Un altro mattone sul muro?


Tra noi insegnanti a volte circola una battuta, quasi un luogo comune: “Le classi sono come i figli, ognuna ha una diversa personalità!”

Come in tutti i detti popolari, senza voler per questo generalizzare, anche in questa affermazione c’è del vero: non esiste una regola universale da applicare indiscriminatamente ad un gruppo di ragazzi, è necessario riuscire a capire prima come esso reagirà agli stimoli, non solo di natura didattica, ma anche emotiva.

In questi ultimi lustri, tuttavia, ho notato una cosa: i ragazzi sono sempre più difficili da toccare nel profondo.

Sono gentili, quasi sempre educati, sorridono, ma sono un po’ come le lumache e quindi, appena li si tocca da vicino, si nascondono nel guscio. 

Fanno muro.

Un insegnante che abbia alle spalle appena un po’ di esperienza sa di cosa parlo.

A volte si ha l’impressione che tra il docente a la classe ci sia una lastra di vetro antiproiettile: lascia vedere appena ed è impenetrabile. Anche agli stimoli forti.

Basta osservare i diversi comportamenti che i ragazzi hanno quando sono da soli o non sono nel contesto di una lezione: esseri del tutto diversi dagli involucri che siedono con compostezza sui banchi.

Molto spesso è necessario un lavoro di mesi – se non di interi anni scolastici – per vincere la loro diffidenza. A volte si fallisce, nonostante tutti gli sforzi. A me è capitato spesso.

Credo che molti abbiano paura dell’affettività – intesa come espressione di un rapporto umano che può e dovrebbe crearsi tra persone che trascorrono insieme tante ore a settimana.

E’ tutto lì il problema: c’è un potenziale muro fin dal momento in cui l’insegnante mette piede per la prima volta in quella classe.

E’ un muro già pronto, poiché i rapporti con gli adulti spesso sono deludenti per i ragazzi. Troppi genitori mancano di autorevolezza, troppi insegnanti dimenticano di essere tali e si propongono come gli amici che non dovrebbero mai essere.

E intanto i mattoni ricominciano ad essere disposti in una nuova fila.

Quello che bisogna evitare è che questo muro cresca fino al punto che non si riesca più a percepire quello che c’è dall’altra parte. In parole povere, è necessario mantenere viva la comunicazione.

Il guaio è che in situazioni come questa non è facile applicare una ricetta pronta. In realtà non c’è.

Mi sono trovata spesso a pensare che l’insegnante è come quegli esseri della mitologia greca: è composto per metà da un domatore e per metà da un istrione.

Questa è forse la parte più difficile: autorevolezza e spirito di improvvisazione, senza esagerare in un senso o nell’altro. 

“Tenere” la classe senza usare la frusta, che deve rimanere solo un personaggio  che sta in scena, ma non interviene mai, ma anche riuscire ad attrarre il gruppo, solo in virtù di ciò che si ha da dire, senza sforare nel narcisismo in modo plateale.

Solo così i mattoni smetteranno di crescere.

 
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