Povera scuola! Cercano di demolirti in ogni modo!


Che la scuola sia ormai un edificio fatiscente, è evidente per tutti. Sono davanti ai nostri occhi i danni provocati a questo edificio da vent’anni di berlusconismo e dai decenni precedenti fatti di lassismo. Questi ultimi hanno troppo spesso consentito l’ingresso nel mondo della scuola a persone poco motivate, che hanno scelto questa professione per ripiego. Già, bisogna ammetterlo con onestà, tanti colleghi odiano il lavoro che fanno, entrano in classe e parte un conto alla rovescia: quello dei minuti che mancano al suono della campanella.
Lo dico spesso: deve essere una cosa atroce, trovarsi tra gli alunni e trovare insopportabile quello che si sta facendo, anche perché quelle anime perfide hanno le antenne sensibilissime e percepiscono in modo netto i sentimenti del docente che si trovano di fronte, reagendo all’ostilità con eguale ostilità.
A quel punto fare lezione diventa come essere cucinati a fuoco lento: insopportabile.
Il successivo arrivo dei berlusconidi al potere, tuttavia, ha comportato l’attuazione di un disegno preciso: la demolizione della scuola statale, da un punto di vista economico e morale.
Per un paio di motivi: il primo, quello dei costi.
Portatori di una visione del mondo di natura liberista, essi hanno visto in questo servizio pubblico – peraltro garantito dalla Costituzione, ma questo per loro è un particolare trascurabile – un costo da abbattere e dunque nel tempo sono state via via sottratte risorse vitali al l’organismo, fino allo sfaldamento di oggi, visto che nella gran parte delle scuole non ci sono più soldi nemmeno per acquistare la carta igienica.
Il secondo motivo è stato di natura politica.
Il nostro Cavaliere ha sempre disprezzato la cultura – non a caso nelle sue televisioni non c’è un programma culturale serio nemmeno a pagarlo oro – e fin dall’inizio sapeva di poter contare sull’ostilità aperta della gran parte del corpo docente. Non aveva dunque nulla da perdere: demolendo la scuola non avrebbe perso voti, visto che da quella parte – almeno inizialmente – ne aveva pochi.
La manovra, nel tempo si è fatta più sottile: complici le dissennate scelte operate in precedenza anche dal ministro Berlinguer (ma come mai divengono Ministri della Pubblica Istruzione sempre personaggi che non hanno mai messo piede in una scuola e non sanno, e non si preoccupano di sapere, come funziona questo mondo così complesso, se non per sentito dire?) nelle scuole sono entrati dei personaggi plenipotenziari (o che si credevano, e si credono, tali). A loro è stata data la definizione di “dirigenti scolastici”, perché nella nuova società del “merito” è così che si parla.
(Che poi sia difficile capire quali “meriti” avesse acquisito una come la Gelmini perché le fosse affidato un ministero delicato come quello dell’Istruzione è tutto da spiegare, ma, a onor del vero, è ugualmente difficile spiegare per quale motivo un medico come Fioroni sia stato insediato sulla medesima poltrona.)
Gli antichi – e mai rimpianti abbastanza – Presidi, spesso avevano a cuore la didattica, nel senso vero del termine, non sto parlando di quella vuota affabulazione con cui essa è stata sostituita da decenni di orrende “riforme”. Spesso essi erano per gli insegnanti dei veri e propri punti di riferimento, a volte riuscivano a consigliare i docenti meno esperti.
Raramente intorno a loro c’erano dei cortigiani, perché pochi percepivano il preside come una figura di potere, ma piuttosto come un “primus inter pares”.
Oggi non è più così. Il dirigente è un burocrate, che in qualche caso non ha insegnato nemmeno per un giorno e non è in grado di capire la complessità del lavoro del docente. A volte ci si trova di fronte ad individui che godono a comportarsi da tiranni irragionevoli, che distorcono la lettera del CCNL, solo perché hanno deciso che il rispetto delle norme non fa per loro.
Tutto questo perché il disprezzo delle norme è stato elevato a sistema, da Berlusconi, dalla Gelmini e, dispiace dirlo, anche da quella parte della sinistra che nel tempo ha preferito essere più realista del re, piuttosto che ritornare ad una scuola vista come struttura democratica.

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