Una riflessione


Siamo circondati da decine di notizie negative, che ci spingono a pensare che tutto fa schifo, che ovunque ci giriamo c’è corruzione e che non ci sarà salvezza da nessuna parte.
E se la smettessimo?
E se, preso atto del male che esiste intorno a noi, questo cessasse di essere un alibi per crogiolarci nel nostro guscio di certezze?
Se, finalmente, dopo anni di paralisi, cominciassimo a fare qualcosa, ognuno nel suo piccolo, a partire dal pianerottolo di casa?
E’ facile indicare ciò che non va. Cominciamo NOI a fare ciò che c’è da fare.

Forse non è una illusione quella di sperare che qualcuno ci seguirà e riusciremo ad essere maggioranza.

Costruttiva e non distruttiva.

Annunci

C’è qualcuno che ha l’umiltà di dire: “Mi vergogno per quello che sta succedendo.”?


Qualche mese fa la Corte Costituzionale ha accettato il ricorso presentato contro il blocco degli stipendi degli alti magistrati, blocco che era nato dall’esigenza del governo Monti di imporre risparmi alle spese statali. Quei provvedimenti imponevano un tetto a stipendi già molto elevati – parliamo di molte migliaia migliaia di euro al mese, non di bruscolini.

Quella stessa Corte, tuttavia, qualche tempo fa ha giudicato ammissibile il blocco degli stipendi dei dipendenti statali, blocco che impediva gli aumenti (poche decine di euro) di stipendi che da anni relegano molti dipendenti dello stato a livelli di pura sussistenza, soprattutto in quelle famiglie in cui entra un solo stipendio.

Adesso, come si suol dire, al danno si è aggiunta una beffa, atroce. 

L’anno scorso a pochi privilegiati tra noi – e chi si era sentito escluso ne aveva sofferto – era stato concesso di recuperare i soldi congelati dal blocco delle retribuzioni degli anni scorsi. 

Questi pochi fortunati avevano ricevuto anche degli arretrati e, in un momento di così grave carenza di risorse in ogni famiglia, non solo avevano visto aumentare lo stipendio, ma avevano messo da parte anche un gruzzoletto.

Non solo: gli scioperi contro il governo di tutta la categoria, contro l’immonda politica del governo, erano stati bloccati, a fronte di questa “vittoria” della lotta sindacale.

E’ di questi giorni la notizia che non solo gli aumenti di stipendio concessi verranno bloccati, ma ci sarà, per i poveretti che hanno goduto di un aumento “indebitamente” percepito, una trattenuta di 150 euro sugli stipendi futuri.

I sindacati, hanno miagolato con i soliti “duri” comunicati. 

Ma, chi glielo spiega a questi poveretti che dovranno ridare indietro tutti quei soldi, ai pazzi che magari – azzardo assurdo di questi tempi – avevano approfittato del periodo di vacche grasse per comprarsi una macchina a rate o per mandare a studiare i figli all’università?

Nessuno prova vergogna per questa oscenità?

 

una riflessione di Giorgio Simonelli


“Se non sbaglio – e vorrei sbagliarmi – è tuttora in vigore quella norma che decurta dallo stipendio degli insegnanti il primo giorno di malattia. Si tratta di una norma nata nel delirio brunettiano sui fannulloni e ovviamente accolta con piacere dal duo Gelmini-Tremonti, una norma oscena, indegna di un paese civile, una cosa che grida vendetta, che merita ampiamente tutte le possibili forconate e dovrebbe sparire immediatamente dalla vita scolastica per occupare un posto solo nella pattumiera della storia, come ricordo di un’epoca buia. Ecco, Renzi, ora che è il responsabile del maggior partito della maggioranza di governo, nonché della sinistra, chieda subito di cancellarla quella norma, lo faccia senza indugio, senza se e senza ma, senza fare chiacchiere ma dimostrando con i fatti che idea ha della scuola.”

Giorgio Simonelli

Il ministro Carrozza deve ascoltare la base ( II parte)


E’ indispensabile rimotivare la base, il corpo docente, che pure è in larghissima parte molto motivato. solo che in questi ultimi anni è stato scientemente privato del suo orgoglio, goccia a goccia, come nella nota tortura cinese.

Forse quello che ci ha tenuto a galla in questi anni è stato sapere che poi ad un certo punto si entra in classe, e lì è davvero un’altra cosa, quasi sempre. Ma non basta.

Chiedo che venga data una sforbiciata alle incombenze burocratiche. Stanno soffocando i docenti. Sono usate come manganelli e danno l’impressione di vivere in uno di quei racconti di Checov, in cui a dominare è una burocrazia cieca ed ossessiva

Chiedo che vengano eliminate parole come assi, valorizzazione delle eccellenze, misurazione: parole, appunto, che sono solo tristi fondali dietro i quali spesso c’è il vuoto assoluto.

