Non possiamo affidare a genitori ed alunni la valutazione del lavoro dei docenti!


Qualche giorno fa mio figlio doveva prenotarsi per un esame universitario. Eravamo a tavola e si era portato  dietro il tablet per portare a termine l’operazione.

“Ma quanto ti ci vuole per fare una prenotazione?” – gli ho chiesto, dopo un po’ che smanettava.

“Ho quasi fatto, mamma, devo solo finire il questionario di valutazione.”

“Cosa sarebbe?”

“Prima della prenotazione di un esame, dobbiamo per forza valutare il corso ed il lavoro del professore.”

“Oh, bella, ma in questo modo il professore non rischia di lavorare senza la serenità necessaria? Non dipenderà troppo da voi?”

“No. Perché?”

“La prosecuzione o meno del suo corso non dipenderà troppo da ciò che voi scrivete? Dalle vostre valutazioni?”

“A parte il fatto che non siamo ragazzini e non ci mettiamo a fare piccole vendette! E poi credo che sia anche giusto, mamma! Pensa che quest’anno il corso del prof. *** è stato annullato, sia perché non lavorava bene, sia perché aveva un pessimo rapporto coi ragazzi. E questo è venuto fuori dalle nostre valutazioni.”

“Non so, non  sono troppo convinta…”

“Mamma, lo sai bene: anche a scuola c’è un sacco di gente che lavora male,  non sarebbe male una valutazione anche per voi!”

“Certo, lo so, però non sono sicura che far intervenire nella valutazione i genitori, o i ragazzi sia il modo giusto.”

In effetti in questi giorni sui giornali e sui siti specializzati si leggono notizie relative alla possibilità della valutazione del lavoro dei docenti da parte di alunni e genitori.

Sono da sempre favorevole alla valutazione del nostro lavoro, del nostro modo di lavorare, tuttavia credo anche che sia i genitori, che gli alunni sono troppo coinvolti, troppo ‘parte in causa’ per riuscire ad essere oggettivi.

Sono anche del parere che tanti dei guai che stiamo vivendo nella scuola da qualche anno debbano essere attribuiti all’eccesso di apertura nei confronti dell’utenza e che il  guaio sia iniziato con la funesta stagione inaugurata dal ministero Berlinguer.

Più di una volta ho dovuto arginare le invasioni di campo di genitori che non riuscivano a fare i conti con i presunti fallimenti scolastici dei loro figli.

Quanto volte ho sentito la frase:”Gli avevo sentito la lezione la sera prima e la conosceva benissimo!”

Gli alunni, poi, avrebbero un potere eccessivo sugli insegnanti, che, di fatto, risulterebbero troppo ricattabili.

Qui ritorniamo al solito ritornello: “Ma allora voi non volete essere valutati! Il dirigente, no! I genitori, no! Gli alunni, no! Non vi sentirete troppo al di sopra delle parti?”

Credo che la soluzione migliore sia quella di un ispettore esterno, terzo, che ci affianchi e valuti il nostro lavoro.

Non possiamo subire la pressione ricattatoria di dirigenti da una parte ed utenza dall’altra. Meglio un’analisi esterna. Darebbe più garanzie di oggettività e trasparenza.

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Parole rubate a: Informazione Libera (che le ha “rubate” a Pasolini)


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Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…

