Privato è meglio? Non necessariamente!


Ai tanti apostoli della privatizzazione delle (poche ancora) strutture pubbliche, compresa la scuola, vorrei ricordare cosa è accaduto,in Italia negli ultimi anni.
Da venti anni a questa parte la politica ci ha ammorbato con l’idea che “privato è meglio”, che solo una conduzione di tipo aziendale delle strutture pubbliche le avrebbe rese più “competitive” (ah, come odio questa parola!). Risultato?
Prendiamo come esempio le care, vecchie, Poste e telegrafi.
Certo, alla fine degli anni Ottanta erano un vero e proprio carrozzone, ma la privatizzazione, seppure parziale, ha fatto sì che la consegna della posta diventasse una questione di fortuna per gli utenti, caratterizzata dallo stesso livello di probabilità di una vittoria al Superenalotto.
A me una volta è venuta in mente la balzana idea di abbonarmi ad un quotidiano: ricordo ancora con un sentimento misto, tra stupore e rabbia, quando un venerdì mattina mi sono vista recapitare le copie di lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, ma non quella del venerdì, che ho ritrovato
nella cassetta della posta il lunedì successivo, insieme alla copia di sabato.
Questa è la privatizzazione? Questa era la qualità tanto strombazzata?
Oppure serviva solo a creare delle poltrone d’oro per i supermanager, le cui capacità si sono rivelate nella loro tragicomica realtà soprattutto negli ultimi tempi?
Se si trasporta il ragionamento nella scuola i danni e i rischi si profilano immediatamente all’orizzonte.
Perché la scuola è un servizio pubblico di natura particolarissima: serve a formare degli individui e non può essere soggetto alle regole del “mercato” (altra parola che detesto).
Non si può ragionare di scuola con lo stesso metodo che si usa per spostare broccoletti da una piazza all’altra, ma purtroppo di recente i nostri governanti sono stati per lo più commercianti di broccoletti, o, al massimo, commercialisti specializzati in dichiarazioni dei redditi dei mercanti di broccoletti.
E questo spiega bene la situazione di stallo in cui ci troviamo.

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