Gli alunni non sono animali da allevamento


Proprio ieri leggevo sulla rivista “Internazionale” un articolo che racconta la tremenda trafila che i suini sono costretti a seguire dalla nascita fino al momento in cui arrivano sulle nostre tavole, sotto forma di prosciutto o arista.

Niente viene lasciato al caso. Tutto è programmato.

Negli ultimi anni siamo stati costretti a procedere nello stesso modo con i nostri ragazzi.

Non abbiamo più avuto di fronte delle persone, ma degli individui di cui “valutare le competenze”, da analizzare in serie, poi ci hanno messo all’interno di classi di 32  alunni, impossibili da individuare, se non dopo mesi, ad anno scolastico già ben avviato.

E’ chiaro che se si mette a capo del Ministero della Pubblica Istruzione una come la Gelmini, che di didattica ne sa quanto io sono un’esperta di fisica nucleare, non ci si deve meravigliare che poi vengano prodotte cose come le classi-pollaio, gli assi culturali, le competenze, la valorizzazione delle eccellenze e simili amenità.

Tutti sappiamo che in realtà questa supposta ministra è stata solo un burattino nelle mani di Tremonti, un commercialista prestato alla politica, che ha agito sulla scuola peggio di un ragioniere sotto l’effetto di sostanze psicotrope.

La scuola è stata così fatta a pezzi e ben pochi si sono opposti, men che meno i sindacati.

In questi anni si è tolta alla scuola una cosa molto importante: la possibilità di calibrare il lavoro su un individuo, quella di cucire addosso, quasi fosse un vestito, l’intervento educativo.

I nostri alunni sono diventati polli da allevamento, da pesare e misurare.

Persino sugli alunni bravi si è infierito: “valorizzazione delle eccellenze”, ci vengono a dire, ma che significa questa scemenza?

Io finora ho usato la parola “eccellenza”, parlando di un vescovo, o del prefetto, ma mai avrei pensato di doverla riferire ad un alunno.

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p>A me piace pensare che ogni ragazzo ha una sua storia, un percorso tutto suo.

Spesso anche le cosiddette eccellenze ne hanno uno accidentato, prigioniere come sono della loro bravura. A volte il loro disagio è pari a quello dei più “somari”, poiché non di rado capita che siano vittime di genitori che hanno puntato tutto su di loro, come al casinò. E devono risultare vincenti, costi quel che costi.

Le “eccellenze”, poi, non sono quasi mai un merito che appartiene all’insegnante: sono talenti naturali che devono essere solo guidati un po’, ma saprebbero fare anche tutto da soli. Sono come una 500 con il motore della Ferrari: bisogna fare attenzione che non si schiantino da qualche parte, vittime della loro potenza.

La scuola deve pensare di più agli individui, meno alle statistiche.

Bisogna tornare ad una dimensione umana dell’insegnamento: meno numeri e più ascolto, meno fanfaronate e più serietà nel lavoro in classe. Di questo abbiamo urgente bisogno.

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