Lettera di un gruppo di docenti alla deputata PD del distretto


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Questa bellissima lettera sarà inviata oggi alla deputata Terrosi da un gruppo di insegnanti della provincia di Viterbo.
Sarebbe bello che ogni docente copiasse ed inviasse al suo deputato di riferimento il medesimo testo.
“Gentile Alessandra Terrosi,
Siamo un gruppo di docenti della provincia di Viterbo e, conoscendo personalmente la sua disponibilità all’ascolto (dote preziosa per la quale non ha certo brillato la dirigenza del PD), abbiamo sentito il bisogno di manifestarle il nostro stato d’animo e la nostra valutazione sul ddl definito, forse con involontario umorismo, “La buona scuola”, già approvato alla Camera e presto in esame al Senato.
Non la sorprenderà certo sapere che gran parte di noi e delle nostre famiglie, per autentica condivisione ideale e vicinanza ai valori della sinistra, ha fatto da sempre parte della base elettorale del suo partito.
Ed è per questo che conoscere il contenuto di questo disegno di legge, così devastante che neanche la destra peggiore avrebbe osato immaginarne uno simile, ci ha dapprima suscitato incredulità, poi allarme e sconforto, infine, indicibile amarezza e delusione.
Siamo consapevoli dell’inutilità del nostro sfogo, ma abbiamo pensato di poter trovare in lei un canale affidabile per far giungere la nostra voce di dissenso alla dirigenza di quel partito che lei rappresenta, e che non ci rappresenta più.
Sappiamo che anche lei ha fatto esperienza di cosa significhi essere docente, sebbene in un tempo incommensurabilmente più felice di quello in cui noi, ormai, ci troviamo quotidianamente a vivere; ma siamo, tuttavia, certi che non le sia difficile immaginare con quale stato d’animo si possa assolvere al delicato e difficile compito di formare dei ragazzi, sentendosi vulnerabili e ricattabili, in balia dell’arbitrio imperscrutabile di un dirigente le cui scelte, lungi dall’essere regolate da un complesso di norme certe, oggettivamente verificabili e tali da tutelare con imparzialità ogni singolo lavoratore, potranno distruggerlo senza appello, professionalmente e moralmente.
Vorremmo anche che in questa nostra accorata voce di dissenso non passasse inosservata la nostra indignazione per essere considerati teste vuote e burattini manovrati dagli interessi dei sindacati, come vanno sproloquiando sui media, degni clarinetti di orwelliana memoria, segretario e sottosegretario all’Istruzione: dovrebbero sapere a quanto ammonti lo stipendio di un insegnante, e dedurne, senza bisogno di eccessivo acume, che aderire a uno sciopero, accettandone la conseguente considerevole decurtazione in busta paga, non è decisione che si prenda a cuor leggero, per compiacere il sindacato.
Se abbiamo scioperato, con un’adesione che ha sfiorato nel nostro caso il cento per cento, e’ perché vediamo con desolata chiarezza che gli interventi previsti da questo sciagurato ddl sono destinati a sortire nella realtà effetti devastanti e diametralmente opposti agli obiettivi di “efficienza” e “produttività” che (con terminologia tristemente desunta dal mondo economico) nella propaganda sui media si afferma di perseguire.
Ciò che ancora non abbiamo compreso bene è se dietro a questa grottesca incongruenza ci sia insipienza o malafede; ma certo, nell’un caso o nell’altro non c’è da stare né allegri né sereni.
Il segretario del suo partito direbbe, accompagnando la battuta con smorfia sprezzante: “Ce ne faremo una ragione”.
Anche noi ce ne faremo, eventualmente, una ragione.
Creda, con profonda, profonda amarezza.”

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La differenza tra un uomo pieno di sé ed uno pieno di se


