L’interruzione delle trasmissioni è dovuta a motivi tecnici. Ci scusiamo con il gentile pubblico!


Tutti i giorni noi insegnanti dobbiamo trovare una soluzione per le tante cose che non funzionano nella scuola. Finché si tratta di rimediare alla carenza di scottex per asciugare le mani, o di sapone per lavarsele, o della carta da fotocopiatrice che manca, pazienza, ma, di recente siamo stati (e siamo) costretti a fare da noi per un problema che è tutto colpa delle istituzioni: il mancato funzionamento del registro elettronico. Nelle mia scuola da settimane, ormai da mesi, non si riesce né a fare l’appello in classe, né ad inserire i voti nel registro personale. Fino a Natale il sistema, benché zoppicante, è riuscito a reggere, ma da quando la provincia – che è quella che ci fornisce le linee telefoniche – è passata ad un altro gestore, per risparmiare, è ovvio, il castello di carte è crollato. Non si riesce più a mettere un voto, a firmare per la presenza. a certificare le giustificazioni. Nulla di nulla. Come al solito, come sempre capita nelle cose “all’italiana”, molti di noi suppliscono da casa alle carenze del sistema, ma non è giusto. Innanzitutto – in particolare per la registrazione di assenze e presenze – si configura un falso in atto pubblico, dal momento che certe registrazioni devono essere fatte subito. In secondo luogo è l’ennesimo esempio di tempo non retribuito che siamo costretti a mettere a disposizione. Perché il singolo docente dovrebbe supplire alle mancanze del sistema? Non sarebbe meglio far giungere il sistema stesso di fronte alle sue contraddizioni? Ci sono dirigenti che si ostinano a non voler tornare al cartaceo, per nessun motivo, anche di fronte al cielo che cade sulla testa. Tuttavia il sistema non riesce a stare in piedi, con evidentissimi disagi per tutti. So bene che è una piccola cosa e che un quarto d’ora al giorno non è la morte di nessuno. Ma non sarebbe ora di farla finita con il fatto di contare sul nostro senso di responsabilità? Invece di fare dichiarazioni a destra e a manca (oh, se manca!) sull’importanza dei docenti italiani, dei premi e dei cotillons che aspetteranno in un futuro (quanto mai nebuloso) i docenti “meritevoli”, non sarebbe meglio dedicarsi all’ hic et nunc, che magari non attirerà l’attenzione delle sale stampa e dei titoli nazionali, ma genererebbe un senso di gratitudine diffusa in chi conosce (davvero) la scuola perché ogni giorno ci lavora?

Annunci

Non si tratta di particolari di poco conto! (conversazione con Elisa parte II)

Il discorso sul badge può sembrare, tutto sommato, marginale, può apparire, ad un primo sguardo, puro vaniloquio, ma non è così.
E’ di sostanza.
E la sostanza è questa: è ora di finirla di chiederci di fare cose inutili solo per il gusto di farlo, per vederci umiliati.
In che senso?
Facciamo un passo indietro.
La politica berlusconiana, tremontiana, brunettiana e quella della Mariastrega hanno avuto come solo obiettivo – in fatto di politica verso la scuola – quello di abbattere l’autostima e l’orgoglio degli insegnanti, che fino a quel momento non erano certo un bacino di voti del centrodestra.
Quest’ultimo si è fatto portavoce della vox populi, dei peggiori luoghi comuni sulla categoria e, facendo leva su quelli, ha cominciato a scardinare l’edificio-scuola.
Non si può negare che esistessero delle storture nel sistema, tanti colleghi vedevano (e ancora vedono) nell’insegnamento un ripiego o una specie di part-time da portare avanti svogliatamente, ma l’azione portata avanti nel corso del ventennio berlusconiano aveva uno scopo diverso: era tutto politico.
Bisognava demotivare quelli motivati, farli diventare una massa grigia, spenta.
La classe insegnante doveva essere piegata, impaurita, parcellizzata.
Si è giunti ad agitare lo spettro della disoccupazione, doveva aleggiare il fantasma della neo-precarizzazione.
Tutta la scuola è stata riorganizzata in vista dell’umiliazione morale di chi ci lavorava.
E via con montagne di scartoffie, incombenze inutili, sovrapposizioni grottesche, diktat dei dirigenti.
In quel momento sono comparsi i primi fogli-firme.
“Ma, scusate, a che servono se tra un minuto entro in classe e devo firmare il registro?”
“Non lo so, ma metti la firma!” – questo ti rispondeva il vicario.
Io per un po’ ho obbedito, poi ho smesso di farlo, perché mi rifiuto di fare le cose inutili, palesemente insensate.
E credo che per risalire la china si debba partire anche – e soprattutto – dai particolari.


