Dalla pagina web di Educazione emotiva

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La parabola

Sulla questione della valutazione, si giocherà il destino di tanti di noi e la mia paura è che dal Ministero per fare qualche colpo di mano attendano l’inizio delle vacanze estive, quando saremo fuori gioco per tanti motivi, uno in particolare: non possiamo scioperare per via dell’interruzione dell’attività didattica.
Bisogna restare vigili, come era stato richiesto alle giovani vergini di una parabola evangelica. Questa sarà per noi una partita molto importante. Decisiva.
La nostra valutazione è importante, da tanto tempo mi sono convinta che è necessaria, perché la maggior parte di noi lavora in modo scrupoloso, ma è vero che tra di noi ci sono molti che ormai tirano a campare e allora è necessario che il nostro lavoro venga monitorato.
Questo discorso l’ho affrontato diverse volte, così come molto spesso ho parlato del pericolo insito nell’affidamento ai Dirigenti della valutazione degli insegnanti.
Ho avuto Dirigenti speciali, verso i quali nutro ancora oggi un profondo affetto, specie per quelli “vecchio stampo”, che ho conosciuto all’inizio e che sapevano moltissime cose a proposito di didattica e dunque erano una vera miniera per chi, come me, era davvero alle prime armi.
Tuttavia ne conosco altri che sono davvero insopportabili – specie quelli della ultime “infornate”, i gelminiani di ferro; spesso ho anche raccontato le peripezie dei miei colleghi, che devono subire da parte loro ogni forma di prepotenza.
Ce n’è uno che ha l’abitudine di insultare i suoi insegnanti (“Da questo momento in poi La chiameremo ‘Problema’” – si è sentito dire il mio collega Paolo dal suo Dirigente chiamato da tutti col nomignolo Acido Cloridrico, e questa offesa è arrivata solo perché Paolo aveva osato muovere delle obiezioni ad uno dei Grandi Progetti che era stato messo a votazione nel Collegio dei Docenti).
In molte scuole, poi, c’è un gruppo ristretto (che – a partire dall’epoca della Mariastrega – qualcuno ama pomposamente chiamare “staff”) che tende a circondare la dirigenza; le decisioni più importanti sono gestite da questo gruppetto, in barba alla collegialità dell’istituzione.
Questo staff tende ad essere centripeto e spesso rende impossibile al Dirigente sapere come vadano davvero le cose all’interno della scuola, specie se essa è molto grande.
Come pensate che verrebbe gestita la valutazione sic stantibus rebus?
Proviamo ad indovinare: dove verranno individuati i meritevoli?
Saranno gli stessi che in passato gestivano i Progettifici? Il Dirigente poco serio, quello che normalmente agisce in base al principio “divide et impera”, sarebbe capace di riacquistare miracolosamente il senso dell’obiettività e della giustizia?
Non credo.
Temo che le cose prenderanno la strada della solita, vecchia, collaudata maniera, purtroppo!
Ecco perché dobbiamo restare vigili come le giovani della parabola evangelica.


Curiosità e spessore

Non credo affatto che i ragazzi di oggi siano privi di spessore, come tanti colleghi affermano. I ragazzi risultano privi di spessore, se noi li abituiamo ad essere così.
Certo, è vero, i danni prodotti dalla Mariastrega ( e dai suoi predecessori, va detto!) sono stati immensi. Tutte quelle baggianate sugli assi culturali, tutto quel parolame sulle “competenze” (che poi vorrei trovarne uno, in tutta Italia, che abbia capito davvero che cosa siano, mah!) hanno prodotto in prevalenza un chiacchiericcio sterile che ha finito con l’impoverire il nostro lavoro, ci ha preso per sfinimento.
Ha scoraggiato molti di noi.
Cosa poteva produrre, del resto, una “riforma” nata solo per distruggere e partorita da chi ha sempre disprezzato la cultura per impossibilità di padroneggiarla, preferendo ad essa la pratica del quiz, della nozione superficiale, della mancanza assoluta di approfondimento?
Tutto è stato calcolato: dovevamo uscire da questo tritacarne con il morale a pezzi. Privati dei diritti, demotivati, privi dell’orgoglio di appartenenza, ridotti a proletari della trasmissione del sapere.
Mi dispiace, ma noi insegnanti dobbiamo uscire da questo torpore e pensare ai soli momenti sensati del nostro lavoro: quelli nella classe: lì non esistono scartoffie da compilare, dirigenti col delirio di onnipotenza, non ci sono genitori da fronteggiare.
Siamo solo noi e i nostri ragazzi ed in quei momenti l’obiettivo che dobbiamo darci è quello di renderli curiosi, di appassionarli alle cose che stiamo studiando. Perché noi ogni volta le studiamo insieme a loro.
Per questo motivo non è necessario sovrastarli con tutte le cose che sappiamo, anzi, risulterebbe controproducente, visto che si sentirebbero inadeguati e spinti alla rinuncia. Quello che conosciamo deve rimanere sottotraccia, pronto a venir fuori, a dare sostegno, ma l’idea che dobbiamo dare è che quella che stiamo creando è una scoperta, che coinvolge anche noi docenti.
E, sotto molti aspetti, è proprio così.
Se perdiamo la curiosità come docenti, rischiamo di diventare grigi e spenti.
(…e questo è il punto di partenza per ogni altra rivendicazione…)


