La fatica di Sisifo


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Il nostro è un lavoro strano: ci sono giorni in cui usciamo dalla classe in preda al delirio di onnipotenza, perché è scattato quel “quid”, che ha creato una sintonia perfetta con gli alunni, i quali hanno capito tutto quel che c’era da capire (o almeno: così ci pare!).
Altre volte varchiamo quella soglia a capo chino, convinti di essere degli incapaci, certi di avere deluso i ragazzi, rimasti distanti e nascosti dietro un muro impenetrabile come una parete di vetro.
Spesso ci sentiamo come Sisifo: la fine della salita è lì, basterebbe solo un piccolo sforzo e potremmo lasciare andare quel masso, potremmo ricominciare a respirare, ma invece tutto ripiomba verso la situazione iniziale.
Che frustrazione!
Questo stato d’animo è abituale per me: c’è la classe, in cui insegno latino da tre anni, che annaspa dietro ablativi assoluti e cum narrativo, senza venirne a capo e mi fa pensare che insegnare latino è mestiere che non fa per me, visto che durante un compito in classe non si riesce a rendere il pensiero di un autore classico senza stravolgerlo o ridicolizzarlo.
Passo ore ed ore a pensare a nuove strategie, a cercare di capire come uscire da una situazione problematica, a volte senza riuscirci.
Spesso, come accade nei film con il lieto fine, le situazioni si risolvono da sole, miracolosamente succede qualcosa che mi risolleva il morale: il muro che sembrava impenetrabile presenta qua e là alcune crepe. Il masso ricomincia a salire.
I passi in avanti ritornano ad essere esaltanti.
Spesso, però, tocca a me ridimensionare le aspettative: quella classe non può dare più di così e si rende necessario accettare questo presunto fallimento.
Ma è davvero un fallimento? O ci stiamo comportando come quei genitori che nutrono aspettative deliranti sui figli? Li vorremmo medici, ma non è quello che desiderano, non possono e non vogliono soddisfare le nostre aspettative.
In effetti l’errore sta proprio lì, nel delirio di onnipotenza: non siamo né Atlante, né Sisifo: non possiamo “salvare” il mondo, a volte ci tocca guardarlo mentre gira, limitandoci semplicemente a non mandarlo fuori orbita.

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Se diciassette vi sembran pochi…


