L’Etat c’est moi, ovvero la scuola alla corte del Re Sole


Ieri, durante l’ora di buco, ho fatto una passeggiata in centro, poco prima di trasferirmi da un plesso all’altro della mia scuola. Mentre sbocconcellavo per strada un po’ di pizza, ho incontrato Giulia, una collega di storia dell’arte. Anni fa ci siamo trovate ad insegnare insieme, in un liceo non lontano dal capoluogo, durante il nostro infinito precariato.
“Beata te!” – ha esordito – “con la tua dirigente, tu sì che stai bene!”
“Che vuoi dire?” – ho chiesto.
“Il nostro ci sta facendo impazzire! Si rifiuta di concedere permessi per motivi personali e crea enormi problemi anche per le ferie!”
Che accade nella scuola di Giulia?
Il suo dirigente si rifiuta di concedere i permessi personali – che pure sono un diritto sancito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro – per di più, per la concessione delle ferie, pretende che quelli che sostituiscono la persona assente debbano essere necessariamente della stessa classe.
Questo modo di agire è chiaramente una forzatura della norma, che prevede ben altro. Il dirigente non può entrare nel merito, a proposito di permessi per motivi personali. Al massimo può chiedere l’autocertificazione, ma non può negare la concessione del permesso stesso. Per quanto riguarda le ferie, pure queste un diritto, non sta scritto da nessuna parte del contratto che a sostituire il collega assente debbano essere docenti appartenenti alla stessa classe.
È ormai chiara una cosa: i dirigenti di ultima generazione cercano sempre più di forzare la lettura delle norme.
Dirò di più: credo che siano stati istruiti scientemente in questo senso, in base ad un calcolo preciso.
Se ogni giorno si rosicchia una parte dei diritti, (facendo passare questo arbitrio come se fosse la normale prassi “decisionista”dei dirigenti) tutto questo, giorno dopo giorno, apparirà come assolutamente normale ad una classe di docenti dotata di una autostima ormai al lumicino.
Nessuno – o qualche paria – osa più pretendere il rispetto del contratto.
Chi lo fa, agisce a suo rischio e pericolo, nel senso che i dirigenti, ormai convinti di poter agire con i poteri propri dei sovrani dell’assolutismo, arrivano a minacciare ritorsioni contro chi chiede che il contratto resti quello che è: una fonte del diritto.
Come tale essa è superiore a qualsiasi circolare o regolamento di natura interna. Questo vuol dire che un dirigente che non rispetta la lettera del contratto si pone fuori della norma.
Ma, è ovvio, se si sente il Re Sole, la norma è lui.

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