Non siamo stati capaci di far capire all’opinione pubblica che stiamo solo chiedendo di svolgere bene il nostro lavoro


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Parlando con diverse persone e con i familiari degli scioperi di qualche giorno fa, mi sono sentita dire: “Ma insomma, che volete? Siete una categoria di privilegiati ed avete pure il coraggio di lamentarvi?”

A queste parole ho replicato con vigore utilizzando le argomentazioni che si possono immaginare, ma, dentro di me, ho capito che il nostro è, paradossalmente, un problema di comunicazione e di immagine e che sarà soprattutto dalla lotta svolta su questi ambiti che arriveranno la vittoria o la sconfitta.

Anni ed anni di attacchi e di denigrazione – secondo il principio “gutta cavat lapidem” – hanno dato di noi un’immagine di perdenti e lassisti, che non corrisponde alla realtà dei fatti, ma che sarà durissima da scalfire e cambiare.

Non siamo riusciti a far capire alle persone che la nostra lotta non ha (o non solo) degli obiettivi di carattere economico, ma punta a mantenere la qualità del lavoro che svolgiamo quotidianamente. Quel lavoro che abbiamo garantito e che garantiamo contro tutto e nonostante tutto. È tutto questo non sempre viene capito e non sempre ci viene riconosciuto dalla società.

Forse abbiamo bisogno di un esperto di marketing. O di un santo in Paradiso. O di entrambi.

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