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A molti il decisionismo del nostro Presidente del Consiglio piace. Ricorda un po’ il modo di fare di Craxi, anche se ad alcuni fa venire in mente il nostro Lui, oppure Berlusconi, che però non era certo un decisionista, tutt’altro.
In politica avere chiaro l’obiettivo e puntare dritto nella sua direzione, senza lasciarsi fuorviare da nessuno, non sempre si rivela utile, anche se apparentemente può dare all’opinione pubblica l’dea di essere – appunto – “decisionisti”, di essere, cioè, persone capaci di fare a meno di estenuanti trattative, di non perdersi nelle paludi della mediazione politica.
Spesso il decisionista è un uomo pieno di sé, ha un Ego ipertrofico, può tranquillamente fare a meno del confronto, dal momento che egli basta a se stesso.
Se nella vita privata un atteggiamento simile può essere non tanto accettato, quanto tollerato, nella vita pubblica, nell’azione politica esso si rivela spesso controproducente.
L’uomo pieno di “se” funziona meglio. Bisogna dare ascolto, mediare, cercare un punto di arrivo, lasciarsi cogliere dal dubbio, cosa che significa avere l’apertura mentale che consente di capire anche le ragioni dell’avversario, a prescindere dal risultato finale.
Questa mentalità non appartiene al nostro Renzi – uomo pieno di sé.
Non ha voluto, in modo pervicace, confrontarsi davvero con noi insegnanti, non ha voluto ascoltare le nostre ragioni, capire i nostri dubbi, dal momento che per lui – forse – la parola “dubbio ” è un tabù.
Se lo avesse fatto avrebbe capito una cosa importante: che i docenti sono persone desiderose di dare il loro contributo e stanche di essere umiliate.
E le persone umiliate hanno la memoria ed il rancore molto lunghi.

Lettera di una collega ad un candidato alle elezioni regionali, in risposta ad una richiesta di voto


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Questa è la mail che una mia collega, che voterà tra pochi giorni alle elezioni regionali in Toscana, ha inviato ad un candidato.

“Egregio S., sono un’insegnante, e oggi, tornando da scuola, ho trovato nella cassetta della posta il suo invito a votarla alle prossime regionali.
Il destinatario era indubbiamente pertinente, dato che io e tutta la mia famiglia, famiglia di mezzadri fino agli anni 90, abbiamo, e con autentica passione, fatto parte di quello che si suol definire lo “zoccolo duro” prima del PCI e poi di tutti i suoi figli e nipoti di botanica memoria, e oltre.
Io non la conosco, ma la sua espressione mi ispira simpatia, mi pare il viso di una persona onesta. E per questo mi dispiace; mi dispiace sentire l’amaro bisogno di dirle che né io né alcun altro componente della mia famiglia mai più voteremo un candidato di un partito che, con arroganza indicibile, sta facendo passare una legge sulla scuola che neanche la destra peggiore avrebbe mai osato proporre; legge che nella malaugurata ipotesi dovesse passare, renderebbe gli insegnanti, tutti, dei servi, vilipesi e precari anche nel loro umiliante servaggio senza dignità.
Il suo presidente direbbe: “Ce ne faremo una ragione”, accompagnando la frase con una smorfia sprezzante.
Me ne farò anch’io una ragione.
Mi creda, con profonda, profonda amarezza.”

R.P.

Il ragionier Fantozzi e la poltrona di pelle umana


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Ormai nelle cene tra colleghi non si parla di altro, di questo accidente di riforma, così che – vuoi l’età, vuoi il cambio di stagione – si torna a casa con un magone tale, che un bidone di Maalox allevia appena il bruciore.
Ieri sera è andata così.
Nonostante il saggio di turno avesse ammonito:”Però non parliamo di scuola, capito?!”, in realtà non abbiamo fatto altro che questo, dall’antipasto all’ammazzacaffè.
Comunque la si guardi, comunque la si analizzi, questa “riforma” fa acqua da tutte le parti: dal punto di vista del metodo, perché si sarebbe potuta costruire con un processo dal basso che avrebbe contenuto l’entusiasmo e la creatività dei docenti, che di entusiasmo e creatività hanno ancora parecchie riserve, mentre si è scelta l’opzione peggiore, che ci ha messo di fronte al fatto compiuto e compiuto male.
Dal punto dei vista dei contenuti, perché in larghissima parte i punti della “riforma”sembrano tolti da quei manuali di autoaiuto che tanto piacciono alla cultura anglosassone, e hanno uno spessore di cultura pedagogica pari allo zero.
E poi c’è l’ombelico di tutto il processo: i poteri del Dirigente.
Mentre addentavamo, sempre più tristi ed arrabbiate, la nostra Margherita, Anna mi ha raccontato i particolari della vicenda di una collega, da tempo malata. Sono mesi che non va a scuola.
Sapevo qualcosa della sua vicenda e le ho chiesto come stesse procedendo.
“Lei è stata una vittima del mobbing, lo sai?”
“Mobbing!Oh, mio Dio, non lo sapevo! Come è successo?”
“Beh, il suo Dirigente l’ha presa di mira. Non le ha dato respiro, mai. Non passava settimana che lei non fosse convocata in Presidenza per via di qualche mancanza, di qualche imprecisione. La conosci, è una donna forte, ma alla fine ha ceduto. Non si resiste al fatto di essere spiate, di subire la doppiezza dei colleghi, che parlano con te solo in attesa di andare a riferire in Presidenza. Quel disgraziato alla fine ha fatto esplodere in lei quelle crisi di panico che la tormentano e che sul piano fisico non hanno altra spiegazione che quella psicosomatica!”
Mi dispiace per questa collega. Restiamo per un po’ in silenzio. La pizza intanto si raffredda mestamente.
“Immaginiamo come potranno andare le cose a partire dall’anno prossimo!” – ho osservato, bevendo un po’ di CocaCola per tirarmi su.
“Tu lo sai, vero, che farai la fine del ragionier Fantozzi? Lo sai, vero, che andrai a finire con la tua cattedra nello sgabuzzino del sottoscala a riempire le tue cartuccelle?” – mi ha gridato dall’altra parte della tavolata una collega, che conosce bene il mio essere una testa calda e irragionevole.
“Cameriere!”- ho detto ad un certo punto – “Mi porti del Gaviscon, ma di un’annata buona, mi raccomando!”