I ragazzi, le scuole, non si misurano; comunque, prima viene la persona e poi, solo poi, vengono i numeri.

Chiedo anche che, se esiste un solo docente che ha capito – ed è in grado di spiegare a tutti gli altri – cosa significa esattamente la parola “competenze”, venga premiato in una pubblica cerimonia, con tanto di fanfara al seguito.

La gran parte di noi è stata obbligata a seguire corsi di formazione ad hoc, (spesso mascherati da collegi dei docenti), ha annuito facendo finta di capire, ma rischia di finire nella tomba senza aver realmente compreso di cosa si stia parlando.

Ci venga restituito, per favore, il gusto di fare quello che facciamo, il tempo per studiare, la possibilità di partecipare ad aggiornamenti veri, non a palchi concessi al “formatore” di turno, legato a cricche e consorterie, che fa passare per oro colato delle vere e proprie ovvietà, senza che nessuno degli stremati uditori abbia il coraggio di alzarsi e dire:

“La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”

 

Il ministro Carrozza deve ascoltare la base


Proprio ieri il ministro della Pubblica Istruzione Carrozza ha dichiarato che sente su di sé il malcontento che impera nella scuola.

Ha ragione.

Noi docenti siamo pieni di amarezza. A tal punto che siamo ormai quasi aggressivi nelle nostre reazioni.

Ma non c’è da spaventarsi. A mio avviso c’è una sola cosa che il ministro possa fare: ascoltare. Ma dovrebbe farlo sul serio, senza la mediazione di staff e di addetti-stampa. 

Dovrebbe davvero sentire la nostra voce. Facendo di persona un giretto nelle scuole, magari in incognito, come qualche anno fa capitava di fare al re di Giordania, che di tanto in tanto usciva da solo a farsi un giretto per sondare l’umore dei suoi sudditi. 

Dovrebbe incontrare dal vivo gli insegnanti, non i dirigenti o i provveditori. Lì troverà solo voglia di fare carriera e dunque parole spesso vuote e altisonanti. No: dovrebbe parlare, come si diceva una volta, con la “base”.

Certo, all’inizio ne rimarrebbe spaventata. 

Da anni siamo sottoposti ad angherie senza fine. Prima ci hanno pensato i vari ministri che l’hanno preceduta, tagliando in modo insensato, spesso senza avere alcuna competenza in materia, comprimendo la dignità delle persone a tal punto da inebetirle e renderle mansuete solo in virtù del terrore indotto: lo spettro del licenziamento.

Non contenti di questo, i responsabili del ministero hanno creato in laboratorio figure di dirigenti scolastici che hanno portato nella vita degli insegnanti una parola che in precedenza era semisconosciuta: mobbing.

Tali dirigenti si sono fatti strada nelle scuole utilizzando in modo ossessivo una parola-chiave: “normativa”, il feticcio dietro il quale è stato nascosto di tutto, ma soprattutto il disprezzo per i diritti degli individui e per la lettera del contratto di lavoro.

Avendo anni e anni di precariato alle spalle, ho lavorato in molte scuole; in alcune di esse, fino a sei-sette anni fa, c’era un clima positivo, magari fatto di competizione e rivalità, ma sostanzialmente positivo. 

In una delle ultime, la più amata da me, l’arrivo di una figura di dirigente “nuovo modello” ha letteralmente ammazzato la voglia di collaborare, la serenità del corpo insegnante: non si riesce a trovare una sola persona, tra quelle che lavorano in quella scuola, che si dichiari soddisfatta di essere lì. E questa situazione sta uccidendo l’istituto. 

Tutti vorrebbero fuggire da un’altra parte, ma il problema è che ormai tutte le scuole, o quasi sono infestate da persone che credono di gestire gli istituti che gli sono stati affidati quasi come fossero dei feudi. E anche stavolta Carlo Magno non sembra aver capito la gravità della situazione che ha creato. 

 

Blocco degli stipendi


A sentire quello che viene pubblicato su internet, la Corte Costituzionale ha ritenuto legittimo il blocco degli stipendi degli statali, anche di quelli dei docenti, dunque. Siamo inchiodati a retribuzioni da mera sopravvivenza.

Ma… Sbaglio, o i giudici costituzionali quando è stato il loro turno del blocco degli stipendi, hanno fatto ricorso e (guarda caso…) hanno anche vinto?

Corsi e ricorsi storici…

 

Gelmini e dintorni


“La Gelmini essendo tuttora membro della Camera dei deputati, deve firmare spesso fogli che alcuni suoi colleghi di partito le presentano. In molti hanno notato che la Gelmini firma i fogli con una croce.”

