Immagina, puoi?!


Un articolo pubblicato oggi sul sito online de La Tecnica della Scuola parla del licenziamento im-possibile dei docenti italiani. Eh, già! Gli insegnanti sono attaccati alle loro sedie scalcinate con l’attack e non c’è verso di cacciarli via!

Pare che invece al nuovo ministro della Pubblica Istruzione l’idea di dotare i dirigenti scolastici di poteri di assunzione e licenziamento piaccia molto.

E allora proviamo ad immaginare, come dice il giornalista nell’articolo.

Immaginiamo che ci sia un docente che fa bene il proprio lavoro.

Immaginiamo che però non sia tanto bravo a pubblicizzarsi.

Immaginiamo che non sia tanto produttivo, in quanto a progetti da proporre in Collegio Docenti, ma si limiti a svolgere in modo scrupoloso il suo lavoro in classe, incurante di ricchi premi e cotillons.

Immaginiamo che politicamente sia dalla parte opposta del Dirigente.

Immaginiamo che il docente in questione si ritrovi spesso a chiedere rispetto per le norme del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e che si ritrovi a fare – anche solo per se stesso – quel lavoro che i sindacati non fanno più da decenni.

Immaginiamo che il povero insegnante manchi del senso della diplomazia, cioè non sappia fare uso di lingua felpata, non allisci il pelo del dirigente, non sia servile, eviti accuratamente di fare anticamera di fronte alla presidenza, non provi in alcun modo ad ingraziarsi la benevolenza di chi è più in alto di lui con moine o apprezzamenti esagerati sulle capacità dirigenziali del capo.

Immaginiamo – se ne esiste uno – un dirigente permaloso, che sia tutto preso dall’affermazione del suo ruolo, che non tolleri critiche al suo operato, che spenda male parole contro chiunque dissenta, che sia capace di distorcere a suo favore la lettura delle norme, che inventi interpretazioni delle stesse norme a suo uso e consumo.

Dotiamo – ora – questo essere immaginario di superpoteri: che possa – finalmente – licenziare, assumere a suo piacimento.

Zac!

Quale fine potrebbe mai fare il docente di cui si parlava poc’anzi?

Immagina, puoi?!

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Il cappotto


Una decina di anni fa ero ancora una precaria con contratti che partivano a fine agosto e spesso terminavano a fine giugno.
Il problema di come mettere assieme pranzo e cena nei mesi di sospensione del contratto era sempre presente, ma, bene o male, tiravo avanti.
Quell’anno in particolare ero riuscita a risparmiare qualche soldino ed avevo deciso che – come premio – mi ero meritata un bel cappotto nuovo.
Ricordo che passai diverse settimane ad immaginare come sarebbe stato, pensai al colore, al taglio, alla stoffa. Sì. anche io sarei stata una elegante professoressa con indosso quel capo così bello. Perché una cosa era certa: sarebbe stato bellissimo! Rosso, oppure color cammello? Sarebbe stato troppo serioso?
Poi si avvicinarono le settimane dei contratti e noi precari cominciammo a consultarci l’uno con l’altro sulle ultime novità.
“Hai sentito l’ultima?”
“No! Cosa?”
“Hanno ammesso di nuovo i corsi di perfezionamento. Daranno tre punti.”
“Va bene, ma io non voglio saperne!”
Quegli orribili corsi di perfezionamento a distanza, che costavano un occhio della testa, ma consentivano di guadagnare ben tre punti, mi facevano orrore al solo pensiero.
“Sei sicura? E se il tuo vicino di graduatoria ne facesse uno?!”
Maledizione! Non ci avevo pensato! Certamente quel tizio ci avrebbe fatto un pensierino, visto che ci separavano solo due punti.
“No! Ma non è giusto!”
Morale: quell’anno mi toccò il supplizio di iscrivermi a quel corso. Una presa in giro totale! Dispense dai contenuti ridicoli. Esercitazioni a distanza risibili.
Non mi venne affatto da ridere a pagare i 500 euro che pagai, anche perché, contemporaneamente, la trama del mio desiderato cappotto cominciò lentamente a sfaldarsi, fino a quando sparì del tutto.
Addio sogni di eleganza!
Non potevo permettermi entrambe le cose. Mi arrabbiai molto, ma dovetti fare di necessità virtù.
Qualche tempo dopo mia rabbia aumentò a dismisura, quando leggendo le referenze dell’istituto che organizzava i corsi a pagamento, vidi la sigla della Compagnia delle Opere.
“Ma come?” – mi chiesi – “La Compagnia delle Opere non è vicina a Comunione e Liberazione, movimento al quale è vicinissima la ministra Moratti che – guarda caso – aveva di nuovo autorizzato i corsi di perfezionamento a distanza?”
Eh, già. Era proprio così.
Preferisco tagliare fuori dal testo gli improperi che ne sono seguiti.