Fermate il mondo! Voglio scendere!


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R. è la mia più cara amica ed è anche una collega, la collega più preparata tra tutte quelle che conosco, anche se continua sempre a dire: “Quest’anno ho lavorato poco e male!”, cosa non vera, dettata solo da un senso di responsabilità verso il suo lavoro che non ha eguali nell’intera galassia.
Per me è una fonte preziosissima, in tutti i sensi, soprattutto per avere il polso della situazione, dello stato emotivo di noi docenti.
Oggi pomeriggio è venuta a trovarmi e commentavamo insieme un disavventura che sto vivendo in questi giorni a scuola, una cosa che non mi sarei mai aspettata di subire e da cui spero di uscire quanto prima.
Le stavo esprimendo il mio schifo ed il mio disgusto, per quanto mi sta capitando, ma lei ha interrotto la mia querimonia.
“Letizia, ma non hai fatto caso che già ora a scuola ci stiamo adeguando al nuovo che avanza?”
“In che senso, scusa?!”
“Dal punto di vista emotivo ci troviamo già a comportarci come se la nuova riforma fosse stata approvata ed applicata nelle singole scuole. Non ti sei accorta che all’improvviso – e più di prima – abbiamo paura delle decisioni che potrebbero essere prese contro di noi? Quasi non osiamo più alzare gli occhi per il timore delle possibili conseguenze.”
“In effetti il clima è cambiato.”
“Nessuno ha più voglia di esporsi. C’è già il timore delle ritorsioni. Ti immagini che cosa accadrà quando davvero tutto sarà operativo? Ti immagini l’adulazione, la piaggeria pronte a dilagare? Ti immagini le guerriglie che si scateneranno?”
Subito il mio pensiero è andato ad una scuola lontana, magari su un’isoletta, dove andare a cercare rifugio, in attesa di tempi migliori.
Che incubo!

Non siamo stati capaci di far capire all’opinione pubblica che stiamo solo chiedendo di svolgere bene il nostro lavoro


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Parlando con diverse persone e con i familiari degli scioperi di qualche giorno fa, mi sono sentita dire: “Ma insomma, che volete? Siete una categoria di privilegiati ed avete pure il coraggio di lamentarvi?”

A queste parole ho replicato con vigore utilizzando le argomentazioni che si possono immaginare, ma, dentro di me, ho capito che il nostro è, paradossalmente, un problema di comunicazione e di immagine e che sarà soprattutto dalla lotta svolta su questi ambiti che arriveranno la vittoria o la sconfitta.

Anni ed anni di attacchi e di denigrazione – secondo il principio “gutta cavat lapidem” – hanno dato di noi un’immagine di perdenti e lassisti, che non corrisponde alla realtà dei fatti, ma che sarà durissima da scalfire e cambiare.

Non siamo riusciti a far capire alle persone che la nostra lotta non ha (o non solo) degli obiettivi di carattere economico, ma punta a mantenere la qualità del lavoro che svolgiamo quotidianamente. Quel lavoro che abbiamo garantito e che garantiamo contro tutto e nonostante tutto. È tutto questo non sempre viene capito e non sempre ci viene riconosciuto dalla società.

Forse abbiamo bisogno di un esperto di marketing. O di un santo in Paradiso. O di entrambi.

