Quando si parla di scuola guardandola con un cannocchiale

Ho letto l’articolo di Tito Boeri a proposito della “resistenza” degli insegnanti rispetto ai test Invalsi. Lo ammetto: io non amo affatto i test Invalsi; secondo me, un test non è in grado di valutare davvero la preparazione di un ragazzo, che è qualcosa di più complesso e sfaccettato di quello che un test potrà mai riuscire ad accertare.
Ho avuto classi che sono state sottoposte ai test Invalsi, in particolare ricordo che un anno due mie seconde hanno dato risultati opposti: una è risultata eccellente, l’altra, scadente; eppure l’insegnante era la stessa, il numero di ore identico (anzi no: quella risultata “eccellente” ha svolto per tutto l’anno scolastico un’ora di italiano in meno a settimana, poiché partecipava ad una sperimentazione che incideva sul monte-ore complessivo!) i programmi svolti coincidevano al 100% . Dalla somministrazione di questi test non ho avuto problemi particolari, tuttavia, non mi piace il modo, l’impostazione, l’ideologia che è alla loro base, tutto qui.
L’articolo di Boeri, comunque, è ancora una volta il tipico intervento di chi di scuola sa poco, non passa ore ed ore al suo interno e si vede.
E’ denso di affermazioni generiche, cariche di luoghi comuni sulla scuola, come quelli che si possono ascoltare dalla parrucchiera o facendo la fila dal dottore.
Per sentito dire.
“Ad esempio, nell’era di Internet ogni docente potrebbe affiggere sulla pagina web della scuola una nota in cui descrive a grandi linee come intende organizzare il programma di insegnamento e illustrare i propri metodi didattici e criteri di valutazione. Oggi si viene a sapere qualcosa a riguardo, ma solo nelle riunioni del consiglio di classe, a scelte (di scuola e magari sezione) già fatte dagli studenti e dalle loro famiglie.” (cit)
In primo luogo il nostro professor Boeri non sa che molti di noi non potrebbero mai creare la pagina web tanto auspicata perché spesso a giugno non sanno ancora quali classi avranno, visto che i dirigenti trattano l’assegnazione delle classi alla stregua del Terzo Segreto di Fatima e a volte si giunge ai giorni immediatamente precedenti l’inizio delle lezioni per sapere la propria destinazione.
Quanto ai criteri di valutazione utilizzati dai docenti, essi, almeno nelle grandi linee, non sono affidati all’arbitrio del singolo, ma sono già scritti nel POF, che ogni istituto rende pubblico, basta andare a leggerseli, quelli sì, sul web, se la scuola in questione ha avuto a disposizione i fondi necessari per creare una propria pagina ufficiale.
Non ci sono dunque metodi da Carbonari, né decisioni prese in aule buie e nascoste, ma deliberazioni che nascono dalle discussioni nei Collegi dei Docenti e nei Dipartimenti. Organi collegiali – e democratici – propri della scuola.
Questo per chi ne conosce il funzionamento.

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