Non uno di meno, ognuno a seconda dei talenti che possiede


‏Nella scuola di Luca dalla prossima settimana si comincia con le due famigerate e temutissime settimane del recupero: sospensione del giorno libero per tutti i colleghi, orario rivoluzionato, gruppi classe smembrati, caos in giro per la scuola, dal primo all’ultimo minuto.
‏Per fare cosa? Per riuscire a mettere insieme le ore per i corsi di recupero, che riguarderanno, però, solo le materie di indirizzo (per tutte le altre è stata ideata la fumosa formula dello “studio individuale”, come a dire: “Vedete un po’ di cavarvela da soli ed incominciate a studiare, una buona volta, perbacco!”).
‏”Una cosa folle!” – mi ha detto Luca l’altro ieri, quando ci siamo incontrati al bar – “noi docenti dovremmo fare i corsi di recupero a gruppi di circa trenta persone: come si fa a lavorare seriamente sulle difficoltà di trenta persone?”
‏In effetti la situazione si fa sempre più difficile: non ci sono risorse per curare con la dovuta attenzione le carenze.
‏”La scuola verrà messa a soqquadro per due settimane e non servirà assolutamente a nulla, capisci?” – ha aggiunto Luca, sconsolato.
‏È vero.
‏I vari istituti devono dimostrare (le famose “carte”) di essersi attivati per il recupero delle carenze, tuttavia non sono in grado di far partire corsi a pagamento da svolgere di pomeriggio, con piccoli gruppi di alunni, visto che in cassa non ci sono soldi.
‏Si è quindi obbligati ad organizzare le attività di mattina.
‏E allora giù con la fantasia al lavoro, poiché, mentre i “somari” sono impegnati nei corsi mattutini, bisogna pur far fare qualcosa agli altri. Ma a quel punto sono le aule, a mancare.
E allora via, con visite guidate, tornei in palestra, soste nei laboratori, orientamento universitario, conferenze tenute da esperti. Bisogna spostare altrove tutti gli altri.
‏Perché fare questo? Qual è il senso?
‏La mente malata dei gelminiani ha partorito l’assurda espressione “valorizzazione delle eccellenze”, intendendo con ciò l’idea che chi è bravo deve essere “premiato”, deve approfondire, deve risaltare, il che contiene il nucleo di un’ideologia distorta e aberrante, tendente a creare “sommersi e salvati”, carenti ed eccellenti, quasi ci fosse un destino già segnato, in grado di tracciare un percorso luminoso per gli “eccellenti”, condannando inesorabilmente gli altri al mare magnum del grigiore.
‏La “valorizzazione delle eccellenze” ha in sé anche tracce dell’ideologia fascista, un’idea verticistica della società, inaccettabile per una scuola pubblica, che dovrebbe agire in base al semplice assunto del “non uno di meno”, ognuno in base ai talenti che possiede.
‏Non illudiamoci, poi: le cosiddette eccellenze non sono quasi mai un merito della scuola, si tratta molto spesso di talenti naturali che l’istituzione dovrebbe solo assecondare, mentre a volte, non riuscendo ad inquadrarli in schemi fissi, l’istituzione riesce solo a deprimerli.
‏Il lavoro difficile è con tutti gli altri, i normali e quelli che arrancano, cioè, la gran parte degli alunni. È lì che c’è da lavorare duro, è con loro e per loro che dovrebbero essere spese le risorse.
‏E si torna sempre lì: alle risorse che mancano.
‏(“Nella mia scuola non ci sono più rotoli di scottex per asciugarsi le mani e le bidelle ci hanno consigliato di portarci da casa, oltre a quelli, anche la carta igienica!” – ha detto scherzando Laura quella stessa mattina, mentre sorseggiavamo un orzo caldo.)
‏Ma una scuola che è capace solo di sottrarre risorse a se stessa, che non riesce a valorizzare il lavoro, quello sì eccellente, di tanti insegnanti, anzi li mortifica ogni giorno di più, come riuscirà ad andare avanti?

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