Non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca


Vorrei tornare a fare il mio lavoro con il gusto di qualche anno fa, prima che arrivasse la sciagurata riforma Berlinguer e tutte le altre controverse e detestabili riforme a seguire.

Vorrei tornare a fare solo l’insegnante, non la segretaria, non la tutor, non la coordinatrice. Niente (o poco) di tutto questo. 

So solo una cosa: in classe, di fronte a me ho venticinque paia d’occhi e di quelli mi voglio occupare. Di come sono, di come si pongono di fronte alle materie che insegno, di quello che pensano e sognano.

A forza di misurazioni, di valorizzazioni, di schemi da applicare, spesso ci dimentichiamo di loro, dei ragazzi, perché è il tempo, che viene a mancare.

Non voglio più affogare nei meandri di qualche riunione di dipartimento, a discutere ore ed ore dei risultati Invalsi, pur non avendo avuto classi interessate. La follia.

Presi dalle incombenze burocratiche, rischiamo di perdere di vista il compito più prezioso: l’educazione dei nostri ragazzi. E io ho bisogno di tornare ad essere propositiva in questo senso. Ho voglia di tornare a sperimentare, a cercare in modo autonomo temi ed autori da proporre. 

In poche parole: voglio ritrovare il mio lavoro, che non ho mai smesso di amare, perché non ne vorrei fare un altro.
Quello che invece detesto è vedere come esso è stato ridotto da chi non lo amava, o non lo ha mai capito, o ha frainteso completamente il suo significato.
Cacciamo una buona volta i mercanti dal nostro particolarissimo tempio.

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