Acido Cloridrico


Chi mi legge, anche di tanto in tanto, lo sa: il mio collega Paolo è meglio di “oggi le comiche”. Nella sua scuola c’è un dirigente pestifero, che non perde occasione per mortificare le persone.
“Ti lamenti troppo!” – gli ho detto qualche giorno fa – “sai bene che nelle scuole è una condizione diffusa, ormai.”
“È insopportabile! Odioso!”
“Altrimenti non lo avreste soprannominato Acido Cloridrico, credo! Però sono sempre del parere che vi lamentiate troppo!”
“Perché non sai che cosa ha combinato in consiglio di classe l’altro ieri! La collega Gilda ha quasi avuto un mancamento!”
Insomma, qualche giorno fa, durante un consiglio di classe il nostro Acido Cloridrico ha pensato bene di prendersela con la docente di letteratura italiana, dicendole in modo sgarbato che i suoi metodi erano antiquati, che lo studio della letteratura è ormai superato, che è necessario semplificare, perché i ragazzi di oggi vogliono lezioni ridotte all’osso e in classe non devono annoiarsi.
“Le ha detto che ormai il modo giusto per fare lezione è attraverso le slides! Anzi: che l’insegnante migliore è quello che ha una capacità di sintesi tale da uguagliare il testo di una slide!”
“Come fa a sapere cosa è meglio fare in classe, se il tuo dirigente non ha mai insegnato per un solo giorno nella sua vita? – gli ho chiesto.
“Ormai avrai capito come è fatto, no? Se prende una cantonata non lo smuove più nessuno, nemmeno se rasenta il ridicolo, come quest’estate, quando ha fatto ridere tutti i presidenti delle altre commissione d’esame, visto che pretendeva di organizzare turni di sorveglianza durante la terza prova, che, secondo la normativa, prevede la presenza per tutto il tempo della commissione al completo.”
“Va bene, ma cosa è successo poi?”
“La collega Gilda è diventata tutta rossa, ha provato a replicare qualcosa, ha girato lo sguardo intorno, cercando appoggio negli altri docenti, ma quasi tutti avevano gli occhi bassi…”
“È rimasta isolata. E tu? Non hai detto niente?”
“Non appena ho aperto bocca, il nostro Acido Cloridrico mi ha detto senza mezzi termini di farmi gli affari miei, gli altri, poi, hanno cominciato a sbuffare, perché il consiglio così rischiava di dilungarsi troppo e la polemica è finita lì”
“Certo che è dura!”
“Già. Il clima è pessimo. Come si fa a lavorare sereni con gente come questa?”

Meritocrazia


Leggevo proprio oggi su facebook l’intervento di una collega che parlava di meritocrazia.
Diceva di temere l’arrivo della meritocrazia nella scuola, per le sue conseguenze nefaste non solo sul corpo docente, ma anche per le ricadute a livello educativo. (Perché inevitabilmente anche i ragazzi risentirebbero di questo nuovo modello imposto alla scuola)
Penso che avesse perfettamente ragione.
La meritocrazia non deve avere nulla a che fare con la scuola.
Sono convinta, e l’ho già detto più di una volta, che tra noi docenti ci sono parecchie persone che non hanno voglia di fare questo mestiere e che meriterebbero, quelle sì, di essere in qualche modo sanzionate.
È vero, ci sono molti che dovrebbero ricevere maggiori gratificazioni per il lavoro che fanno.
Il problema è il seguente: CHI dovrebbe stabilire chi è sommerso e chi è salvato?
I Dirigenti? Ma non fatemi ridere! QUESTI dirigenti?
Ma se hanno già l’atteggiamento di un feudatario che regge in modo dispotico il territorio che gli è stato assegnato, come si può pensare che possano decidere in modo sereno chi merita gratificazioni e chi reprimende? Già mi immagino le processioni di clientes davanti alla porta della Presidenza!
I dirigenti già oggi sono circondati da adulatori, come si può credere che riuscirebbero ad essere oggettivi?
Vogliamo scommettere su chi risulterebbe un buon insegnante alla fine dell’anno?