Postilla all’articolo precedente


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Quello che intendevo dire con il post precedente è che noi insegnanti non abbiamo santi in Paradiso, anzi: quasi tutta l’opinione pubblica ci è ostile, per un motivo o per un altro. Dobbiamo a tutti i costi riuscire a far capire le nostre ragioni ed il dialogo mi pare la sola strada praticabile. Non c’è uno solo dei mass-media che sia dalla nostra parte, anzi: non si attende altro che farci passare per persone irragionevoli e corporative.

E non è questo ciò che siamo. I nostri obiettivi sono altri, di un grado superiore rispetto ai soli interessi di categoria.

Passare da fannulloni a patetici mestatori: il passo sarà breve…


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A mio avviso, anche solo ventilare l’idea del blocco degli scrutini è stato un errore.
Tutti avremmo dovuto sapere che questa scelta avrebbe come esito inevitabile la precettazione e dunque, perché imboccare un vicolo cieco?
Io non condivido.
Il problema deriva dal fatto che siamo in mano a sindacati inetti e dalla coscienza così sporca che nemmeno Bio Presto potrebbe ormai farci qualcosa.
Per anni sono stati inerti: quasi tutti i sindacati– per non dire tutti – hanno permesso alla Mariastrega di fare a pezzi la scuola.
Lì ci sarebbe stato da fare una lotta eclatante, ma non l’abbiamo fatta. Abbiamo permesso che le varie sigle sindacali belassero debolmente le loro proteste. E noi lì, ad abbassare il capo.
I ragazzi dell’Università andarono perfino sui tetti dei loro edifici, contro la Mariastrega. Noi no, zitti nelle aule.
Questa riforma – va detto – non ha lo stesso carattere demolitorio della Controriforma Gelmini: almeno a parole, va affermando che l’obiettivo è il potenziamento dell’intera struttura.
Tuttavia, paradossalmente, essa rischia di diventare ugualmente pericolosa. Rischia di provocare reazioni esacerbate, perché è stata calata quasi senza discussione in una scuola pubblica ormai disillusa ed esasperata.
Ma non è nemmeno questo il problema principale.
Il fatto è che in larga parte “La Buona Scuola” è stata concepita da persone che sanno poco, o nulla, dei delicati e, spesso, nascosti meccanismi di funzionamento della nostra macchina.
Questa riforma viene percepita come un’ingerenza, anche se, in alcuni punti, può essere condivisa.
L’ho detto fin dall’inizio: non tutto è da buttare, anche se l’insieme appare come il trionfo della “cultura delle slides”: tante parole vuote, con poco contenuto.
Un esempio: la valutazione dei professori non può essere un problema, per chi sa di lavorare con coscienza.
Se si lavora onestamente, di cosa si dovrebbe avere paura ad essere valutati? Il ragionamento appare fin troppo semplice. Io non sono contraria alla valutazione del mio lavoro.
Tutti sappiamo che alcuni tra di noi lavorano malissimo. Di più: odiano il lavoro che svolgono, scelto esclusivamente come ripiego.
Sarebbe disonesto non ammettere questa cosa e tutti siamo a conoscenza del problema.
Non è però consegnando tutto in mano al Dirigente che risolveremo questa spinosa questione, anche perché spesso i più lavativi e cialtroni tra di noi volteggiano come avvoltoi davanti alla porta della Presidenza ed altrettanto spesso sono proprio quelli che, pur di non andare in classe, si prestano alle attività “esterne” molto più di altri.
Dunque: come si potrebbe valutare l’impegno di un docente a partire dalla sua capacità di vendere fumo? Non ne verrebbe fuori un quadro veritiero.
La questione delle questioni, tuttavia, rimane aperta: “Come valutare gli insegnanti?”.
Credo che un corpo di ispettori esterni, seri, preparati, non legati ai Dirigenti, o ai Provveditorati, (come invece è stato finora), in continuo e costante movimento, potrebbe risolvere pienamente la questione.
Per fare questo bisognerebbe conoscere a fondo il meccanismo, sapere, per esempio, che i Provveditorati sono veri e propri centri di poteri, spesso piccoli, meschini, ma al loro interno si giocano le carriere dei Dirigenti, dei funzionari, degli ispettori: per questo motivo nessuno vuole scontentare nessuno. Tutti si conoscono ed il gioco degli scambi di favore è continuo.
Il lavoro degli insegnanti dovrebbe essere affidato a queste persone in modo ancor più incisivo? Sarebbe paradossale e ridicolo, anche se rischia di diventare realtà.
Una realtà grottesca, dove si rischierebbe di essere valutati proprio da persone che, pur di giungere dove sono, hanno messo insieme tremendi compromessi ed ingoiato rospi immangiabili.
Queste considerazioni agitano gli insegnanti e la rabbia per non essere capiti, per essere sempre e tutti – senza distinzione – inclusi nel calderone dei fannulloni di Stato può far credere che la soluzione sia quella di sfasciare tutto, di ricorrere al blocco degli scrutini.
Credo che la soluzione sia molto semplice: bisogna – lapalissianamente parlando – sedersi attorno ad un tavolo e discutere.
Deve però discutere di scuola chi di scuola ne sa qualcosa e chi ha un vero interesse a ricomporre i pezzi.
Via i sindacati, dunque, che i nostri interessi hanno smesso di farli da tempo e si siedano i veri rappresentanti del mondo della scuola, quelli che la conoscono e la amano.

