La difficoltà di far passare le regole in mezzo al caos che impera


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Ogni mattina, se c’è bel tempo, ho l’abitudine di andare a scuola a piedi. Un paio di chilometri, ma, si sa, man mano che l’età avanza, camminare fa molto bene. Durante il percorso mi soffermo spesso ad osservare quello che vedo intorno, ma non è un bel vedere, un bell’osservare. Le strade sono sempre più alla mercè dell’inciviltà diffusa: cicche, gomme da masticare, tutto allegramente in terra. Non parliamo poi delle deiezioni canine. Riguardo a ciò, mi do una spiegazione di carattere socioeconomico: la crisi deve avere spinto le persone ad economizzare persino sulle bustine per raccogliere le cacche dei cani, dal momento che ormai le strade della città in cui lavoro sono costellate e bisogna fare attenzione a dove si poggiano i piedi.
Ho anche l’abitudine di percorrere le stradine della parte medievale ed in particolare una assai stretta che, stando al Codice della strada, sarebbe caratterizzata dal divieto di transito. In realtà è percorsa regolarmente da motorini, macchine, sia nel senso di marcia, sia contromano. Un paio di volte ho provato a protestare e mi sono beccata dei bei vaffa…, mentre un’altra volta un automobilista indignato per le mie proteste, ha asserito che vicino al cartello del divieto di transito c’è n’era uno che consentiva il passaggio ai residenti. Cosa assolutamente falsa.
Inutile dire che non ho mai visto un vigile ad una delle estremità della via a segnarsi le targhe degli incivili.
Tutto questo per dire cosa?
Che di mestiere io faccio l’insegnante e che ogni santo giorno cerco di far passare nei miei ragazzi l’idea che il rispetto delle regole sia essenziale. Da parte di tutti.
In questi ultimi anni, invece, ci siamo incarogniti, è scomparso ogni senso del decoro, del rispetto. Lo so è un discorso da vecchia barbogia, da arrabbiata perenne, ma io mi pongo il problema, che è essenzialmente di credibilità. Se noi adulti non rispettiamo le regole, nemmeno quelle minime, come la raccolta della cacca dei nostri cani, come possiamo pretendere che i ragazzi, i “noi” di domani, lo facciano?
A noi la risposta.

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