Suk


Ogni volta che penso al ministro Berlinguer, mi viene un moto di rabbia.
Già, perché è a partire dal suo ministero che le cose per la scuola e l’università hanno cominciato la loro discesa verso il basso, o comunque sono cambiate in modo del tutto negativo dal punto di vista della qualità.
Berlinguer è stato l’ennesimo ministro della Pubblica Istruzione arrivato dall’Università, ignaro dei più elementari meccanismi alla base del funzionamento della suola superiore; una volta insediatosi, ha applicato ricette giunte da chissà quale pensatoio, ben lontano dalla quotidiana realtà scolastica.
È a lui che è venuto in mente l’orrendo concetto di Piano dell’Offerta Formativa, che ha trasformato il mondo di chi crea cultura (Scuola ed Università) in un gigantesco suk.
Molti di noi conoscono bene il rito dell’orientamento e parecchi hanno fatto da accompagnatori della classi quinte della scuola secondaria superiore durante le giornate organizzate dalle università.
Qualche anno fa mi è capitato di fare da accompagnatrice ad una quinta; siamo andati alla Fiera di Roma e forse, come si dice in latino, anche in questo caso, nomen omen: una gazzarra incredibile, una fiera, appunto.
Eravamo circondati da stand, da cui si protendevano hostess, tutte prese dall’incombenza di distribuire gadget, depliants, cartelle colorate. Intorno una ressa di persone pronte ad accaparrarsi penne colorate e specchietti.
Un suk.
Ne sono uscita sconvolta.
Era questo il modo di avvicinarsi all’università? Si può scegliere il proprio futuro influenzati da una messa in scena stile “carosello”?
Per gli istituti superiori le cose non vanno certo meglio: ogni anno scatta la concorrenza all’ultimo cliente.
Bisogna rendere appetibile il Piano dell’Offerta Formativa.
È estremamente penoso vedere interi collegi dei docenti che cercano di escogitare “esche” in grado di attirare nuovi iscritti, assemblee che propongono nuovi indirizzi, quanto più possibile accattivanti, nati magari a scapito di altri, troppo “tradizionali”
“Ma lo sai che è successo nella scuola di Giuseppe?” – mi ha raccontato qualche giorno fa il mio amico Paolo – “durante il collegio dei docenti sono stati costretti a votare per un nuovo indirizzo – molto alla moda e “glamour”. Quando una collega si è al alzata per dire che, se fosse passata la proposta del Dirigente, lei, che lavorava su un indirizzo ormai vecchio e privo di “allure”, avrebbe perso delle ore e anche la titolarità sulla cattedra, il preside si è alzato inviperito e l’ha accusata di egoismo e di non capire la bontà della richiesta proveniente dall’utenza!”
Già.
Chi cerca di difendere il posto di lavoro diventa egoista, mentre è giusto entrare nell’agone della concorrenza, del “mercato”, nuovo dio in terra.
È il suk è ormai la nuova dimensione della formazione.

Educare alla complessità è una cosa semplice


Illustri studiosi, ben prima di queste righe, hanno affermato che bisogna educare alla complessità.

Il ragionamento è semplice: la struttura multiforme della realtà che ci circonda è un dato di fatto e per comprenderla dobbiamo avere ben chiara ogni sua parte, ogni piccola sfumatura. Si potrà poi procedere alla sua analisi scindendola in singoli aspetti, ma è l’insieme che non deve sfuggirci. E’ solo possedendo per intero la mappa che si può focalizzare in modo proficuo l’attenzione su un particolare. Se si possiede solo quest’ultimo, arriverà prima o poi il momento in cui ci sarà bisogno della visione d’insieme e, mancando la versatilità, mancherà la capacità di trovare relazioni, di osservare vari punti di contatto.

Questa è la nostra sfida, come insegnanti: educare i nostri ragazzi alla complessità. 

Questo significa andare decisamente controcorrente, rispetto alle ultime mode pedagogiche. Negli ultimi due decenni l’imperativo è stato sfoltire, semplificare, alleggerire. Sintetizzare.

Risultato? Abbiamo spesso sfornato gruppi di renitenti all’approfondimento, che di fronte al terzo passaggio di un ragionamento subito annaspano.

Qualche anno fa in sala professori mi sono imbattuta in un rappresentante di testi per la scuola. Voleva propormi un nuovo libro di geografia. Apro il volume, lo sfoglio. Era composto quasi esclusivamente di illustrazioni. 

So bene che in geografia l’apparato illustrativo è importante, ma quella volta mi parve francamente eccessivo.