Maria Antonietta e le brioches

“Mi indignano gli stipendi dei docenti, dovrebbero essere più alti!”
Personalmente mi indignano anche le pensioni da 500 euro e gli stipendi da fame di tanti altri impiegati pubblici, tuttavia so che ragionare per luoghi comuni è troppo semplice, poiché si elimina ogni complessità nella visione e nell’analisi della realtà.
E’ difficile per noi insegnanti accettare certe dichiarazioni, garrule, invitanti, che dischiudono visioni di paradisi e premi, ma solo per i “meritevoli”, quasi si trattasse del confetto al rosolio promesso dalla Fata dai Capelli Turchini.
Per i reprobi, il nulla.
A me, certe dichiarazioni fanno pensare immediatamente al pietismo e somigliano maledettamente all’idea delle brioches da distrubuire al popolo di Mariantonettiana memoria.
La scuola, il suo funzionamento, il mondo che sottende, bisogna conoscerli, prima di parlarne.
Cosa ne può sapere, come è sempre accaduto negli ultimi anni, un docente universitario, prestato alla politica, prestato alla Pubblica Istruzione, delle difficoltà della vita degli insegnanti?
Quanto ne sa, realmente dico, oltre i banali, e prevedibilissimi, luoghi comuni?
Forse mi sbaglierò, ma credo che questo Professorone non si sia mai trovato a dover gestire la sua vita con uno stipendio che a volte ti impone una scelta tra la spesa della settimana e una bolletta da pagare, tra pagare il bollo dell’auto e comprare dei vestiti per i tuoi figli.
Detto questo, ribadisco che non abbiamo bisogno né di elemosine, né di essere irretiti con la promessa di premi, non vogliamo soprattutto essere blanditi da nessuno.
Abbiamo bisogno di scelte politiche serie, non di frasi ad effetto, perché il nostro è un lavoro serio che merita rispetto.
E siamo anche stufi dell’uso strumentale che il politico di turno fa delle quattro certezze rimasticate, predigerite da qualche solerte ufficio stampa, che propina quelle quattro certezze apparenti che ha sul mondo della scuola.
Ritengo, a questo proposito, elencare altre frasi stereotipate da pronunciare con un bel sorriso davanti al muro di giornalisti a caccia di dichiarazioni prevedibili: “Non ci sono più le mezze stagioni!”; “I giovani non hanno più gli ideali di una volta!”; “Piove, governo ladro!”


