Educare alla complessità è una cosa semplice


Illustri studiosi, ben prima di queste righe, hanno affermato che bisogna educare alla complessità.

Il ragionamento è semplice: la struttura multiforme della realtà che ci circonda è un dato di fatto e per comprenderla dobbiamo avere ben chiara ogni sua parte, ogni piccola sfumatura. Si potrà poi procedere alla sua analisi scindendola in singoli aspetti, ma è l’insieme che non deve sfuggirci. E’ solo possedendo per intero la mappa che si può focalizzare in modo proficuo l’attenzione su un particolare. Se si possiede solo quest’ultimo, arriverà prima o poi il momento in cui ci sarà bisogno della visione d’insieme e, mancando la versatilità, mancherà la capacità di trovare relazioni, di osservare vari punti di contatto.

Questa è la nostra sfida, come insegnanti: educare i nostri ragazzi alla complessità. 

Questo significa andare decisamente controcorrente, rispetto alle ultime mode pedagogiche. Negli ultimi due decenni l’imperativo è stato sfoltire, semplificare, alleggerire. Sintetizzare.

Risultato? Abbiamo spesso sfornato gruppi di renitenti all’approfondimento, che di fronte al terzo passaggio di un ragionamento subito annaspano.

Qualche anno fa in sala professori mi sono imbattuta in un rappresentante di testi per la scuola. Voleva propormi un nuovo libro di geografia. Apro il volume, lo sfoglio. Era composto quasi esclusivamente di illustrazioni. 

So bene che in geografia l’apparato illustrativo è importante, ma quella volta mi parve francamente eccessivo.

“Ma non c’è un libro di testo che – appunto – contenga del testo, tra le tante illustrazioni?” – gli ho chiesto.

Mi ha osservato come una volta si poteva guardare una persona che avesse voluto conoscere il contenuto del terzo segreto di Fatima. 

Non capiva.

“Vorrei un libro che contenesse anche pagine di solo testo!” – ho continuato.

“Ma i ragazzi non lo sopporterebbero!” – ha spiegato con candore.

“E chi lo ha detto?” – ho chiesto.

“Lo dicono tutti. Sa com’è, coi ragazzi di oggi…” – ha concluso, come se stesse parlando di una biglia su un piano inclinato, che deve per forza scivolare giù.

Ho lasciato perdere la discussione e rinunciato a trovare il libro di geografia. Ma quella mattina mi sono resa conto che diventava sempre più urgente una battaglia a favore della complessità. 

Era “la battaglia” da fare, da quel momento in poi.

Sarà perché mi sono sempre sentita un bastian contrario, ho deciso che sarebbe stata la mia battaglia. 

Non riuscivo – e non riesco tuttora – a capire cosa ci fosse di ineluttabile. Basta partire dal principio che se si parte da un insieme complesso lo si potrà sempre semplificare, mentre è molto più faticoso il processo opposto.

Nello studio è la stessa cosa. 

Se si abituano i ragazzi a lavorare su concetti, problemi, complessi, (con l’aiuto dell’insegnante, se e quando serve) faranno certo un po’ di fatica all’inizio, ma diventeranno abilissimi poi a lavorare da soli, a cercare in modo autonomo le soluzioni. Abituarli alla semplicità. all’ovvio, al concetto sfrondato li spinge ad essere poco esigenti con se stessi, radica in loro che i risultati possono arrivare con poco sforzo.

E non è vero.

 
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