Volontariato

“Deve far riflettere l’umilta’ di Berlusconi che coglie questa come occasione per fare volontariato, cerca di trovare l’aspetto positivo. Penso possa essere un esempio per tutti, per chi in un momento di crisi vuole aiutare gli altri” (mariastella gelmini)

(ma anche la nostra mariastella è stata grande nel volontariato con gli anziani, lo sappiamo bene..)

Annunci

L’anomìa dei Barbapapà


A fare affermazioni troppo categoriche si rischia sempre di dare poco peso a tutto ciò che non è compreso all’interno dell’insieme delineato. Tuttavia a volte l’esagerazione o la radicalizzazione di un problema si rendono necessarie anche per comprenderne le sfumature.
In un post pubblicato ieri parlavo della “generazione Lisoform”. Non sono certo la sola a dire queste cose – la pagina web Educazione Emotiva, tanto per fare un esempio, insiste da tempo su queste tematiche – ma credo che noi insegnanti a volte non riusciamo a percepire la tragedia – sì credo che sia il termine giusto e niente affatto esagerato – che aleggia sulle nostre teste.
Abbiamo di fronte a noi una vera e propria epidemia di “anomìa”, un flagello che sta minando seriamente una grande parte delle generazioni che passano sotto i nostri occhi.
I nostri alunni troppo spesso non hanno dimestichezza con quella che una volta le nostre zie chiamavano “la buona creanza”.
Non ci sono norme in grado di contenere i ragazzi. Anzi: essi troppo spesso non percepiscono più le norme come adatte a contenerli. Non vogliono essere contenuti, perché ignorano l’idea stessa del contenimento.
Come mostruosi Barbapapà, si estendono in lungo e in largo, percependo con fastidio ogni limite, ogni tentativo di arginarli. E questo emerge sempre più come il problema dei problemi.
I loro genitori sono terrorizzati da un compito che ormai hanno quasi del tutto abbandonato, delegando a più non posso. Non sono più autorevoli agli occhi dei loro figli e di conseguenza perdono autorevolezza tutte le figure che, anche lontanamente, possano somigliare a quella genitoriale.
Qualora una di queste figure provi ad imporsi con autorevolezza, le reazioni dei ragazzi sono la derisione, la tendenza alla menzogna diffusa, oppure l’aperta ribellione.
In realtà, a ben guardare, queste sono tutte scelte di fuga, attuate pur di non confrontarsi con l’ostacolo, con la difficoltà, aspetti della realtà ai quali non sono stati né abituati, né preparati.
Che fare?
Per noi insegnanti la via è paurosamente in salita, perché ben poco possiamo fare: da una parte ci troviamo dei genitori che ci guardano ad occhi spalancati e miagolano: “eppure gli ho tolto il telefonino!”, oppure: “mi ha promesso che…”; dall’altra abbiamo a che fare con persone che ritengono lecito qualsiasi comportamento, arrivano a compiere qualsiasi bassezza pur di “avere successo”, per dirla con un’espressione da reality show.
E noi insegnanti?
A volte le braccia ci si allungano come quelle di Tiramolla e ci viene da dire :”Ma chi me lo fa fare?” – che è la sanissima conclusione alla quale giunge chi davvero non ne può più di dover risolvere le rogne altrui sempre a costo zero.
Bisogna però pensare ad un fatto: questa “polvere” che nascondiamo oggi sotto il tappeto è quella su cui inciamperemo domani, perché gli “anomici” di oggi saranno i poliziotti, i medici, gli infermieri, i tecnici di domani.
E questo che si prepara non è un bel futuro.


Generazione Lisoform

Vent’anni di berlusconismo e genitori spesso incapaci di dettare regole ai propri figli (facendole anche rispettare) hanno prodotto una generazione di ragazzi emotivamente sterilizzati, inadatti a percepire le norme morali, perché, a loro avviso, tutto si può aggirare, anzi, il raggiro “è” il modello di riferimento.
Non si spiegano altrimenti la freddezza con cui si infrangono le regole, il calcolo gelido con cui si corre il rischio, pur di raggiungere il risultato voluto.
Non sto parlando di comportamenti socialmente devianti o pericolosi, mi riferisco al fatto che nelle classi i ragazzi copiano, scaricano, utilizzano contenuti trovati sul web, pur di raggirare l’insegnante, di ottenere il bel voto, di ingannare tutti: se stessi, i compagni, i genitori.
E non battono ciglio.
Vogliono il voto alto e, pur di ottenerlo, tutto è lecito.
Anzi, si sentono “ganzi”.
Detto tra noi, perché non dovrebbero farlo, se il trucco è stato elevato a sistema? Perché no, visto che l’aiutino, il ritocco, il fotoritocco sono alla portata di tutti?
Cosa ci sarà mai di tanto grave nello scaricare una versione, un tema, un’analisi del testo?
Quel povero demente del professore, socialmente perdente, socialmente detestato, con tutti i suoi maledetti puntini sulle “i”, è solo un inciampo sul percorso trionfale, è solo un accidente, e, in quanto tale, è destinato a sparire, prima o poi.
Nelle classi i lavoratori onesti sono ormai una minoranza da tutelare, come fa il WWF con i panda giganti, ma è chiaro che anche loro (così fuori moda, così desueti, così poco “vincenti”!) sono destinati a sparire, condannati ad essere inglobati dall’ondata di questa marea maleodorante che ormai ci assedia: quella composta da chi rivendica in modo convinto il possesso della sua assoluta mancanza di scrupolo. Ciò che una volta era l’appannaggio di pochi mariuoli, ora è una medaglia sfoggiata con orgoglio ed un sorriso strafottente: quello di chi, in fondo, sa che non c’è macchia che non possa essere eliminata passando un po’ di Lisoform.