“Ma non c’è un libro di testo che – appunto – contenga del testo, tra le tante illustrazioni?” – gli ho chiesto.

Mi ha osservato come una volta si poteva guardare una persona che avesse voluto conoscere il contenuto del terzo segreto di Fatima. 

Non capiva.

“Vorrei un libro che contenesse anche pagine di solo testo!” – ho continuato.

“Ma i ragazzi non lo sopporterebbero!” – ha spiegato con candore.

“E chi lo ha detto?” – ho chiesto.

“Lo dicono tutti. Sa com’è, coi ragazzi di oggi…” – ha concluso, come se stesse parlando di una biglia su un piano inclinato, che deve per forza scivolare giù.

Ho lasciato perdere la discussione e rinunciato a trovare il libro di geografia. Ma quella mattina mi sono resa conto che diventava sempre più urgente una battaglia a favore della complessità. 

Era “la battaglia” da fare, da quel momento in poi.

Sarà perché mi sono sempre sentita un bastian contrario, ho deciso che sarebbe stata la mia battaglia. 

Non riuscivo – e non riesco tuttora – a capire cosa ci fosse di ineluttabile. Basta partire dal principio che se si parte da un insieme complesso lo si potrà sempre semplificare, mentre è molto più faticoso il processo opposto.

Nello studio è la stessa cosa. 

Se si abituano i ragazzi a lavorare su concetti, problemi, complessi, (con l’aiuto dell’insegnante, se e quando serve) faranno certo un po’ di fatica all’inizio, ma diventeranno abilissimi poi a lavorare da soli, a cercare in modo autonomo le soluzioni. Abituarli alla semplicità. all’ovvio, al concetto sfrondato li spinge ad essere poco esigenti con se stessi, radica in loro che i risultati possono arrivare con poco sforzo.

E non è vero.

 

Il mondo della scuola è molto diverso da quello dell’università


 

 

Già a scrivere il titolo ho pensato: “Ma questa è un’ovvietà! Nemmeno La Palisse avrebbe osato tanto!”

A quanto pare, questa considerazione non pare tanto scontata a chi decide di nominare i Ministri della Pubblica Istruzione. C’è in effetti un’ostinazione che dà da pensare: o si affida il governo della scuola a persone che nella vita hanno fatto sempre altro (Moratti, Fioroni, Gelmini), oppure si scelgono professori universitari (Profumo, Carrozza) che forse hanno calcato per l’ultima volta le mattonelle di un liceo quando si sono diplomati.

Altro che Gentile o Croce!

Ad ogni cambio di governo è un cadere di braccia: nessuno che sappia nulla di noi, nessuno che abbia la curiosità di sapere davvero chi siamo.

In tutti questi anni nessuno si è preoccupato di fare una cosa banalissima come quella di una consultazione dei docenti – di tutti i docenti – su come pensano che si possa risolvere la crisi in cui l’istituzione è precipitata.

(D’altra parte, non possiamo ritenere rappresentativi i contatti stabiliti tramite i sindacati: negli ultimi due decenni i sindacati della scuola sono divenuti il paradigma del parassitismo e della pigrizia mentale elevati a stile di vita)

Il mondo della scuola è un macrocosmo a sé stante, realmente difficile da comprendere per chi non lo pratichi con una certa regolarità.

Eppure tutti i mestieranti della politica sentono di avere delle ricette in grado di “risolvere una volta per tutte” la situazione, o di “mettere in riga” questa massa informe di scansafatiche che sono gli insegnanti italiani.

Nessuno che abbia l’umiltà di dire: “Vogliamo ascoltare quello che avete da dire, le soluzioni che voi, che conoscete così bene il campo di battaglia, potreste proporre”.

Da decenni tutto passa sopra le nostre teste, che si sono fate via via più curve, volte verso il basso, mentre ci sarebbe stato bisogno di qualcuno che dicesse: “Sappiamo che siete un ingranaggio fondamentale della società ed abbiamo bisogno di voi. Vorremmo sostenervi, anche in questo momento di crisi.”

Invece di scuola si parla – e a sproposito – solo quando ci si ricorda che quello degli insegnanti è comunque un serbatoio di voti. 

Forse per troppo tempo soprattutto la sinistra ha contato sul nostro appoggio, in modo indiscriminato; ha abusato della nostra fiducia ed ha regolarmente tradito le nostre aspettative, da quelle grandi a quelle minuscole e puerili. 

