Demotivati, a chi?


Mi colpisce sempre molto quando sento parlare di scuola le persone che di scuola non sanno nulla.
Va ancora peggio quando le medesime persone pensano di sparare giudizi su chi nella scuola lavora, senza sapere come funziona il mestiere dell’insegnante.
Non mi permetterei mai di dire ad un medico come deve, o dovrebbe fare il suo lavoro, né di consigliare un avvocato su come gestire la discussione di una causa.
Eppure, così come siamo da decenni una nazione di allenatori della Nazionale di calcio, così di recente siamo tutti esperti di didattica o di pedagogia.
Come si fa a dire che gli insegnanti italiani sono “demotivati”, senza conoscere neppure in modo superficiale le difficoltà del nostro lavoro?
Come si fa a dire della motivazione altrui se si conosce solo la realtà della docenza universitaria – assolutamente diversa e, soprattutto, assai ben pagata?
L’enfasi della “valorizzazione” della categoria a mio avviso nasconde ben altro: io vedo solo una deriva autoritaria dietro tutti questi vuoti discorsi sul nostro lavoro.
Demotivati, a chi?
A noi che, nonostante tutto, ancora reggiamo il peso della baracca?
A noi, che svolgiamo una mole immensa di lavoro che, oltretutto, non ci viene pagato?
A noi che siamo ormai arcistufi di essere attaccati, nelle parole e nei fatti, dall’ennesimo barone universitario che, digiuno di tutto, si spinge a parlare della nostra professione solo per denigrare?
Demotivati, a chi?

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