Un insegnante sufficientemente buono

Un anziano collega, tempo fa, mi ha confidato che, secondo la sua esperienza, esistono due categorie di insegnanti: quella di chi fa il suo lavoro con scrupolo, ponendosi quotidianamente mille dubbi, e quella di chi diventa insegnante “per fargliela pagare”.
Con questa seconda espressione si riferiva a quanti, tra i colleghi, mancano del tutto di empatia, essendo rigidi, inflessibili sulle regole da rispettare: di fronte al minimo errore compiuto dai ragazzi, sono pronti a “fargliela pagare”, con grande soddisfazione personale.
Mi è tornata in mente questa espressione qualche giorno fa, quando mi sono ritrovata di fronte ad una grave violazione delle regole da parte di alcuni alunni e mi sono posta la fatidica domanda: “Che fare?”
Quel giorno avrei davvero voluto essere una di quegli insegnanti tanto deprecati dal collega, trasformarmi in una giudice inflessibile e spietata.
Soprattutto, priva di dubbi.
E invece avere in mano il destino scolastico di una persona non è stato affatto piacevole.
Non sono fatta per essere un pubblico ministero, anche se so bene che la convivenza all’interno di una classe ha alla sua base il rispetto delle regole. E che l’insegnante è l’arbitro della situazione.
E so altrettanto bene che il rispetto delle regole è l’essenza della convivenza, a scuola e nella vita.
Dunque, in apparenza, nessun dubbio.
E invece, scoperto il problema, mi sono trovata in preda a sentimenti contrastanti.
Da una parte, certo, la rabbia conseguente alla gravità della violazione, dall’altra la preoccupazione per le conseguenze future.
I ragazzi – facendo ciò che non avrebbero dovuto fare – non avevano tenuto in debito conto proprio queste: le conseguenze.
Gli adolescenti, si sa, non sono sempre in grado di comprendere la portata dei loro gesti; la faccia stupita, desolata, disperata, che inalberano una volta capito che ci saranno delle conseguenze per ciò che hanno fatto, sta lì a dimostrarlo.
Non è facile dire a persone così angosciate che di lì a poco arriveranno una nota o una sospensione e che non c’è modo di evitarle.
Nessun modo.
Eppure ci sono delle lezioni che bisogna apprendere. Anche sulla propria pelle.
L’insegnante deve essere come la madre “sufficientemente buona” di Winnicot, deve, cioè, essere buono, ma anche “giustamente inflessibile”. E in questa capacità di tenere il timone al centro, in perenne equilibrio tra un eccesso di cattiveria ed uno di bontà, sta tutta la fatica del nostro lavoro, quell’elemento che ci spinge verso il burn-out.
Perché gestire le correnti emotive di chi non sa nemmeno cosa esse siano, poiché non ha ancora la completa percezione di sé, è durissimo.
Se l’insegnante è capace di empatia, vuol dire che ha già sperimentato sulla propria pelle la durezza del provvedimento disciplinare che sta per comminare e, nonostante ciò, prosegue su quella strada. Perché a volte i “no” sono anche più importanti dei “sì”. Nonostante tutto.

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