Tornare sul luogo del delitto: anche i Berlinguer ricicciano!


Luigi_BerlinguerIn questi giorni sono stata impegnata con l’esame di Stato e non ho avuto il tempo di seguire con attenzione le vicende che ruotano intorno al mondo della scuola, ma ho avuto l’impressione di leggere, tra un articolo e l’altro, qua e là il nome di Luigi Berlinguer. Subito il mio sangue si è fatto nero.
Ma come? Siamo di fronte all’eterno ritorno delle cose? Anche Berlinguer riciccia?
In effetti credo che dobbiamo a lui l’inizio della fine.
Se c’è uno che ha dato inizio al processo di affossamento della scuola superiore italiana è proprio lui.
La riforma ha dato effetti nefasti: i nuovi dirigenti, per esempio.
L’esame di stato pensato da lui e dal suo entourage si è rivelato, nel tempo, la fabbrica prima di un approccio superficiale alle cose, con lui è entrata nella scuola l’idea del quiz, del sapere nozionistico fine a se stesso.
Ha contribuito a creare dei fondali hollywoodiani: pura superficie, dietro, il nulla.
Il caro e vecchio tema se ne è andato in soffitta, sostituito da entità ibride ed incomprensibili come l’articolo di giornale, il saggio breve, l’analisi del testo, che, per come sono formulati attualmente, spingono ad una scrittura fatta troppo spesso di pura apparenza, di puro e semplice collage dei cosiddetti “documenti”.
L’idea che Berlinguer torni a fare danni alla scuola italiana mi terrorizza. Per carità! Abbiamo già dato!

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Stipendio e valutazione: due strade diverse


bart_scuola 

In queste settimane è forte il tono della polemica su due punti dolenti del nostro lavoro: stipendio e valutazione. 

Non nascondo di essere favorevole alla valutazione del nostro operato, perché vorrei che non ci fossero più colleghi che decidono – a loro insindacabile giudizio – chi debba avanzare e chi debba essere fermato, pronunciando sproloqui come: “Questa qui non è da liceo, perché non capisce niente di latino” (detto di una persona proveniente dal Kurdistan, che, sì, effettivamente aveva problemi con il latino, come ne avrebbe avuti l’idiota che ha pronunciato quella frase, se fosse stata spedita in Cina a tradurre poesie dal cinese antico), non vorrei più vedere davanti a me docimologi che, tutti tronfi, affermano nei dipartimenti: “Dalla mia penna non esce mai più di sette!”, dimenticando che noi siamo tenuti ad utilizzare la scala decimale per intero e che gli eventuali voti alti non ci vengono sottratti dallo stipendio.

Sul “come” organizzare la valutazione si può di sicuro ampiamente discutere.

Non sono d’accordo sul fatto che che l’aumento di stipendio debba essere legato alla valutazione del lavoro. Sono due campi diversi.

Credo che l’aumento di stipendio debba essere legato al carico di lavoro.

Voglio che le cento-duecento ore che svolgo in più per le correzioni degli elaborati, per la preparazione delle esercitazioni scritte e dei compiti in classe, siano pagate e, se questo significa creare una differenziazione a livello retributivo, ben venga.

Come si fa a quantificare questo lavoro?

Basta restare a scuola delle ore in più (fino alle due, come negli uffici) e correggere gli elaborati in quel lasso di tempo. In questo modo emergerebbe tutto il lavoro nero che svolgiamo e,  una volta tornati a casa, non saremmo più oppressi da cumuli di compiti che avvelenano il nostro tempo libero, che proprio per questo alla fine non risulta mai tale.

E’ così difficile da pensare?

 

Evviva l’ispettore!


In questi giorni si è riacceso il dibattito relativo al “merito”.
Mi capita di vedere, sia su facebook, che sulla rete in generale, affermazioni di rifiuto netto del principio meritocratico, a priori, senza discussione.
Forse è il caso di andare controcorrente.
Il criterio del merito va introdotto, se con la parola ‘merito’ ci si riferisce alla valutazione della diversità dei carichi di lavoro.
Gli insegnanti hanno dei carichi di lavoro molto diversi.
Chi passa duecento ore dell’anno scolastico a correggere compiti in classe, deve vedere in qualche modo riconosciuto questo tempo in più speso nel lavoro.
Credo che questo debba diventare un principio riconosciuto.
“Per quale motivo dovrei impegnare i miei pomeriggi, tempo sacrosanto della mia vita privata ed avere la stessa retribuzione di chi invece è sempre libero, a partire dall’ora di pranzo?”
So bene quali possono essere le critiche a questo ragionamento.
In questo modo si rischia di spaccare il fronte della categoria, creando da una parte ‘i sommersi’, dall’altra ‘i salvati’.
Una aristocrazia operaia contro i semplici proletari della conoscenza.
L’unità di questo fronte è però in realtà fittizia e per capirlo basta passare qualche ora in sala professori ed ascoltare i mugugni di chi si è stancato di dedicare tante ore al lavoro per ottenere la stessa paga di chi se ne sta beato a casa a curare il giardino o a guardare la televisione.
Questo è un primo tabù che va infranto.
Il secondo riguarda il controllo sul nostro lavoro.
Se ben strutturato (e questo è il prerequisito) il controllo va richiesto a gran voce.
Troppi, tra di noi, lavorano male, o poco, o poco e male.
Si potrà dire?
Tutti noi siamo a rischio di burnout, anche quelli che tra noi lavorano, o credono di lavorare bene. Tutti noi potremmo cominciare a cedere alla pigrizia, a ripetere stancamente il solito programma, senza curare minimamente l’approfondimento, fidandoci del mestiere.
Potremmo cedere alla stanchezza, cominciare a trattare male gli alunni, man mano che diventiamo vecchi e saremo costretti a stare dietro alla cattedra a settant’anni suonati.
Ci deve essere qualcuno a sorvegliare il nostro lavoro.
Per fare questo ci serve un ispettore – ministeriale – dunque “terzo” rispetto a noi e ai Dirigenti.
È così difficile organizzare una struttura di questo tipo?
C’è qualcosa di male ad avere un punto di riferimento stabile che sorvegli il mio lavoro e quello degli altri?

Fine d’anno senza parole


È la sensazione che mi trovo a provare a fine anno: non ho più le parole. Allora scelgo il silenzio. Per un mesetto circa mi impongo una sorta di igiene mentale, un raccoglimento, che sia anche rigenerante.
Di cose da dire, in realtà, c’è ne sarebbero molte.
In questi giorni, anche loro zitti zitti, quelli del Ministero stanno provando a cambiare le regole, forti del fatto che le lezioni, ormai, sono sospese e non si possono mettere in atto proteste eclatanti.
Cosa staranno architettando?
Faranno uscire fuori ancora una volta elementi in grado di peggiorare la situazione della nostra categoria?
Difficile, ma non impossibile!
Eppure sarebbe davvero semplice avviare, anche d’estate, una consultazione tra i docenti per capire tante cose, visto che tra ministri, burocrati e consulenti vari, raramente si incontra – tra quelli che devono prendere delle decisioni politiche – qualcuno che sappia davvero com’è che funziona una scuola.
Ormai, però, la parola “democrazia” è davvero démodée, piace di più il decisionismo, una via apparentemente più veloce, ma spesso foriera di cantonate e svarioni.
Noi insegnanti, però, dovremmo restare davvero vigili, vista l’importanza della posta in gioco. Certo, molti di noi sono in vacanza. Tuttavia, cerchiamo di buttare un occhio su ciò che accade.
Oggi più che mai.