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I recentissimi, tragici fatti di Milano – con un ragazzo morto dopo una caduta dal sesto piano di un albergo di Milano, mentre il poveretto era in viaggio di istruzione con tutta la sua classe- hanno di nuovo generato il solito, sterile dibattito su scuola e professori, animato da chi, in particolare, dimostra, ancora una volta, di sapere poco su questo mondo e su come funziona.
Ogni insegnante – ogni volta che si lascia tentare dalla sciagurata idea di fare da accompagnatore alla sua classe – ha la responsabilità diretta di diciassette persone.
“Responsabilità diretta” vuol dire che per tutto ciò che può accadere il docente risponderà civilmente e penalmente, come non manca di sottolineare puntualmente, ed in modo lugubre, la nomina che gli viene fatta recapitare dal Dirigente prima della partenza.
Ciò vuol dire che, a partire dal minuto zero della partenza, fino al sospiratissimo attimo del ritorno, sarà lui a dover rispondere davanti ad un giudice di ogni guaio che si sarà creato per strada.
E la strada oggi è impervia.
Provate voi a non perdere mai – MAI – di vista diciassette persone.
Fino a circa quindici anni fa le cose non sembravano essere troppo preoccupanti: si partiva e si ritornava, senza che venissero fuori tanti problemi, ma oggi solo un folle può pensare di partire sereno in gita con i ragazzi e magari di dormire il sonno del giusto durante la notte.
In primo luogo perché la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi conosce poco le regole fondamentali dell’educazione e della cosiddetta “convivenza civile” e questo vale anche per quelli che nel perimetro della classe ci appaiono come angioletti.
I loro genitori hanno spesso creato i cosiddetti “egomostri”, delle persone, cioè, incapaci di empatia, di senso del limite, spesso prive di freni inibitori, semplicemente perché il loro ego non conosce neppure lontanamente il significato della parola “confine”, perciò questi ragazzi non si rendono nemmeno conto di non avere gli strumenti per vivere a lungo in una comunità, conoscono solo il perimetro della celletta interiore in cui sono rintanati da sempre.
Talvolta i genitori hanno rinunciato a fare il loro mestiere ed i loro figli sono delle macchine con il motore in piena accelerazione su una strada piena di curve.
In quei tre-cinque giorni di gita il professore si ritroverà a gestire tutta una serie di situazioni assai poco piacevoli:
1)l’incapacità dei ragazzi di provvedere a se stessi anche nelle necessità più banali, come ricordarsi di fare la pipì durante la sosta, con inevitabili e pressanti richieste di ulteriore sosta da parte di chi ha trascorso i minuti all’autogrill a comprare inutili pacchetti di caramelle o le sigarette
2)l’irresponsabilità di chi ha messo litri e litri di liquori perfino nelle bottiglie di acqua minerale, perché durante la gita ci saranno sbornie colossali
3)la voglia di comportarsi “da grandi” di chi ha solo un piccolo cervello, nel momento in cui decide che finalmente potrà fare sesso libero “con quello figo della VG”
4)la mancanza di ogni senso della legalità in chi si è portato dietro “il fumo”, rischiando, così, di creare guai a tutti i partecipanti, a partire – ovvio – dal professore
5)la voglia di lasciarsi guidare dagli istinti peggiori, che spinge molti alunni a comportarsi da vandali nei confronti degli arredamenti e delle suppellettili degli alberghi in cui risiedono e dei mezzi su cui salgono
6)la scarsa conoscenza delle regole della buona educazione, che li spinge a cazzeggiare durante le visite guidate e a stare stravaccati a grappoli di dieci sulle poche sedie dei musei, per recuperare il riposo che non c’è stato nelle notti precedenti
Di fronte a tutto ciò il povero professore deve ritenersi “di guardia” ventiquattr’ore su ventiquattro, sapendo bene che tutto il suo sforzo, la sua tensione non riceveranno alcuna forma di compenso, perché da tempo è stata anche abolita la ridicola diaria di cui “godeva” in precedenza.
Qualcuno dirà che almeno, pur tra tanti disagi, si gira un po’ di mondo, visto che i nostri stipendi non ci permettono più vacanze.
Mi chiedo – tuttavia – se questo perenne stato di tensione, mista ad amarezza, può essere chiamato “vacanza”. Non è preferibile restarsene a casa, lasciando quei ragazzi alla gestione di chi li ha resi in questo modo, impedendo così ai genitori di pontificare su come dovrebbe comportarsi l’insegnante con i loro figli, ma lasciandoli immersi nella costruzione dei loro personalissimi “capolavori”?
Abbandoniamo le gite! Tutti quanti!

Largo al merito!


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“Allora, Paolo, come sono andate queste prime settimane di scuola”?
Io e Paolo, un mio collega di un istituto tecnico della provincia, siamo seduti al bar.
Io davanti al mio orzo, lui con il suo caffè lungo.
“Lascia stare, sempre peggio, sempre peggio! Quest’anno ho un orario pieno di buchi ed il clima a scuola è orrido!”
“Non cominciamo già così arrabbiati, ti prego!” – lo imploro, memore dei nostri incontri al bar, nel corso dell’anno scolastico precedente. Roba da farsi venire la gastrite.
“Ma come si fa a non esserlo, me lo spieghi? Per te va tutto bene?!”
Mi limito a sorridere ed a scuotere la testa.
“L’unica cosa buona, almeno per ora, è che da noi c’è stato un cambio di Dirigente.” – gli rispondo.
Paolo scuote la testa.
“Ma che vuoi che cambi, sono tutti uguali, TUTTI!”
“Beh, no! Tutti tutti, NO!”
Beve d’un fiato il suo caffè e quasi si strozza.
“Ma ti ho raccontato la storia di Adriana?!..No? Beh, ora forse cambierai idea!”
Adriana è una sua amica che insegna nella Capitale.
Durante gli ultimi Esami di Stato si è ritrovata a fare il membro interno per la sua materia.
“Adriana è lo scrupolo fatto persona: corretta, precisa, onesta! Insomma: una del tutto fuori moda, oggi!”
La commissione comprendeva anche la classe di un collega che, quanto a correttezza di comportamenti, è l’esatto opposto di Adriana.
“Lo sai che ha fatto quello sciagurato? Per non fare cattiva figura, al momento degli esami orali ha fatto sì che i suoi alunni sapessero in anticipo le domande che avrebbe fatto loro!”
“Non è mica la prima volta che qualcuno mi racconta una cosa del genere! Niente di nuovo.”
“Lo so, ma Adriana si è arrabbiata moltissimo, perché poi i suoi alunni sono corsi a pregarla di fare lo stesso, di far sapere in anticipo a tutti che cosa avrebbe chiesto. Ovviamente lei si è rifiutata. E quei derelitti si sono pure arrabbiati! Il mondo alla rovescia! A questo, siamo!”
“Nessuno ha pensato ad avvisare il Dirigente della scuola di quanto stava accadendo?”
“Certo! Infatti l’assurdo arriva proprio a questo punto!”
“In che senso?”
“Perché quest’anno quel collega poco limpido è stato scelto come vicepreside!”
“Oh, santo cielo! Ma questo non ha senso!”
“Oh, sì che lo ha: largo al merito! Questo è il senso.”