L'ho 'nteso di' da uno che l'ha visto magna'

Mao Tse Tung aveva l’abitudine di spedire periodicamente gli intellettuali in risaia, in modo tale che fosse chiaro per loro che quello che doveva contare era il contatto con la realtà; in poche parole (almeno in teoria) non avrebbero dovuto percepire se stessi come un’élite.
Mi è venuta in mente questa benedetta abitudine proprio oggi, sentendo certi discorsi sulla (presunta) demotivazione degli insegnani italiani.
Secondo me funziona così: i personaggi di potere in Italia non hanno una idea – nemmeno vaga – di ciò che è la realtà in cui sono immersi i milioni di individui che tutti i santi giorni si alzano, prendono la macchina (l’autobus, il treno), vanno a lavorare, lavorano, tornano a casa la sera, tornano a dormire e così via.
Siccome quelli che hanno potere non conoscono la realtà, per poterne parlare – in pubblico, magari – si affidano ai loro uffici-stampa, che, a loro volta, hanno un’idea molto vaga di come funzioni la vita “reale” degli italiani, perché spesso sono figli di politici, di funzionari di altissimo livello, cugini di qualche politico, “imbucati” come portaborse.
Questi giovinotti di sicuro scartabellano qualche rassegna stampa, vagano qua e là su Internet, mixano con qualche sunto tratto dai vari Ichino-Veneziani-GallidellaLoggia, che a loro volta non mettono piede in una scuola da decenni e ne hanno sentito parlare dalla loro colf, oppure dagli amici dei figli, iscritti nel prestigioso istituto privato.
Ecco confezionato il discorso sulla scuola, scritto da chi e per chi di scuola non sa nulla, ma rimastica volentieri i luoghi comuni che solleticano l’aggressività del pubblico televisivo, sempre pronto a massacrare il debole che viene spinto fuori dal cono d’ombra.
Insomma: delle scuola non sanno nulla direttamente, ma in seconda, terza, quarta battuta, però ne parlano!.
Altrimenti non si spiegherebbe come si possa parlare di fannulloni e demotivati, a proposito degli insegnanti!
Tutti quelli che conosco sono nella stragrande parte motivatissimi!
E ce ne vuole, di motivazione, per continuare a fare – e con gioia – il lavoro che facciamo, con lo stipendio che ci danno, che non basta nemmeno per far studiare un figlio all’università!
Ce ne vuole di motivazione per restare una mattinata intera in scuole fredde, dove manca la carta igienica, dove non ci sono i soldi per il toner, dove la bidella acquista a proprie spese la candeggina per pulire i bagni!

Demotivati, a chi?


Mi colpisce sempre molto quando sento parlare di scuola le persone che di scuola non sanno nulla.
Va ancora peggio quando le medesime persone pensano di sparare giudizi su chi nella scuola lavora, senza sapere come funziona il mestiere dell’insegnante.
Non mi permetterei mai di dire ad un medico come deve, o dovrebbe fare il suo lavoro, né di consigliare un avvocato su come gestire la discussione di una causa.
Eppure, così come siamo da decenni una nazione di allenatori della Nazionale di calcio, così di recente siamo tutti esperti di didattica o di pedagogia.
Come si fa a dire che gli insegnanti italiani sono “demotivati”, senza conoscere neppure in modo superficiale le difficoltà del nostro lavoro?
Come si fa a dire della motivazione altrui se si conosce solo la realtà della docenza universitaria – assolutamente diversa e, soprattutto, assai ben pagata?
L’enfasi della “valorizzazione” della categoria a mio avviso nasconde ben altro: io vedo solo una deriva autoritaria dietro tutti questi vuoti discorsi sul nostro lavoro.
Demotivati, a chi?
A noi che, nonostante tutto, ancora reggiamo il peso della baracca?
A noi, che svolgiamo una mole immensa di lavoro che, oltretutto, non ci viene pagato?
A noi che siamo ormai arcistufi di essere attaccati, nelle parole e nei fatti, dall’ennesimo barone universitario che, digiuno di tutto, si spinge a parlare della nostra professione solo per denigrare?
Demotivati, a chi?