Quando si parla di scuola guardandola con un cannocchiale

Ho letto l’articolo di Tito Boeri a proposito della “resistenza” degli insegnanti rispetto ai test Invalsi. Lo ammetto: io non amo affatto i test Invalsi; secondo me, un test non è in grado di valutare davvero la preparazione di un ragazzo, che è qualcosa di più complesso e sfaccettato di quello che un test potrà mai riuscire ad accertare.
Ho avuto classi che sono state sottoposte ai test Invalsi, in particolare ricordo che un anno due mie seconde hanno dato risultati opposti: una è risultata eccellente, l’altra, scadente; eppure l’insegnante era la stessa, il numero di ore identico (anzi no: quella risultata “eccellente” ha svolto per tutto l’anno scolastico un’ora di italiano in meno a settimana, poiché partecipava ad una sperimentazione che incideva sul monte-ore complessivo!) i programmi svolti coincidevano al 100% . Dalla somministrazione di questi test non ho avuto problemi particolari, tuttavia, non mi piace il modo, l’impostazione, l’ideologia che è alla loro base, tutto qui.
L’articolo di Boeri, comunque, è ancora una volta il tipico intervento di chi di scuola sa poco, non passa ore ed ore al suo interno e si vede.
E’ denso di affermazioni generiche, cariche di luoghi comuni sulla scuola, come quelli che si possono ascoltare dalla parrucchiera o facendo la fila dal dottore.
Per sentito dire.
“Ad esempio, nell’era di Internet ogni docente potrebbe affiggere sulla pagina web della scuola una nota in cui descrive a grandi linee come intende organizzare il programma di insegnamento e illustrare i propri metodi didattici e criteri di valutazione. Oggi si viene a sapere qualcosa a riguardo, ma solo nelle riunioni del consiglio di classe, a scelte (di scuola e magari sezione) già fatte dagli studenti e dalle loro famiglie.” (cit)
In primo luogo il nostro professor Boeri non sa che molti di noi non potrebbero mai creare la pagina web tanto auspicata perché spesso a giugno non sanno ancora quali classi avranno, visto che i dirigenti trattano l’assegnazione delle classi alla stregua del Terzo Segreto di Fatima e a volte si giunge ai giorni immediatamente precedenti l’inizio delle lezioni per sapere la propria destinazione.
Quanto ai criteri di valutazione utilizzati dai docenti, essi, almeno nelle grandi linee, non sono affidati all’arbitrio del singolo, ma sono già scritti nel POF, che ogni istituto rende pubblico, basta andare a leggerseli, quelli sì, sul web, se la scuola in questione ha avuto a disposizione i fondi necessari per creare una propria pagina ufficiale.
Non ci sono dunque metodi da Carbonari, né decisioni prese in aule buie e nascoste, ma deliberazioni che nascono dalle discussioni nei Collegi dei Docenti e nei Dipartimenti. Organi collegiali – e democratici – propri della scuola.
Questo per chi ne conosce il funzionamento.


Effetto camera a gas

Il clima che i docenti respirano nella scuola alla quale appartengono è caratterizzato da un funzionamento analogo a quello che i docenti creano all’interno delle singole classi.
Se un insegnante non riesce ad instaurare con il gruppo classe un clima costruttivo, tutto il lavoro ne risentirà, perché l’aspetto emotivo è fondamentale per la sua riuscita.
Così è per ciò che riguarda i rapporti che si sviluppano tra insegnanti che lavorano in una stessa scuola e tra i dirigenti e gli insegnanti che da loro dipendono.
Un clima di insoddisfazione generalizzato risulta deleterio, porta con sé tensioni che alla fine creano danno a tutto l’istituto.
Mi è venuta in mente questa riflessione poco fa, dopo aver incontrato per strada una collega, depressa, perché in questi giorni, in cui siamo alle prese con le ultime interrogazioni e con gli ultimi compiti in classe, si ritrova ad essere schiacciata da riunioni su riunioni, tutto, a suo dire, per colpa del Dirigente:
“Non puoi capire! Ci impone dipartimenti straordinari, ordini di servizio per fantomatiche commissioni di correzione delle prove Invalsi! Non ne possiamo più, credimi!”
“Scusa, ma non puoi rifiutarti di fare alcune di queste riunioni, in particolare quelle che non sono previste dal piano annuale o dal CCNL, chiedendo una motivazione scritta che citi la norma sulla quale questi eventi straordinari poggiano?”
“Conosci la persona di cui stiamo parlando, no? Sai quanto riesce ad essere impossibile, vero?!” – mi ha risposto.
Certo, conosco la situazione.
Penso anche, come ho detto più volte, che alcuni dirigenti sono ormai in preda al delirio di onnipotenza e ci vorrebbe l’intervento di qualcuno in grado di limitare strapoteri e soprusi, già, perché ormai, sempre più spesso è di soprusi che si parla.
Se queste forzature avessero un senso – oltre che un ritorno dal punto di vista economico – si potrebbero forse anche accettare. Partecipare a riunioni insensate è quanto di più deleterio si possa immaginare, perché non si riesce a capire il criterio dal quale esse sono state originate, o l’obiettivo che hanno.
Quello che è inaccettabile è che molti dirigenti facciano leva sul sempre più diffuso senso di precarietà che ci caratterizza e ne approfittino per sfogare il loro bisogno di dimostrare il potere che hanno, quasi fossero autocrati ed autoreferenziali.
È da queste persone che la Ministra vorrebbe farci valutare? Ne è proprio certa? O forse, prima che siano utilizzati come valutatori, dovrebbero anche loro essere valutati, in particolare riguardo alle capacità che possiedono di “fare squadra”?