Gianni Boncompagni

(… noi insegnanti ci eravamo già accorti da tempo che è analfabeta, ma purtroppo questa persona così poco competente ha potuto rendere la scuola un cumulo di macerie, senza che nessuno alzasse un dito. Credo che sia stata messa lì per sfregio: Berlusconi aveva bisogno di umiliare un mondo in gran parte da sempre critico verso il potere ed ha spedito a capo del ministero una donna che, come curriculum, poteva vantare solo il fatto di essere un’assidua frequentatrice di Arcore. E ho detto tutto…)

A questo punto, siamo del gatto…


Si fa un gran parlare di valutazione degli insegnanti, in questi giorni. Spesso a sproposito.

E’ stupefacente vedere come molti si improvvisino “esperti” di didattica, magari senza aver mai trascorso un solo giorno in un’aula in tutta la loro vita, senza aver mai annusato nemmeno una volta l’odore di un gruppo di giovani all’ultima ora di lezione.  

Io sono d’accordo  sul fatto che gli insegnanti debbano essere valutati. E’ necessario, addirittura urgente, anche per noi.

Bisogna essere molto sinceri: quasi tutti gli insegnanti fanno il loro dovere, ma tra di noi ci sono molte persone che non lavorano affatto, che sono impreparate, che odiano il mestiere che fanno e si vede.

Un controllo sarebbe urgente, anche se mi sento di avere un filo di scetticismo in proposito.

Anni fa lavoravo in una scuola nelle aule della quale – all’insaputa degli insegnanti, dei ragazzi – furono collocate delle microcamere per via di un’indagine relativa ad un traffico di droga. Le indagini si conclusero con degli arresti, ma la cosa più incredibile fu che, dalle riprese, di cui poi fu informato il Preside, venne fuori che uno dei nostri colleghi, ogni volta che entrava in classe, si limitava a leggere il giornale. Sistematicamente.

Ora penserete: “Beh, ci sarà stata un’azione disciplinare nei suoi confronti?!”

Due anni dopo era Preside. E ho detto tutto.

 

Situazioni paradossali a parte, a volte noi stessi avremmo bisogno di un aiuto, di un consiglio, ma dobbiamo cercare sostegno in colleghi più anziani e stimati, perché nessuno ci dà una mano. Avremmo bisogno di qualcuno che abbia le giuste competenze per guidarci. 

In Francia gli insegnanti sono affiancati dallo stesso ispettore per tutta la carriera: così il docente sa di avere un punto di riferimento stabile, oggettivo e, soprattutto, terzo.

E già, perché è questo il punto dolente: chi dovrebbe valutarci?

Se viene dall’interno della scuola in cui si lavora, allora, come si dice dalla mie parti, “siamo del gatto” (dal punto di vista del topo), cioè, siamo rovinati.

Quasi tutti gli istituti ormai sono dei luoghi in cui i dirigenti impongono la loro interpretazione delle norme e non intendono accettare visioni diverse, pena l’emarginazione, il dileggio, il mobbing.

Intorno alla dirigenza si creano vere e proprie corti neroniane, che tendono a favorire solo chi si uniforma al verbo che promana dal vertice, mentre i reietti, i reprobi, vengono progressivamente e nemmeno tanto sottilmente ostacolati.

Chi dovrebbe valutare chi, allora?

Dipende dall’obiettivo che si intende raggiungere.

Se si cerca la qualità e l’imparzialità, allora il personale ispettivo deve essere esterno, altrimenti, se si punta ad umiliare ancora di più chi lo è stato già in questi ultimi tempi, si ricorra ad organi interni a ciascun istituto.

Ma allora, davvero, saremo del gatto.

La politica dello struzzo non paga


Nei miei viaggi di pendolare mi metto spesso a chiacchierare con una collega – Anna – che, come me, insegna in un istituto superiore del capoluogo di provincia.

Ieri, al ritorno – sarà stata la stanchezza dopo la mattinata – se ne stava seduta sul sedile dell’autobus mogia mogia.

Le ho chiesto se tutto fosse a posto.

“Lascia perdere!” – mi ha detto, scuotendo la testa. Alla fine sono riuscita a farmi raccontare cos’era accaduto.

Nella sua scuola quel giorno era prevista l’assemblea d’istituto. Il dirigente della sua scuola ha obbligato tutti i docenti a partecipare.

“Ma non può! Perfino sulle pagine di istruzione.it c’è scritto che i docenti non possono essere obbligati a partecipare alle assemblee d’istituto!” – le ho ribattuto.

Il dirigente, però, è stato irremovibile. 

