Burn-out


La mia più cara amica forse ha la sindrome da burn-out e questo mi riempie di tristezza e di rabbia.

Sì, di rabbia.

Voi non la conoscete come la conosco io, ma vi assicuro che è la persona più preparata che io abbia mai incontrato e fino a poco tempo fa era anche molto motivata e felice di svolgere questo lavoro.

Ci siamo sostenute a vicenda nei lunghi anni di precariato, abbiamo lavorato insieme per riuscire ad ottenere la tanto sospirata abilitazione e siamo riuscite ad entrare in ruolo quasi nello stesso tempo.

Per me è sempre stata un punto di riferimento insostituibile.

Negli anni abbiamo passato (e, in realtà passiamo ancora) molto tempo a parlare del nostro lavoro, delle strategie da adottare coi ragazzi per renderli partecipi rispetto ad argomenti complessi e di cui spesso essi preferirebbero fare a meno.

Lei, insomma, è una persona in gamba che questa maledetta scuola aziendalista sta mandando in tilt.

Da qualche anno è arrivato nella sua scuola, (ma purtroppo ormai, come ben sappiamo, è un fenomeno assai diffuso) uno di quei nuovi dirigenti “formati” alla catena di montaggio voluta dalla Gelmini: legato alla forma in modo ossessivo, arrogante e sprezzante nei rapporti coi docenti, velocissimo ad offendere le persone (io l’ho sperimentato di persona qualche tempo fa, durante gli esami di Stato e quelle due settimane mi sono bastate per capire che è bene stare alla larga da lui, soprattutto dopo una litigata furibonda in cui, alla fine, esasperata, gli ho gridato davanti a tutti che è un incompetente), un dirigente che, tra le altre cose, non ha mai passato un solo giorno della sua vita in un’aula e si vede, perché di didattica sa poco o nulla.

Nella scuola della mia collega ed amica ha imposto uno “staff” (eh, già, ormai è così che ci si esprime) che è ridotto ad una corte neroniana di adulatori, mentre ha progressivamente emarginato chi nelle questioni cerca la sostanza e non le cose fatue, come le feste di inizio anno o i progetti, spesso creati solo per dare alla scuola un aspetto patinato e dunque più appetibile per l’utenza (neanche fossimo all’Enel).

L’altro giorno l’ho sentita particolarmente abbattuta: vorrebbe andarsene da quella scuola, ma motivi familiari glielo impediscono e, comunque, nei dintorni non esistono istituti che non siano infestati dalla peste aziendalista.

Allora mi è venuta una gran rabbia. Certo. Rabbia.

Perché far avvilire in questo modo le persone è un delitto, il mobbing non è cosa inventata e può trasformarsi in un tarlo capace di erodere qualsiasi sicurezza, di minare l’autostima di una persona, specie in tempi così difficili dal punto di vista sociale.

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3 thoughts on “Burn-out

  1. PER combattere il mobbing,ci vogliono le denunzie all’ispettorato del lavoro,denunzie ovviamente supportate da certificati medici,che attestino che il lavoratore minato nella stima e nella dignità,abbia subito angherie tali da rendere lo stesso,lavoratore,insicuro e non più autonomo nel lavoro e nella vita sociale.

  2. Vero è una battaglia difficile, ma a parte che si tratta di situazioni frequenti, esiste anche lo stress da lavoro o lavoro correlato, sempre nel contesto della faccenda della sicurezza salute sul posto di lavoro. In ogni caso si tratta dello specchio della situazion generale, incompetenza, financo ignoranza e tutta la pletora di elementi che vi si accompagnano … cambia scuola o cambia obiettivi, ma non incaponirti, perderesti tempo e sprecheresti risorse inutilmente, non sei li per aver ragione, ma per realizzare e raggiungere obiettivi, quello è solo un incidente di percorso

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