Est modus in rebus


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La foto che accompagna queste righe riguarda il magnifico flash mob di Piazza di Spagna di qualche settimana fa.

Preferisco ricordare questa protesta, oppure i cortei che hanno accompagnato lo sciopero del 5 maggio, piuttosto che le urla e le minacce che hanno fatto da sfondo all’approvazione in Senato del ddl de “La Buona Scuola”.

Non mi sono piaciute né le urla risuonate in Senato dopo l’approvazione,  né gli insulti sgangherati urlati a Corradino Mineo.

Nelle ultime settimane – man mano che si profilava l’idea dell’approvazione a tappe forzate del ddl – ho visto montare nelle persone, in particolare negli aderenti ai gruppi Facebook dedicati al mondo della scuola, un livore spesso fine a se stesso.

Accuse infondate, insulti totalmente gratuiti, “boatos”, assai spesso del tutto privi di fondamento o non verificabili, ma accettati per buoni e usati come trampolini di lancio per aggressioni verbali pesantissime.

A me questo decreto non piace, così come non mi piacciono il Presidente del Consiglio. La Ministra della Pubblica Istruzione e tutto il codazzo di stelline al femminile che circonda il Governo.

Li ho criticati di continuo, così come valuto in modo negativo- e continuerò a farlo – l’operato dei sindacati.

Questo, tuttavia, non significa cadere nella volgarità o nell’invettiva inutilmente aggressiva.

Il confronto politico è un’altra cosa. I toni possono essere accesi, ma le grida da talk-show sono inaccettabili e generano imbarazzo soprattutto quando provengono dagli insegnanti, che dovrebbero essere la cinghia di trasmissione delle regole del vivere civile.

Ci sono movimenti politici che hanno fatto delle grida la loro cifra distintiva. A me non piacciono, così come non condivido i loro modi di fare.

Dove erano tutti questi tagliagole della domenica, quando Berlusconi, Tremonti e la Mariastrega demolivano – e come! – la scuola pubblica?

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Sottrazioni


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Pare che la Ministra Giannini abbia dato forfait rispetto a due incontri pubblici che avrebbe dovuto avere oggi, a Palermo e a Viterbo.
Che abbia avuto paura di un confronto pubblico? Che abbia temuto il ripetersi delle urla (che a me non sono tanto piaciute) sentite in Senato?
Oppure è stata semplicemente la difficoltà di riuscire a trovare (senza i suggeritori adatti) risposte convincenti rispetto alle tante domande puntuali che tanti insegnanti avrebbero voluto porle? Perché dare forfait?
Ah, saperlo! (come direbbe Dagospia…)

Piú che di sinistra sono sinistri


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Ammetto di essermi sbagliata. Fino all’ultimo ho sperato che le cose sarebbero andate diversamente, che il Presidente del Consiglio sarebbe riuscito, magari per un secondo, ad osservarsi dal di fuori e a comprendere la gravità enorme di ciò che si accingeva a fare, decidendo di fare un passo indietro.

Niente di più sbagliato: un narcisista non è in grado di osservarsi da fuori, perché è troppo assorto nell’autocontemplazione.

Non è in grado di ascoltare nessuno, meno che meno chi osasse dissentire. Al massimo gli aggrada ascoltare l’eco del plauso altrui, che non è altro che una foto ingigantita dell’Ego ipertrofico che lui già possiede.

Renzi, dunque, ha calpestato ogni regola del confronto democratico, ha calpestato tutto, in nome del prestigio (?) personale. Del suo Ego.

Di sicuro ci ricorderemo di lui alle prossime elezioni. Non voterò in nessun modo il PD, questo PD. Non darò il mio voto a chi ha oltraggiato e calpestato la mia dignità di lavoratrice, nel metodo, oltre che con i contenuti del disegno di legge che questo partito ha voluto imporre a tutti i costi.

Ieri sera, riflettendo sulle tristi vicende del Senato, mi sono ritrovata a pensare che in fondo è stato un bene che Mario Alighiero Manacorda sia morto di recente, perché sarebbe morto di crepacuore, a vedere come ciò che resta di quello che era stato il suo partito abbia demolito l’impianto democratico della scuola che lui aveva contribuito ad edificare.

Fa male al cuore veder come persone di  uno spessore culturale inesistente, capaci solo di sorridere a favore di telecamera e di ripetere a memoria slogan preconfezionati da un ufficio stampa, abbiano messo a punto questo obbrobrio ed abbiano manomesso una struttura già minata dalla Mariastrega e dalla sua pseudoriforma.

Eccoli qui, i pronipoti (?) di Gramsci.

