Gli specchi e le lampade


Spesso il nostro lavoro ci costringe a partecipare a riunioni insensate e questo accade sempre più spesso negli ultimi anni. 

Tuttavia c’è un impegno che non mi sento di collocare in questo mucchio ed è il ricevimento collegiale pomeridiano delle famiglie.

Una specie di follia collettiva: orde di genitori – sempre più spesso accompagnati dai loro figli – si accalcano in file non sempre ordinate davanti alle stanze in cui “ricevono” i docenti delle varie materie.

Da quello psicodramma si esce sfiniti: loro, per la stanchezza, data dal via vai e dalle lunghe attese in piedi, noi, per lo sfinimento dato dalla fatica psichica. 

Sì, certo, non è esagerato, fatica psichica.

Insegno da un sufficiente numero di anni per poter dire che ho visto formarsi sotto i miei occhi la mutazione antropologica che la nostra società ha subìto negli ultimi decenni.

Ricordo ancora che nei miei primi anni scolastici (più di vent’anni fa) i genitori arrivavano e, pieni di rispetto per l’interlocutore, ascoltavano in silenzio quello che c’era da dire e quasi sempre chiedevano consiglio a quella che era ancora una figura autorevole ai loro occhi.

La prova che le cose stavano mutando in peggio la ebbi un pomeriggio del 1996 quando, nel corso della mia prima vera supplenza importante e da ultraprecaria (che, allora, non si poteva ammalare nemmeno per un giorno, pena il licenziamento) fui apostrofata così da un genitore indispettito:

“Ma insomma, noi stiamo qui ad aspettare ore ed ore qui fuori e voi vi fate pure tre mesi di ferie ogni anno!”

Non sapevo, in quel momento, che era solo l’inizio della fine e forse, se lo avessi saputo, avrei usato toni meno garbati di quelli che utilizzai con quel gran maleducato, che avrebbe meritato solo un pugno dritto dritto nell’occhio.

Negli anni a seguire sempre più spesso queste riunioni si sono trasformate in momenti di accuse per noi insegnanti, le aule sono divenute luoghi dove si praticava la giustizia sommaria, con la messa in stato d’accusa del docente reo di essere troppo duro coi figli.

Talora, invece, ci si trovava davanti ad una specie di Caporetto dell’azione educativa.

Una volta un genitore, che aveva un figlio che, realmente, se ne stava in casse solo “a scaldare il banco” si sedette davanti a me e disse:

“Professoressa, è vero, non lui fa nulla, se ne sta in giro tutto il pomeriggio e ha preteso pure che gli comprassimo la moto nuova.”

“E voi gliel’avete comprata?”

“Beh, sì.” – rispose quel padre, imbarazzato e stupito per la strana domanda – “Secondo lei cosa dovremmo fare, adesso?”

“Chiudetela in garage e buttate la chiave!” – risposi, sicura che non mi avrebbe ascoltato.

Ho visto, negli anni, delle tremende inversioni di ruolo: genitori che si comportavano da ragazzini e ragazzi saggi che guidavano i genitori.

Di sicuro, per strada, da qualche parte si è persa l’autorevolezza ed è necessario, urgente, un percorso a ritroso per ritrovarla.

Sempre più di frequente – infatti – durante questi incontri si sente risuonare questa frase:

“Cosa devo fare?”, segno che molti si pongono il problema dato da adolescenti sempre più in balìa di loro stessi e perciò terrorizzati e incontrollabili.

Poi ci sono le pagine drammatiche: le famiglie frammentate, le storie di violenze praticate e subìte, le vicissitudini di ragazzi “di buona famiglia”, cui genitori hanno fornito una carta di credito ben pasciuta e con questo pensano di avere chiuso il conto con la pratica educativa.

Spesso c’è il terrore, da una parte e dall’altra.

Qualche anno fa una collega mi raccontò un episodio inquietante. 

Sua figlia avrà avuto allora circa sedici anni ed aveva un gruppo di amici, quasi tutti compagni di scuola.

“Lo sai che molti genitori di questi ragazzi quando la sera vanno a dormire si chiudono a chiave?”

“A chiave?! E perché?”

“Hanno paura di quello che i figli potrebbero fare.”

“Ma che dici?!” – non riuscivo a credere alle mie orecchie: genitori impauriti dai figli.

“E’ così. Sono terrorizzati.”

“Ma quelli sono genitori!” – le risposi, stupita – “Dovrebbero essere loro a comandare!”

“Eppure è così!” – rispose con aria preoccupata.

Quando la smetteremo di fare da specchio alle paure dei nostri figli e ci trasformeremo invece in lampade che illuminano il cammino?

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...