Che tristezza, la sala professori!


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Di sicuro accadrà perché sto invecchiando.
Mi ritrovo sempre di più a soffrire nelle mie ore di lavoro, mi sento in gabbia, l’insofferenza cresce in modo esponenziale.
Non in ogni momento: in classe c’è quasi sempre un’oasi di pace. Amo ancora molto il mio lavoro e lo faccio volentieri. Per ora.
Il dramma è fuori, per i corridoi, in sala-professori.
Fino a qualche anno fa la sala-professori era un luogo di confronto tra colleghi: i più anziani insegnavano a noi precari i trucchi del mestiere, ci spiegavano come gestire il registro, come fare un verbale; attraverso il contatto quotidiano con loro noi apprendevamo cosa fare, cosa evitare, prendevamo confidenza con un lavoro all’interno del quale il nostro sapere era solo “una” delle componenti.
Non sempre era una situazione piacevole: a volte i colleghi più anziani erano distanti, scostanti, ma quasi sempre c’era molto da imparare, persino da quei silenzi. E’ chiaro che c’era anche tutta una fauna di impresentabili, ma anche da quella si apprendeva qualcosa: tutto quello che, professionalmente parlando, c’era da evitare.
Tuttavia la sala-professori era un luogo vivo, di grande confronto.
Ora è tutto cambiato.
In primo luogo, io oggi sto in quella sala meno che posso, a volte entro a scuola e salgo direttamente in classe. Tanti colleghi si comportano come me, perché siamo diventati tutti delle monadi, che hanno paura di parlare con gli altri, di scambiare delle semplici battute, perché quello della delazione è uno sport che è sempre più in voga nelle scuole.
Già la Mariastrega aveva schiacciato la nostra categoria, il suo amor proprio, ma il capolavoro risale a qualche mese fa.
Difficilmente ci riprenderemo da questa batosta inferta al nostro orgoglio. Erano anni che niente e nessuno riusciva a svegliarci dal torpore, dall’immobilismo.
Finalmente, per opporci alla Buona Scuola, troviamo – tutti compatti, un miracolo! – la forza non solo di scioperare, ma anche di scendere in piazza, e che succede?
La disconferma!
Calcolati meno di zero!
Una “riforma” imposta contro tutto e contro tutti, senza ascoltare chi nella scuola ci lavora, ci vive davvero.
Quali prospettive abbiamo di fronte, ormai?
Poche.
Davanti a noi una certezza: di essere ostaggio dei dirigenti, che ormai non hanno di fronte a sé ostacoli e travolgono quei pochi baluardi che il CCNL ancora (per poco!) ci permette di avere. La cosa peggiore è che – ben prima dei decreti attuativi, che ancora non sono stati emanati – tutti gli insegnanti sembrano essere già pronti, anzi, proni, di fronte al nuovo che si profila all’orizzonte. Siamo tutti rassegnati, con gli occhi bassi, le orecchie tappate. la fronte pronta a dire di sì. Che tristezza!