E meno male che di lui sono restate solo le ceneri…

Folle Banderuola


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Non ho mai voluto fare politica attiva a tempo pieno, perché le rarissime volte (una) in cui mi sono lasciata coinvolgere, mi sono resa subito conto che il detto sallustiano “facta dictis exaequanda sunt” non può essere applicato alla pratica politica quotidiana, ma bisogna dimostrare di possedere una capacità di adattarsi al gioco (mentre esso si svolge) che io non ho mai avuto.
In poche parole, sono abituata a dire apertamente quello che penso e, una volta detta una cosa, cerco di essere coerente. Tutto questo mi rende inetta rispetto alla politica attiva: non possiedo alcuna delle doti magnificate da Machiavelli.
Tutto questo preambolo per dire una cosa: abbiamo di fronte a noi degli interlocutori inaffidabili, delle banderuole, che, mentre affermano di voler prendere una direzione, hanno già mosso il piede nel verso contrario, comportamento che ottiene soltanto lo spiazzamento, lo scoramento dell’avversario, che si ritrova a non avere più argomenti efficaci, non riesce a confrontarsi in modo soddisfacente con la controparte, perché la controparte è una banderuola.
Tutto ciò spiega perché risulta quasi impossibile commentare gli avvenimenti di questi ultimi giorni, visto che, a ben guardare, quello che è stato detto e commentato due giorni fa, appare come fuori sincro, rispetto a ciò che è stato deciso, commentato, riaffermato ieri.
Non si capisce più niente.
Tutti si muovono in modo autonomo rispetto al vento che tira e ne viene fuori una babele che lascia senza fiato noi tutti.
Sarebbe solo una patetica, grottesca, commedia da due soldi se non ci fosse in gioco il nostro lavoro, il contesto in cui ci muoviamo ogni santo giorno.
Ci prenderanno (temo) per stanchezza, oppure (ne sono sicura) per rimbambimento.

Ognuno di noi crei una lista delle priorità


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Il nostro Presidente del Consiglio – evidentemente mal consigliato, se non addirittura in malafede – accusa gli insegnanti di essere sempre e solo oppositivi, di non avere nulla di costruttivo da proporre.
Se solo si fosse dato la briga di ascoltarci nei mesi scorsi, se solo avesse speso un po’ di tempo per confrontarsi realmente con noi, avrebbe invece scoperto che gli insegnanti – la gran parte di essi – hanno davvero a cuore la scuola, al punto che riescono a farla funzionare NONOSTANTE la miriade di cose che impedirebbero anche l’andamento della semplice routine quotidiana (vedi: riscaldamento degli edifici largamente insoddisfacente, con le aule che toccavano a gennaio dodici gradi appena, toner delle stampanti mancante all’appello per mesi e mesi, scotch e puntine da disegno che ognuno di noi ha dovuto acquistare a proprie spese, carta igienica disponibile solo usata…).
Dato che veniamo accusati di non volere l’evoluzione della scuola, di voler campare su rendite di posizione (quali, please?), quasi fossimo noi la “casta” del Paese, allora è forse il caso che con un gigantesco flash mob tutti noi presentiamo la “nostra” lista delle priorità.
Facendo un grande lavoro di sintesi ne dovrebbe venir fuori una serie di proposte decenti, che non vadano a toccare chissà quale empireo della didattica e dell’andamento burocratico-amministrativo, ma mirino semplicemente ad una navigazione tranquilla e stabile della nostra enorme nave in avaria pilotata da decenni, almeno da Berlinguer ai nostri infelicissimi tempi.
Questa è la mia lista:
1)Diminuire, anziché aumentare, il potere dei dirigenti scolastici. Tutti noi guadagneremmo in serenità.
2)Eliminare la corte dei miracoli – lo “staff” – che oggi infesta i luoghi intorno alle varie Presidenze.
3)Diminuire il numero degli alunni nelle classi. La qualità del nostro lavoro aumenterebbe enormemente, poiché potremmo intervenire capillarmente nelle situazioni critiche e potremmo spiegare ed interrogare in santa pace.
4)Vorrei che mi si riconoscesse l’enorme mole di lavoro che svolgo a casa. Solo quest’anno ho corretto quasi mille elaborati, il che fa quasi duecento ore di lavoro svolto gratuitamente, a totale danno della vita privata.
5)Vorrei potermi aggiornare, ma seriamente, non essendo costretta a seguire corsi di aggiornamento svolti dagli “amici degli amici”, che con lauti gettoni si accaparrano gli istituti tutti della provincia, svolgendo lezioni durante le quali si spaccia per oro colato un contenuto che definire scontato è poco. Voglio fare il mio aggiornamento direttamente all’Università, dove la ricerca è quasi sempre buona e dove ci si affida al flusso delle novità, cosa che ci impedirebbe di fossilizzarci sulle nozioni acquisite da tempo.
Mi limito a questi pochi punti, ma sono sicura che dalla nostra creatività potranno uscire molte idee interessanti e costruttive.
Facciamole uscire allo scoperto!