Ha permesso, senza colpo ferire, che la Gelmini operasse la destrutturazione di quasi tutti gli indirizzi scolastici e li snaturasse profondamente. Ha permesso il taglio indiscriminato di posti di lavoro e non si è opposta.

Possibile che abbiamo una memoria a breve termine così sviluppata da aver atrofizzato quella a lungo termine? Ci ricorderemo cosa fare alle (ormai) prossime Europee?

 

Alchimie


In un intero anno scolastico capiterà non più di cinque-sei volte. 

Per il resto è un insieme di: “Rossi, smettila di chiacchierare, se no vengo lì e ti strozzo come  un gallinaccio!” o di: “Secondo voi quando spiego, lo faccio perché mi piace il soliloquio, oppure perché è importante che almeno una parte della classe segua quello che ho da dire?”

Però accade.

Non si può programmare, è un evento imprevedibile ed irripetibile a freddo, è come una congiunzione astrale e vai un po’ a sapere se e quando si verificherà di nuovo.

Ma accade.

E’ quando, all’improvviso, mentre stai spiegando qualcosa che nemmeno ti pareva tanto speciale, ti accorgi che tutti – tutti – ti stanno ascoltando. In quell’attimo potresti persino convincerli che gli asini là fuori stanno volando. 

Sono tutti attenti e seguono ogni parola che dici, seguono anche l’intonazione della tua voce.

Ogni volta che mi capita, io mi emoziono. Sì, non è esagerato, mi pare la parola giusta, mi emoziono.

Perché è così raro acchiappare i propri alunni, entrare in sintonia piena con loro, cavarli come ragni da quei buchi contorti che abitano di solito.

In questo caso anche loro – ad un certo punto  – si emozionano ed infatti, regolarmente, lo scemo della classe fa la sua battuta, tutti ridono per sciogliere la tensione, gli sguardi tornano bassi e sfuggenti.

Ma non sfugge a nessuno che l’alchimia si è creata e che c’è un punto, che è di nuovo scappato via, ma che forse tornerà – chi può saperlo? – un momento in cui le emozioni di tutti quelli che abitano la classe si incontreranno di nuovo.

Così, almeno, si spera.

 

Povera scuola! Cercano di demolirti in ogni modo!


Che la scuola sia ormai un edificio fatiscente, è evidente per tutti. Sono davanti ai nostri occhi i danni provocati a questo edificio da vent’anni di berlusconismo e dai decenni precedenti fatti di lassismo. Questi ultimi hanno troppo spesso consentito l’ingresso nel mondo della scuola a persone poco motivate, che hanno scelto questa professione per ripiego. Già, bisogna ammetterlo con onestà, tanti colleghi odiano il lavoro che fanno, entrano in classe e parte un conto alla rovescia: quello dei minuti che mancano al suono della campanella.
Lo dico spesso: deve essere una cosa atroce, trovarsi tra gli alunni e trovare insopportabile quello che si sta facendo, anche perché quelle anime perfide hanno le antenne sensibilissime e percepiscono in modo netto i sentimenti del docente che si trovano di fronte, reagendo all’ostilità con eguale ostilità.
A quel punto fare lezione diventa come essere cucinati a fuoco lento: insopportabile.
Il successivo arrivo dei berlusconidi al potere, tuttavia, ha comportato l’attuazione di un disegno preciso: la demolizione della scuola statale, da un punto di vista economico e morale.
Per un paio di motivi: il primo, quello dei costi.
Portatori di una visione del mondo di natura liberista, essi hanno visto in questo servizio pubblico – peraltro garantito dalla Costituzione, ma questo per loro è un particolare trascurabile – un costo da abbattere e dunque nel tempo sono state via via sottratte risorse vitali al l’organismo, fino allo sfaldamento di oggi, visto che nella gran parte delle scuole non ci sono più soldi nemmeno per acquistare la carta igienica.
Il secondo motivo è stato di natura politica.
Il nostro Cavaliere ha sempre disprezzato la cultura – non a caso nelle sue televisioni non c’è un programma culturale serio nemmeno a pagarlo oro – e fin dall’inizio sapeva di poter contare sull’ostilità aperta della gran parte del corpo docente. Non aveva dunque nulla da perdere: demolendo la scuola non avrebbe perso voti, visto che da quella parte – almeno inizialmente – ne aveva pochi.
La manovra, nel tempo si è fatta più sottile: complici le dissennate scelte operate in precedenza anche dal ministro Berlinguer (ma come mai divengono Ministri della Pubblica Istruzione sempre personaggi che non hanno mai messo piede in una scuola e non sanno, e non si preoccupano di sapere, come funziona questo mondo così complesso, se non per sentito dire?) nelle scuole sono entrati dei personaggi plenipotenziari (o che si credevano, e si credono, tali). A loro è stata data la definizione di “dirigenti scolastici”, perché nella nuova società del “merito” è così che si parla.
(Che poi sia difficile capire quali “meriti” avesse acquisito una come la Gelmini perché le fosse affidato un ministero delicato come quello dell’Istruzione è tutto da spiegare, ma, a onor del vero, è ugualmente difficile spiegare per quale motivo un medico come Fioroni sia stato insediato sulla medesima poltrona.)
Gli antichi – e mai rimpianti abbastanza – Presidi, spesso avevano a cuore la didattica, nel senso vero del termine, non sto parlando di quella vuota affabulazione con cui essa è stata sostituita da decenni di orrende “riforme”. Spesso essi erano per gli insegnanti dei veri e propri punti di riferimento, a volte riuscivano a consigliare i docenti meno esperti.
Raramente intorno a loro c’erano dei cortigiani, perché pochi percepivano il preside come una figura di potere, ma piuttosto come un “primus inter pares”.
Oggi non è più così. Il dirigente è un burocrate, che in qualche caso non ha insegnato nemmeno per un giorno e non è in grado di capire la complessità del lavoro del docente. A volte ci si trova di fronte ad individui che godono a comportarsi da tiranni irragionevoli, che distorcono la lettera del CCNL, solo perché hanno deciso che il rispetto delle norme non fa per loro.
Tutto questo perché il disprezzo delle norme è stato elevato a sistema, da Berlusconi, dalla Gelmini e, dispiace dirlo, anche da quella parte della sinistra che nel tempo ha preferito essere più realista del re, piuttosto che ritornare ad una scuola vista come struttura democratica.