Ritrovare il rispetto di sé

Chi ha avuto la sventura di trovarsi accanto un marito violento sa bene che il problema non è tanto, o non solo, l’aggressività di quella persona, ma il fatto che la vittima permetta che certe cose accadano, il problema è la sua paralisi emotiva, la scomparsa dell’autostima.
Tutto questo è sintetizzato perfettamente dalla massima: “dove c’è un persecutore, c’è sempre una vittima consenziente”.
Uscendo fuor di metafora, è chiaro che la categoria degli insegnanti si trova in una posizione analoga: si ritrova ad essere picchiata di continuo e si è convinta che, sotto sotto, si merita quelle botte, che qualche sua colpa, in un punto dello spazio e del tempo, ci deve essere stata.
Il persecutore, dunque, deve avere ragione, se fa quello che fa.
Quando una donna viene picchiata dal compagno, ragiona in un modo simile: “Non è colpa sua, sono io la responsabile, perché non valgo nulla!” – dice tra sé e sé.
Tuttavia spesso essa riesce a spezzare la catena perversa e a vedersi da fuori; tutto questo accade quando – da sola o guidata – riesce a volersi bene di nuovo, a riacquistare l’autostima.
A mio avviso è questo che ci deve accadere e deve spingerci ad un sorta di rivoluzione copernicana della percezione di sé.
Non dobbiamo più permettere che qualcuno (pensiamo a persone della statura di un Brunetta, ad esempio) ci dica che abbiamo poco valore, che siamo fannulloni che approfittano della minima occasione per non lavorare.
Dobbiamo fermamente contestare chiunque ci dica come dobbiamo fare quello che – nonostante tutto – facciamo, soprattutto quando questo qualcuno non sa di cosa sta parlando, visto che apre bocca solo per aver orecchiato.
Dobbiamo pretendere, ad esempio, che a parlare di scuola sia chi la scuola la pratichi realmente e non per sentito dire.
Non possiamo più accettare che a pontificare sul nostro lavoro sia chi viene dal mondo universitario.
Cosa ne sa delle “reali” problematiche della scuola? Cosa ne sa delle materie che si insegnano, di graduatorie, di soprannumerari, di classi-pollaio?
Come ci si può permettere di formulare giudizi su un mondo osservato solo con un cannocchiale?
Riprendiamoci l’autostima perduta!
E quando qualcuno parla di “meriti”, ricordiamoci di replicare: “E tu con quale merito occupi il posto che occupi?”

“Se i professori ci valutano, perché noi non li possiamo valutare?”


“Se i professori ci valutano, perché noi non li possiamo valutare?”
Questo è il titolo di un recentissimo articolo pubblicato dalla pagina web de La tecnica della scuola.
In sostanza i ragazzi pretenderebbero di avvalersi di modalità di giudizio analoghe a quelle che i docenti esercitano nei loro confronti.
Spero proprio che si tratti dell’ennesima, e sterile, provocazione.
Per quale motivo dovrebbe essere concesso agli studenti di giudicare il lavoro degli insegnanti? Quale dovrebbe essere lo scopo di questa concessione?
Quali competenze potrebbero permettere loro di produrre giudizi ponderati sui docenti?
Proviamo ad immaginare di estendere ad altri ambienti questa modalità.
Quale paziente potrebbe pretendere di dire la sua sul proprio medico votando da uno a dieci sulla validità delle diagnosi, oppure quale cittadino potrebbe analizzare l’operato di un giudice e la sua capacità di emettere sentenze?
E allora perché gli alunni dovrebbero poter giudicare un insegnante? E in base a quali criteri? La simpatia, l’antipatia? La capacità del docente di essere “piacione”?
Da tempo circola la favola che i ragazzi, visto che passano tanto tempo con l’insegnante, sanno capire se hanno di fronte un incompetente, oppure un genio.
Tutti sanno che nella scuola ci sono anche alcuni pessimi insegnanti, così come negli ospedali ci sono dei macellai, o nei tribunali degli azzeccagarbugli. Non è questo il punto.
La valutazione del lavoro di un professionista non può essere affidata a degli utenti che quasi sempre non sono – per ovvi motivi – competenti su quelle materie.
In realtà, in questa nostra società, la società di Forum e dei tribunali televisivi, tutti si sono convinti di poter improvvisare competenze che non possiedono.
Non può essere questa la democrazia nella scuola. Nella sistema scolastico ognuno occupa il suo posto e collabora al funzionamento della struttura: così è per l’insegnante, lo studente, il genitore, senza che si creino pericolosi sconfinamenti.