Caro Presidente del Consiglio, Lei ci scrive e noi rispondiamo.


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Ieri sera abbiamo avuto il piacere (?) di trovare nella casella di posta elettronica istituzionale una mail spedita dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Si sapeva da tempo che ci avrebbe scritto, ma ha comunque destato una certa sorpresa. Il mio primo impulso è stato quello di cestinarla, magari come spam. Poi ho scelto di leggerla. “Non si sa mai!” – ho pensato. Il contenuto, niente di nuovo. Si trattava di una sintesi, la mail riuniva i punti essenziali – dal punto di vista di Renzi – del Ddl “La buona scuola”.

Il tono dello scritto era quello di chi vuole tenere aperto il dialogo. Questo aspetto- a prescindere da come poi andrà a finire – mi pare importante. Quello che mi pare ancora da capire, invece, è QUANTO questo desiderio di dialogo sia sincero, quanto abbia di puro calcolo, di ammorbidimento di sola facciata.

Se Renzi vuole discutere con il mondo della scuola, lo faccia rivedendo in modo radicale l’impianto del Ddl.

Sono dell’idea che alcune parti possano essere accettate, ma altre devono necessariamente cambiare e non perché gli insegnanti siano mossi dal pregiudizio, ma perché chi ha scritto quelle pagine dimostra di non aver alcuna pratica con il mondo della scuola. Ha semplicemente lavorato guidato dai luoghi comuni, se non dal pregiudizio.

Scusatemi, sarà un mio pallino, ma credo che il punto nevralgico da cambiare sia proprio quello riguardante il ruolo dei Presidi.

I dirigenti, in particolare quelli “formati all’ideologia gelminiana, hanno, già ora, quasi sempre una concezione fascista del loro ruolo. Come scrivevo un anno fa, spesso sono in preda alla”sindrome del Re Sole”, si circondano anche oggi di un cerchio magico, disposto a tutto, pur di raccogliere briciole di potere. Figuriamoci che cosa accadrebbe se il leccapiedismo fosse assunto a stile di vita.

Gli abusi di potere che oggi, a mala pena, si possono schivare, domani sarebbero una tremenda realtà, sancita per di più dalla norma.

Tutti saremmo costretti a presentarci col cappello in mano anche solo per chiedere un’ora di permesso. L’ego già ora sconfinato di alcuni, deborderebbe senza limiti.

Questo è – a mio avviso – il primo passo da compiere. Sul resto si vedrà.

Ha senso il muro contro muro ?


l43-delacroix-130208092827_medium Per la gioia di quelli che amano solo la distruzione ( da una parte e dall’altra), da ieri siamo nella classica situazione di stallo. Il governo si è arroccato nelle sue rigidità, i sindacati, preso atto della situazione, non hanno potuto fare altro che rifiutare le misere elemosine offerte proprio in modo tale che fossero rifiutate. Cosa si ottiene in questo modo? Che gli insegnanti passano, agli occhi della disinformata opinione pubblica, come coloro per i quali nulla va mai bene, i soliti fannulloni – ça va sans dire – che sperano solo di tirare ancora a campare. Una mia collega mi raccontava proprio oggi che la sua Dirigente, in Collegio Docenti, si è rivolta all’assemblea dei colleghi apostrofandoli con toni assai aspri, indicandoli come corporativi, incapaci di rinunciare al loro mese di ferie, solo perché la Dirigente stessa aveva deciso che gli esami di recupero del debito non si sarebbero in ogni caso svolti a settembre ed aveva reagito in malò modo quando il Collegio stesso si era mostrato opposi tifo. I Presidi sono diventati renziani velocemente, tanto quanto sono stati veloci a diventare felminiani e, prima ancora, morattiani. A questo punto non abbiamo di fronte a noi tante possibilità: se non vogliamo fare la fine dei minatori inglesi durante gli anni della