L’Etat c’est moi, ovvero la scuola alla corte del Re Sole


Ieri, durante l’ora di buco, ho fatto una passeggiata in centro, poco prima di trasferirmi da un plesso all’altro della mia scuola. Mentre sbocconcellavo per strada un po’ di pizza, ho incontrato Giulia, una collega di storia dell’arte. Anni fa ci siamo trovate ad insegnare insieme, in un liceo non lontano dal capoluogo, durante il nostro infinito precariato.
“Beata te!” – ha esordito – “con la tua dirigente, tu sì che stai bene!”
“Che vuoi dire?” – ho chiesto.
“Il nostro ci sta facendo impazzire! Si rifiuta di concedere permessi per motivi personali e crea enormi problemi anche per le ferie!”
Che accade nella scuola di Giulia?
Il suo dirigente si rifiuta di concedere i permessi personali – che pure sono un diritto sancito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro – per di più, per la concessione delle ferie, pretende che quelli che sostituiscono la persona assente debbano essere necessariamente della stessa classe.
Questo modo di agire è chiaramente una forzatura della norma, che prevede ben altro. Il dirigente non può entrare nel merito, a proposito di permessi per motivi personali. Al massimo può chiedere l’autocertificazione, ma non può negare la concessione del permesso stesso. Per quanto riguarda le ferie, pure queste un diritto, non sta scritto da nessuna parte del contratto che a sostituire il collega assente debbano essere docenti appartenenti alla stessa classe.
È ormai chiara una cosa: i dirigenti di ultima generazione cercano sempre più di forzare la lettura delle norme.
Dirò di più: credo che siano stati istruiti scientemente in questo senso, in base ad un calcolo preciso.
Se ogni giorno si rosicchia una parte dei diritti, (facendo passare questo arbitrio come se fosse la normale prassi “decisionista”dei dirigenti) tutto questo, giorno dopo giorno, apparirà come assolutamente normale ad una classe di docenti dotata di una autostima ormai al lumicino.
Nessuno – o qualche paria – osa più pretendere il rispetto del contratto.
Chi lo fa, agisce a suo rischio e pericolo, nel senso che i dirigenti, ormai convinti di poter agire con i poteri propri dei sovrani dell’assolutismo, arrivano a minacciare ritorsioni contro chi chiede che il contratto resti quello che è: una fonte del diritto.
Come tale essa è superiore a qualsiasi circolare o regolamento di natura interna. Questo vuol dire che un dirigente che non rispetta la lettera del contratto si pone fuori della norma.
Ma, è ovvio, se si sente il Re Sole, la norma è lui.