Era ora!


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A sentire le ultime notizie (se verranno confermate) mi viene spontaneo commentare: “Lo avevo detto, io!”
La riforma sembra destinata a slittare di un anno. Lo ha fatto capire ieri sera il Presidente del Consiglio durante un’intervista, nella quale non è mancata una scia avvelenata.
Subito dopo la prima tornata elettorale, dopo aver osservato il crollo di votanti e consensi, ero arrivata alla conclusione che il Governo aveva di fronte a sé una sola strada: ripensarci, fermarsi per riflettere.
A voler essere sincera, avevo anche ipotizzato le dimissioni della Ministra, ma forse in quel caso la fiducia da parte mia era stata eccessiva.
Certo, questa previsione era nell’ordine delle cose e la sua concretizzazione genera ora in tutti noi un paio di domande.
“Perché non fermarsi prima? Perché non dimostrare prima una maggiore duttilità?”
Tutti gli insegnanti hanno assistito sbigottiti alle pantomime di questi mesi, agli annunci, ai proclami sempre più roboanti. Lo sbigottimento si è via via trasformato in rabbia, una rabbia scatenata dall’umiliazione di sentirsi trattati come della nullità, degli sfaccendati, come gli ultimi della classe. Sentirsi dileggiati è stato davvero molto pesante. Ha scatenato rabbia, molta rabbia.
La nostra rabbia, tuttavia, si è ben presto organizzata, assumendo la forma della protesta conclamata.
Un vero miracolo! Come lavoratori non protestavamo seriamente da decenni. E le cose ci sono riuscite particolarmente bene.
Prima c’è stata la serie entusiasmante dei flash mob e poi l’esplosione dello sciopero. Compatto. Chiaro.
Soltanto una classe di governo miope, incapace di leggere la realtà, avrebbe potuto sbagliarsi sulle conseguenze per il governo, dal punto di vista elettorale.
Le conseguenze sono arrivate. Pesantissime. Con loro è arrivato anche il ripensamento.
Era ora!
In cauda venenum: c’era proprio bisogno di servirsi dei precari come degli ostaggi? C’era proprio bisogno di addossare a chi ha lottato in modo chiaro e trasparente la responsabilità delle mancate assunzioni?
Ci si deve spingere sempre e necessariamente nel terreno minato del ridicolo?

protèrvia s. f.


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“Protèrvia s. f. [dal lat. tardo protervia, der. di protervus «protervo»]. – Superbia insolente, arroganza ostinata, sfrontata, petulante, spesso accompagnata a ira, a rancore.”

Di sicuro non abbiamo bisogno della definizione del vocabolario Treccani, per capire l’atteggiamento protervo e lo spessore umano degli interlocutori politici con cui ci siamo dovuti confrontare in questi mesi.
La storia dei partiti della sinistra non è sempre stata caratterizzata dalla protervia, che ha in sé il germe della stolidità, cioè dell’incapacità di saper leggere le situazioni, di riuscire ad interpretarle, in modo tale da evitare figuracce e cantonate.
Il popolo della sinistra ha sempre creduto nel confronto politico.
Se invece andiamo a riguardare i passaggi che hanno caratterizzato la genesi e lo sviluppo di questa buffa baracconata che è “La Buona scuola”, possiamo vedere che l’elemento che salta di più agli occhi è la mancanza assoluta di confronto che ha caratterizzato tutto il processo.
E non mi si venga a dire che la consultazione online è stato un confronto, perché solo una mente acritica avrebbe potuto considerarla tale.
L’ho detto più volte: la consultazione avrebbe dovuto coinvolgere capillarmente la base, le singole scuole, i docenti, tutti quelli che avevano – ed hanno – buone idee da proporre.
Io avrei escluso tutti i sindacati (o quasi) perché essi non possono più essere considerati interlocutori affidabili, di certo non dopo che sono stati rabboniti dalla polpetta (avvelenata solo per noi) dei CAF e delle pensioni d’oro per i dirigenti con distacco sindacale.
Il Governo ed il Ministro della pubblica Istruzione hanno sbagliati tutto: i contenuti del Disegno di Legge, la comunicazione con i lavoratori.
Sarebbe stato difficile mettere insieme una maggiore miopia politica, eppure il nostro Governo è riuscito nell’impresa, riuscendo a scontentare proprio tutti.
Chissà se nel paniere di Presidente del Consiglio e della nostra Ministra riusciranno a comparire aggettivi come: cordiale, affabile, umile, competente.

Autocritica, questa sconosciuta.