Tanto non mi costa niente! (conversazione con Elisa parte I )

L’aspetto positivo di essere stata precaria per parecchi anni è che ho conosciuto un bel po’ di colleghi con cui ho stretto amicizia.
L’altro giorno mi sono seduta al bar con Elisa, che insegna in un liceo della mia stessa città.
Abbiamo parlato a lungo, in particolare della disastrata condizione della nostra categoria.
Quella mattina Elisa era particolarmente in collera con una sua collega.
“Come riusciremo a riguadagnare la considerazione che ci è stato tolta, se non siamo in grado di pretendere il rispetto delle norme?”
“Che vuoi dire?” – le ho chiesto.
Qualche mattina prima Elisa stava parlando del più e del meno con una sua collega in sala professori.
Ad un certo punto la collega le ha chiesto se secondo lei era ancora obbligatorio l’uso del cartellino, il famoso “badge”.
“Io le ho risposto che in realtà non è mai stato obbligatorio, perché il nostro contratto non prevede che la presenza di un docente sia registrata con questa modalità, le ho spiegato che quella dei dirigenti è una forzatura.”
Infatti è così: quello che fa fede, per noi docenti, è il registro di classe. Solo quello.
“Beh, e allora? Che è successo?”
“Vuoi sapere che cosa mi ha risposto? Che comunque a lei il fatto di timbrare non pesa. Capisci? Non le pesa! E io lì a spiegarle che è tramite piccole forzature come questa che sono stati ridotti gli spazi di libertà dei docenti. Un pezzetto alla volta. Lei continuava a dire che non le pesava, che quella in fondo era per lei un’incombenza minima: non riusciva cioè ad afferrare il nocciolo del problema, che è di sostanza e pesantissima!”
“Ormai siamo senza speranza!”- ho commentato.
Siamo scoppiate a ridere, scuotendo la testa.
Riuscirà mai la nostra categoria a capire che è urgente ripartire proprio dalle piccole cose, dalle distorsioni anche minime dell’interpretazione dei contratti e della legge, che sul “quieto vivere” è stato costruito un edificio enorme fatto di soprusi grandi e piccoli?
Come faremo ad imporci sulle questioni di peso, se non riusciamo a curare nemmeno i dettagli?


Divieto di affissione

Qualche giorno fa ho raccontato una cosa che a me pare di una gravità inaudita, per questo voglio tornare sull’argomento. Nella scuola di alcuni colleghi il Dirigente ha vietato di attaccare sul tavolo della sala professori qualsiasi materiale che non sia da lui controfirmato.
Badate bene: non stiamo parlando di proclami rivoluzionari, di incitamenti alla rivolta, ma di link che chiariscono l’interpretazione (spesso univoca, quando non deformata) di norme, spesso si trattava di articoli de La Tecnica della Scuola, o di Orizzonte Scuola.
Non so se un dirigente possa arrivare a tanto (ma è chiaro che il decreto pubblicato da quel sacchetto di bile di Brunetta dà prerogative quasi imperiali), tuttavia questo gesto, oltre che assolutamente antidemocratico è anche spia di una debolezza: i nuovi dirigenti hanno paura dei confronto, devono far tacere chi prova a dire: “Guardate! Il re è nudo!”


Delirio di onnipotenza

Insegno ormai da ventitré anni e dunque ho alle spalle una discreta esperienza.
In tutto questo tempo ne ho viste davvero di tutti i colori: ho percorso migliaia di chilometri da precaria, ho varcato i portoni di molte scuole, ho conosciuto centinaia di colleghi.
Il mio mestiere l’ho appreso praticandolo (“ricordati che tu devi apprendere insieme a loro” mi ha raccomandato una volta il professor Mario Alighiero Manacorda ed ho sempre cercato di tener fede a questo insegnamento, scendendo dal mio piedistallo, ma cercando anche di tenere dritta al centro la barra del timone, perché in classe il timoniere sono io, altrimenti si va a sbattere sugli scogli).
Ho visto molti colleghi uscire fuori di testa per lo stress causato da questo lavoro (mi impressionò moltissimo, durante uno dei miei primi incarichi da supplente,una collega di scienze che si mise ad urlare in pieno consiglio di classe, senza che nessuno le avesse detto nulla di offensivo; non era la prima volta, evidentemente, perché qualcuno si prese la briga di accompagnarla fuori per qualche minuto, parlandole dolcemente, finché lei si calmò, rientrò ed il consiglio riprese come se nulla fosse accaduto: quella sera capii molte cose, soprattutto che un giorno sarebbe potuto accadere anche a me, di “sbroccare”).
Ho visto soprattutto centinaia, migliaia di alunni, di cui ho sempre cercato di capire le caratteristiche individuali, molte volte senza riuscirci.
Amo chiamarli per nome, perché sono delle persone e non siamo in una caserma, ma a scuola.
Molti di loro hanno iniziato dei percorsi esaltanti. Tanti altri si sono persi in un magma indistinto. Di altri potrei raccontare storie molto dolorose, ma non aggiungerebbero nulla alla sostanza del discorso, che è quella di sottolineare la peculiarità del nostro lavoro: quelle di essere un misto tra domatore e guru. Per questo, se non troviamo un giusto limite, rischiamo ogni giorno la trasformazione in aguzzini o in santoni, con pericolosi sconfinamenti nel delirio di onnipotenza, visto che abbiamo a che fare con materia estremamente plasmabile, che ci dà l’illusione di poter fare qualsiasi cosa. Ma è un’illusione, appunto.


