non ricordo di avere mai reagito in modo esagerato ad una insufficienza. Certo, un quattro non è mai bello da digerire, ma credo di avere avuto sempre la consapevolezza che lavorando di più lo avrei “riparato”.

Ed oggi è proprio questo che rende i ragazzi fragili: il fatto di non saper gestire situazioni che li vedono come perdenti, o non del tutto vincenti, loro che sono stati spinti dai genitori “ad ottenere il massimo”, espressione che mi pare molto ambigua.

Se per “ottenere il massimo” intendiamo che bisogna impegnarsi il più possibile, accontentandosi del risultato ottenuto, sapendo di aver lavorato in modo proporzionale, va bene, ma se invece si intende questa espressione nel senso che bisogna per forza ambire a risultati roboanti, costi quel che costi, non sono più d’accordo.

L’Io dei ragazzi di oggi somiglia sempre di più a quei vetri artistici pieni di craquelures, di incrinature, che diventano pezzetti minutissimi al primo urto.

Ecco perché da qualche anno ho preso l’abitudine di motivare le insufficienze, anche gravi, partendo da quelli che io chiamo “i punti di forza”.

“Gli aspetti positivi delle tua interrogazione sono questi e questi altri, però ancora non hai messo a punto un metodo di studio efficace, eccetera eccetera…”

Ho capito che devo lasciare loro un punto di ancoraggio, che impedisca di franare verso il basso, un lembo di speranza da cui ripartire.

E non manco mai di concludere così:

“Vedrai che, se seguirai i miei consigli, la prossima volta andrà sicuramente meglio…”

 

 

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