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Meno della metà di coloro che ne avrebbero avuto diritto è andata a votare. Non diamo la colpa al tempo, al mare, per favore! Pur di non votare il PD di Renzi, le persone restano a casa. Io avrei fatto lo stesso, da cittadina e da docente. Chissà se lui farà quella che anticamente si chiamava “autocritica”, che non è altro che un esame del proprio comportamento, per arrivare a capire dove e perché si è sbagliato.

Non porgeremo l’altra guancia, ma un altro gancio!


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Se corrisponde al vero la notizia che una collega è stata mandata all’ospedale da un genitore inferocito che l’ha picchiata per via dei cattivi risultati del pargolo, allora mi consolo.
Sì, perché nonostante i miei cinquantaquattro anni, mi alleno tutti i giorni, sia con flessioni sulle braccia, sia con i pesi e possiedo muscoli e pettorali non del tutto da buttare e, alle perse, di fronte ad un’aggressione sono almeno in grado di rispondere con un diretto.
Le prenderò, ma, con un po’ di fortuna, potrò anche rispondere.
Questo mi rafforza nell’idea che la teoria conta, ma anche la prassi ha il suo peso. D’ora in poi, specie nei giorni post-scrutini, mi metterò nella borsa un guantone da boxe: coi tempi che corrono, non si sa mai!
La formazione cristiana conta fino ad un certo punto: non porgeremo certo l’altra guancia, ma un altro gancio!

Genitori 2.0


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“Se i genitori non riescono ad accettare la realtà delle cose, come possono farlo i loro figli?” – mi dice Paolo, mentre siamo seduti al bar.
Paolo, mio amico e collega, mi ha appena raccontato un episodio che ha creato in lui un’indignazione fortissima.
C’è stata sulle pagine di facebook una vera e propria sollevazione dei genitori, con accuse ed insulti diretti contro i professori della sua scuola, rei di aver bocciato “troppo” e di aver assegnato un numero eccessivo di debiti.
E’ così: siamo arrivati ad un punto tale che ormai un debito, uno studio individuale, vengono vissuti da alunni e genitori come punizioni, come offese di carattere personale, da “lavare” con accuse e maldicenze, spesso messe nero su bianco, appunto, su facebook.
I responsabili di tutto sono, ovviamente, i professori, che non hanno saputo “lavorare”, “capire”.
(O forse i docenti non hanno saputo, o voluto, “giustificare” o “assolvere”, come tanti, troppi, genitori di oggi si sono rassegnati a fare.)
Guai ad ammettere di aver generato dei lavativi, dei vagabondi perdigiorno, incapaci di assumersi la minima responsabilità. Sarebbe come ammettere il proprio fallimento.
Dunque la colpa di tutto è di noi professori.
“Forse ha ragione Umberto Eco, quando dice che facebook ha dato fiato agli imbecilli. Come valuteresti questi genitori?”
“Penso che la parola d’ordine di oggi sia ‘deresponsabilizzare’.”
“Ci ringraziano in questo modo, dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto quest’anno per riconquistare la dignità perduta!”
Paolo insegna in un istituto tecnico della mia provincia, una scuola sempre in bilico con le iscrizioni; piccola ma agguerrita.
Quest’anno c’è stato un avvicendamento di Dirigenti e, durante gli scrutini, il nuovo Preside ha scelto di agire con serietà, sostenendo gli insegnanti che volessero assegnare i debiti e non ostacolando le bocciature, se motivate.
Il numero dei rimandati e dei promossi ha dunque avuto una notevole impennata, rispetto agli anni precedenti, quando era dirigente Acido Cloridrico.
Paolo ha una rabbia sconfinata nei confronti del vecchio dirigente ormai in pensione e non perde occasione per attaccarlo.
“Tu lo sai, con lui la qualità della nostra scuola si è abbassata moltissimo. Mirava quasi esclusivamente a questo, a renderci lo zimbello della provincia. Non gli premeva la sorte di una scuola di cui era solo un reggente. A lui stava a cuore soltanto l’istituto tecnico di ****, verso il quale ha cercato di dirottare anche le nostre iscrizioni.”
“Non ci pensare più, ormai questo è il passato!” – provo a dire, per calmarlo.
“Vedi bene che, però, risalire la china sarà molto complicato!”
Quest’anno lo sforzo di tutti è stato quello di tornare ad uno standard qualitativo di livello superiore, anche per questa piccola scuola, che non potrebbe permettersi emorragie di iscrizioni.
I genitori, tuttavia, non hanno colto il senso di questa operazione.
“Parlano tanto di qualità, ma guai a toccare gli interessi individuali!”
“Legge e ordine, ma per gli altri!”
In mezzo c’è, nemmeno tanto sottotraccia, una crisi della genitorialità che sarà l’emergenza sociale dei prossimi anni.