Nonostante lei fosse febbricitante, l’ha costretta ad andare all’assemblea, che si svolgeva in un palazzetto dello sport che avrebbe messo freddo anche ad un pinguino. Anna gli ha chiesto – quasi implorando – di poter restare a scuola, perché non si sentiva bene. Niente da fare. Il punto era da mantenere. A tutti i costi.

“Sai cosa ha risposto? Mi ha detto di prendermi un giorno di malattia! Qui siamo alla follia!”

La cosa che l’ha addolorata di più – però – è che sa bene che sarebbe giusto fare di questa prevaricazione un momento di lotta. Se tutti i colleghi  facessero notare al dirigente che non ci si comporta così, forse certe prove di forza smetterebbero di esistere. 

“Nessuno dei colleghi mi seguirebbe. Hanno paura. Quel dirigente è terribilmente vendicativo e sanno bene che gliela farebbe pagare… In effetti questa per me è una punizione che lui mi ha sadicamente inflitto, perché qualche settimana fa gli ho ricordato davanti a tutti che le riunioni per gli organi collegiali vanno convocate con almeno cinque giorni di preavviso… Mi aveva già detto che me l’avrebbe fatta pagare…”

Che dire della pochezza di certe persone? Meglio sorvolare.

Quello che addolora, invece, è constatare che abbiamo perso la voglia di lottare, che chi prova a chiedere il rispetto per i propri diritti (che sono anche i diritti di tutti) si ritrova spesso isolato dai colleghi, che “non vogliono guai”. 

Il vero guaio è, invece, che, a forza di ragionare così, abbiamo permesso che l’arbitrio fosse l’ago della bilancia della nostra condizione di lavoratori, senza sapere che mettere la testa sotto la sabbia espone a rischi ben più gravi di quello che si sarebbe voluto evitare.

 

Zona di rispetto


Una delle cose più complicate da ottenere per un insegnante è quella di interessare i suoi alunni al  mondo che li circonda: la politica, l’economia, i fenomeni della società.

Eppure, a quanto si dice, i nativi digitali sono direttamente connessi col flusso della realtà, la osservano, per così dire, in tempo reale.

Se però il povero docente prova ad interrogarli su ciò che si muove accanto a loro, sgranano gli occhioni proprio come se ne sentissero parlare per la prima volta.

Ma allora, a quale realtà sono connessi?

A mio parere, molto spesso è una porzione di realtà, quella che, come capita per una albero, potremmo chiamare “zona di rispetto” e che, per dirla con uno slogan rimasto famoso, ruota tutta intorno a loro.  

Il resto del mondo non conta: è importante comunicare col gruppo, con qualche “amico di amico”, ma tutto finisce lì. 

Autoreferenzialità allo stato puro.

Basti guardare come amino postare su facebook foto in cui non è riflesso il mondo, ma si tratta di autoscatti, di specchi in cui essi si riflettono all’infinito.

E’ un’osservazione che mi è balzata evidente agli occhi questa primavera, quando una delle mie classi è partita per una gita in Spagna. 

Tra le foto pubblicate durante il viaggio quasi nessuna riguardava paesaggi, o monumenti, che pure abbondano da quelle parti, ma quasi tutte erano costituite da individui o gruppi che ammiccavano, magari con la bocca a culo di gallina, verso un ideale gruppo di fans.

Se le cose stanno così, è logico che spesso i ragazzi non sappiano che cosa succede oltre la zona di rispetto.

E invece l’insegnante li deve trascinare fuori da quest’ombra rassicurante, ma priva di consistenza e di utilità. 

Deve obbligarli a capire che oltre il loro Ego c’è qualcosa e che quel “qualcosa” è una realtà concreta, spesso fatta di avvenimenti per nulla piacevoli, anzi, sempre più spesso, sgradevoli.

Per ottenere questo interesse deve portare in classe la concretezza delle cose, deve far leggere molto, per lo più articoli di giornale, e lo deve fare spesso.

Basta partire da argomenti interessanti: scoperte scientifiche, strane teorie sociologiche (i sei gradi di separazione, la teoria delle finestra rotta ecc.). Piano piano si può passare a cose più “pesanti”: la politica, l’economia…

In breve si può ottenere un pubblico di lettori abbastanza appassionato e contento di leggere cose che riguardano il mondo là fuori. E il fatto che si interessino, si verifica ogni volta.

Tuttavia da qualche tempo tutto questo cozza contro le politiche di revisione della spesa, che hanno tagliato drasticamente la possibilità di fare fotocopie.

In questo possono venire in aiuto tablet e smartphone, anche se bisogna attingere a fondi personali e non tutti hanno le risorse per acquistare le nuove tecnologie.

Ma vale davvero la pena.