Pier Paolo Pasolini

La scuola dovrebbe essere di tutti quelli che la fanno


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Venerdì scorso mi è sembrato di trovarmi ad una riunione di reduci, di vecchietti che rievocavano i bei tempi andati, che – certo – sono “andati”, ma tanto “belli”, almeno allora, non sembravano.
Ci siamo visti al solito bar, io, Giulia e Paolo, tutti docenti, ma in scuole diverse.
Paolo proviene da un istituto tecnico della provincia ed è tutto contento, perché Acido Cloridrico, il suo ex-dirigente, è appena andato in pensione.
Giulia, invece, lavora in una scuola della città e vive quotidianamente un difficile rapporto con la Preside.
“Allora?!” – come è andato il rientro?!” – chiedo io, non appena il cameriere ha posato sul nostro tavolo il vassoio con i cornetti.
“Lascia perdere!” – dicono quasi all’unisono.
“Che succede?”
“Da noi è un mezzo marasma…”
“In che senso?”
Nella scuola di Paolo – non so come – sono venuti a sapere di una grave scorrettezza perpetrata da Acido Cloridrico nei loro confronti. La sua era solo una reggenza e la scuola di cui era titolare era del medesimo tipo – un istituto tecnico – di quella di Paolo.
Qualcuno ha rivelato loro che, negli anni della reggenza, il nostro Acido ha lavorato attivamente sui bacini di utenza per sottrarre iscritti alla scuola di Paolo.
“Faceva circolare l’idea che la nostra è una scuola in chiusura, con poche strutture, periferica e ‘non moderna’!”
“Ma è tremendo! Ne siete sicuri?”
“No. Non abbiamo la certezza, solo voci. Ma, conoscendo il personaggio, non mi stupirei se fosse tutto vero.”
“E tu, Giulia?”
“Lascia stare, guarda!”
“Nemmeno tu stai bene?”
“Come si fa a stare bene in quella scuola? Te l’ho detto tante volte: non c’è UNA sola persona che sia contenta di lavorare lì. C’è un clima insopportabile! La Dirigente crede di essere il Re Sole e considera la scuola una sua proprietà, un feudo. Dovresti vedere come è riuscita a terrorizzare tutti, dal Collegio dei Docenti fino all’ultimo dei bidelli! Nessuno osa contrapporsi al suo ego smisurato!”
Credo che stiano arrivando al pettine i nodi creati da Mariastrega e compagni di merende. E’ loro la responsabilità di tutto questo malcontento presente nella scuola, a tutti i livelli.
“Ma ti ricordi quando c’era…” – e cita il nome di una Preside ultrademocristiana dalla voce lamentosa e melliflua, che tutti abbiamo odiato, ma che, in prospettiva, appare come un colosso della sapienza pedagogica, se si guarda all’oggi, al desolante oggi.
Oggi c’è il mercato, il suk, – l’affannosa corsa delle scuole a rubarsi iscritti – e di questo dobbiamo ringraziare il caro compagno Berlinguer.
Oggi c’è la corte dei miracoli, lo “staff”, una sorta di cerchio magico, che circonda il Dirigente, il quale assai di rado riesce a percepire il reale stato d’animo dei suoi docenti, dai quali risulta sempre più distante, e di ciò dobbiamo ringraziare la Mariastrega e Microbrunetta.
Oggi c’è il feudo, l’idea della scuola come possesso personale, da gestire come se chi ci lavora non fosse importante. Di ciò dobbiamo ringraziare tutti i ministri degli ultimi vent’anni, insieme ai loro complici e zerbini: i sindacati.
“Mai – come quest’anno – mi è capitato di incontrare colleghi che stanno male fisicamente, in particolare con problemi allo stomaco. E credo che spesso questo disagio provenga da un ambiente di lavoro in cui non ci si trova bene.” – ho osservato.
“Non mi era mai capitato, prima! Fino a qualche tempo fa io ero davvero felice di entrare a scuola, e questo accadeva ogni giorno! Era bello confrontarsi con i colleghi, parlare del nostro lavoro. Tutto finito! Gli unici momenti davvero piacevoli sono quelli del lavoro in classe. Per il resto, entro ed esco dalla scuola come se fossi un fantasma, senza parlare quasi con nessuno, perché questo ambiente si è pure riempito di spie, che vanno a riferire in Presidenza tutto quello che si dice, non si sa bene in cambio di cosa!” – conclude Giulia.
“Vi ricordate gli anni del preside Becchetti?” – concludo, sconsolata – “Grandissimo uomo! Prepotente, sì, tirannico, a volte, ma completamente umano, capace di ascoltare e di capire l’interlocutore come pochi altri. Gente così è del tutto scomparsa, purtroppo!”

Analisi del 2014


I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 26.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 10 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Me ne sto a scuola con le dita gelate…


È appena suonata la campanella della quarta ora, rimango un attimo in classe per chiudere il computer e mi rendo conto che ho la punta delle dita congelata. È dalle otto che sono a scuola, i termosifoni, poco più che tiepidi nel corso della mattinata, sono stati spenti da poco.

Ma fa un freddo cane.

La Provincia, responsabile del riscaldamento delle scuole superiori, dice di non avere soldi .

Solo a sentire queste parole,  questi toni da vittima, mi sale la rabbia.

Le amministrazioni locali in questi ultimi anni hanno saputo dissipare risorse  preziose, per creare società partecipate,  dove collocare amici ed amici degli amici, per elargire generosissimi gettoni di presenza, hanno speso tanti soldi, i nostri soldi.

Nel frattempo le nostre addizionali aumentavano sempre di più, mentre calava in modo vertiginoso la qualità dei servizi offerti: nella mia regione le strade sono ormai quasi impraticabili, gli autobus delle linee regionali sono sporchi come latrine e spesso e volentieri lasciano a piedi gli utenti.

Le scuole sono al freddo.

Io me ne sto qui, seduta alla cattedra e penso che ognuno di noi dovrebbe pretendere il rispetto per le tasse che ha pagato e che continua a pagare.

Ognuno di noi ha già versato tasse per ospedali, strade, autobus e riscaldamento delle scuole.

Ognuno di noi dovrebbe minacciare sfracelli per quei politici che ancora succhiano come zecche le risorse che NOI abbiamo messo a disposizione per le infrastrutture.

Diciamo basta, per favore a certe indecenze!