Generazione onfalocentrica

Come docenti abbiamo bisogno di formazione ed aiuto.
I nostri ragazzi, infatti, in questo momento più che mai devono essere sostenuti, poiché ci troviamo di fronte ad una generazione che fatica a rimanere in contatto con la realtà, soprattutto quando questa realtà non coincide con le loro aspettative.
Se fino alla fine degli anni Settanta i figli hanno avuto da sopportare il pesante fardello delle aspettative di ascesa sociale provenienti da genitori poco o per nulla scolarizzati, in questi ultimi anni i figli hanno sulle spalle un carico più oneroso: essere la realizzazione vivente dei sogni di gloria falliti di molti dei loro genitori, senza che all’orizzonte ci sia una prospettiva concreta della loro realizzazione.
I ragazzi siedono sulla montagna di beni di consumo che fanno loro da temporaneo sedativo e da questa montagna vedono solo nebbia.
Questo li rende fragili ed incapaci di accettare la frustrazione, perché non sono stati abituati a percepire il limite, visto che ogni loro richiesta è stata spesso puntualmente soddisfatta. Non di rado i ragazzi rimangono come inebetiti di fronte al primo, vero ostacolo che trovano.
Abbiamo davanti una generazione onfalocentrica, capace, cioè, di guardare solo il proprio ombelico, spesso priva della capacità di progettare, anche a brevissimo termine. Di questo si dovrebbe occupare il ministero dell’istruzione, altro che del merito!


una riflessione di PPP sul potere

Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa praticamente ciò che vuole, e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. E’ un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano. Il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari. E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. E’ avvenuto tutto in questi ultimi anni. E stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto attorno a noi l’Italia distruggersi e sparire. Adesso risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.

Merito-crazia o merito-mania?


Quello che lascia interdetti, in tutta la stucchevole discussione sull’ingresso del merito nella scuola, è che quasi sempre i suoi più accaniti difensori sono proprio quelli che nella vita si sono fatti largo a suon di raccomandazioni o di appoggi ricevuti dagli amici degli amici.
I nuovi soloni che pontificano dalle pagine dei giornali, o che tengono discorsi in pubblici consessi, sono diventati davvero presidenti, assessori, consiglieri, responsabili di settore perché lo avevano meritato e si sono distinti con l’eccellenza nei loro ambiti, oppure si sono sapientemente avvalsi di scorciatoie ed appoggi influenti?
(Quasi sempre “la seconda che hai detto” – risponderebbe qualcuno)
Non vorrei cadere nel qualunquismo più becero, ma trovo davvero tremendo il fatto che certe parole vadano a cadere nelle orecchie sensibili dei giovani, che vengono così a convincersi del fatto che nel nostro paese sia il merito ad essere premiato, che chi studia avrà il posto che gli spetta – come peraltro previsto da un documento chiamato Costituzione.
No, ragazzi, non è così, ne avete tanta di strada da fare.
Il nostro è il paese delle massonerie e delle mafie, dove i diritti sanciti dalla legge diventano un favore concesso dal potente di turno. Noi ci aspettiamo che sarete voi a mettere fine a questo schifo, ad usare un potente idrante per dare una bella ripulita a tutto.
Non date retta ai discorsi di chi pontifica a vuoto sul merito, pensando solo al ricco buffet che lo aspetta nella stanza accanto.

Ma, siamo tutti impazziti?


Proprio ieri leggevo un articolo pubblicato dalla pagina web de La tecnica della scuola. Si parlava di quello che è un mio preciso timore da molto tempo: la nostra Ministra auspica non solo che gli stipendi dei docenti siano differenziati in base alle loro capacità, ma (udite, udite!) che a decidere sulle capacità e, di conseguenza, sugli aumenti stipendiali, siano i dirigenti scolastici.
Siamo alla farsa.
La nostra Ministra sa in base a quali criteri sono stati selezionati tanti dirigenti?
Sa che spesso essi sono stati scelti non in base ai meriti in ambito scientifico, o didattico, ma solo obbedendo ad un criterio di tipo politico?
Sa che a dirigere una scuola abbiamo persino chi, da docente – ripreso da telecamere nascoste -si limitava a leggere il giornale in classe senza fare lezione?
La persona in questione è stata forse licenziata o rimproverata?
Nossignore, due anni dopo era preside.
E noi dovremmo essere valutati da persone come questa, o da chi ha come solo obiettivo il totale asservimento dei docenti, attraverso una gestione della scuola degna di un feudatario?
La scuola deve tornare ad essere un luogo di confronto democratico, non deve essere più la palestra in cui ci si allena ad essere servili, dove conta solo la capacità di trasformarsi in scendiletto, in barba ad ogni logica, perdendo in questo modo anche quel residuo rispetto di sé, che la nostra categoria ancora possiede.