Mario

Avrò avuto 8-9 anni quando la mia famiglia ha conosciuto il Professore.
Mio padre, falegname, doveva occuparsi degli infissi della casa di campagna che Mario – così pretendeva di essere chiamato – aveva acquistato insieme ad Annamaria, sua moglie.
Ricordo ancora la calda giornata estiva in cui il babbo ci caricò sulla Renault 4 di famiglia e ci portò su in quel podere arrampicato sulla collina, perché aveva delle misure da prendere e voleva farci conoscere queste persone così interessanti.
Il ricordo netto è quello di un uomo dai capelli rossi, con una magnifica erre moscia, che parlava come non avevo mai sentito parlare nessuno.
Ne fui intimidita e affascinata. Scoprii che era uno che di scuola si intendeva e mi faceva mille domande.
Oh, io adoravo andare a scuola, mi piaceva conoscere cose nuove ero una ragazzina curiosissima ed un bel po’ anarchica, nel senso che ero sempre pronta a contestare, a mettere in discussione le cose che non mi convincevano.
Il Professore in breve tempo fece avere a me ed ai miei fratelli una quantità spropositata di libri: Rodari, libri di storia che raccontavano la Resistenza, libri di mitologia.
Scoprii la semplice bellezza della cultura.
Imparai da lui che ci si deve esprimere correttamente, che esiste il dialetto, ma anche i congiuntivi da usare nel modo giusto per farsi capire.
Per i miei era Mario, per me il Professore.
Una volta, vidi la sua immagine stampata sulla copertina di un libro. Certo, spesso ci raccontava che era stato in giro per il mondo per delle conferenze; ricordo che di ritorno dal Messico lui e sua moglie presero per me un magnifico poncho bianco e azzurro, ma alla fine tutto questo mi parve una cosa quasi normale: era il suo lavoro.
Mario e Annamaria non possedevano la televisione e qualche volta venivano da noi per vedere l’edizione televisiva dell’Eneide e anche in quel caso c’era sempre da imparare, ma quasi senza accorgersene.
Fu al liceo che scoprii che Mario Alighiero Manacorda era uno studioso di storia della pedagogia di fama mondiale.
Ne fui intimidita, non mi sentivo all’altezza della situazione.
Tuttavia, ogni volta che lo incontravo lo tempestavo di domande sulle cose più disparate, perché ascoltarlo parlare era un vero piacere.
Questo per molto tempo della mia vita.
L’ultima volta che lo vidi – nel 2010 – era molto dispiaciuto per la morte di mia madre. Ormai lui aveva quasi cento anni, lì vicino c’era ancora Annamaria, ultracentenaria, ormai ridotta ad uno scricciolo, ma lui la guardava con l’amore di sempre.
Quel giorno si parlò a lungo dei problemi della scuola, ancora in mano alla Mariastrega, ad un certo punto mi rimproverò perché non sapevo bene a memoria “A Silvia” di Leopardi e mi tenne una lunga lezione sul sistema filosofico leopardiano, rendendomi immensamente felice.
Citava ancora a memoria brani in latino di Cicerone, Lucrezio, con perfetta lucidità.
Questo è stato per me Mario Alighiero Manacorda, un grande uomo, fondamentale per la mia formazione personale.

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