La parabola dei talenti


Trovo che la parabola dei talenti si adatti perfettamente al mio modo di vedere la scuola e l’insegnamento. Sono da sempre convinta che ogni ragazzo abbia dei talenti e che stia a noi insegnanti riuscire a moltiplicarli.
Certo, c’è chi ne ha dieci e chi ne ha due o tre. C’è chi si accontenta del poco che ha e chi vivacchia sui molti che gli sono stati concessi.
La parte difficile sta nello spingere chi nella sua borsetta ha un capitale poco pesante a lavorare per raddoppiare il suo capitale.
Chi possiede già il massimo deve solo dedicarsi a sfruttare bene il punto di partenza, ma chi ha poco deve apprendere la difficile arte della valorizzazione di sé, dell’autostima.
Per questo motivo resto dell’idea che a lavorare con gli alunni brillanti sono tutti bravi, ma che la parte ardua della nostra professione sia quella di motivare e spingere a restare chi ha già deciso di cambiare indirizzo.
Tutto questo mi porta a considerare una mera farsa la scuola delle cosiddette “eccellenze”, che poteva essere partorita solo da menti distorte, come quelle della Mariastrega e dintorni.
Ma poi, che vuol dire: “eccellenze”? Di cosa stiamo parlando?
Una classe è un organismo in cui tutti -bravi e meno bravi- hanno un ruolo e il lavoro dell’insegnante consiste nel riuscire a far crescere la curiosità di tutti.
In una classe non ci devono essere sommersi e salvati e in questo caso la competizione è del tutto deleteria, perché è nella produzione culturale che la competizione è insensata.

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