Se a scuola si semina zizzania


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Leggevo, poco fa, un post de “La Tecnica della scuola” all’interno del quale si analizzava il numero crescente di sospensioni nelle quali sono incorsi dei colleghi.
Alcuni hanno subìto sanzioni per aver agito apertamente contro la legge, ma altri, i casi che più mi hanno colpito, avevano agito al fine di alterare il clima generale all’interno della loro scuola. In quelle scuole, cioè, si viveva male per colpa del modo di fare di alcuni nostri colleghi.
Non è un mistero che negli ultimi anni a scuola le cose siano mutate e non sempre in meglio, specie per ciò che riguarda i rapporti tra colleghi. La scuola non è un ufficio qualsiasi: da noi le dinamiche interne valgono doppio, perché siamo soggetti psicologicamente molto sollecitati, per via del lavoro che svolgiamo.
Sono stata precaria per molti anni e, dopo i tagli della Mariastrega, per due volte sono risultata “perdente posto”, dunque, nel tempo, ho avuto modo di confrontarmi con molti Dirigenti e moltissimi colleghi diversi.
Le scuole che rimpiango meno sono, ovvio a dirsi, quelle il cui clima era caratterizzato dall’accoppiata mefitica: competizione+maldicenza, capace di creare dinamiche orrende e di generale uno sviluppo esponenziale del burnout nei più fragili.
Ne ricordo una in particolare, anni fa, in cui alle maldicenze diffuse tra gli insegnanti (che non mi investivano, per fortuna, in quanto ero solo una “di passaggio”, con incarico annuale) si univa un’intensa attività di spionaggio che caratterizzava il personale non docente.
Per finire nella “lista dei proscritti” bastava un nonnulla: anche solo non essere simpatici a quelli che contavano.
I pettegolezzi, le mezze parole, poi finivano per far reagire nel modo sbagliato proprio le vittime, creando, in questo modo, una situazione paradossale, che premiava proprio i malvagi, che apparivano come le vittime, mentre erano in realtà i peggiori aguzzini.
Ovvio che qualcuno, in quel clima avvelenato, perdesse il senso della misura: ricordo consigli di classe molto, molto effervescenti, con colleghi “accompagnati fuori a prendere un po’ d’aria”, pur di calmare le acque assai agitate delle riunioni.
Proprio questi trascorsi, per niente piacevoli, mi hanno spinto fin da subito a non credere troppo nelle virtù di certe parti de “La Buona scuola”, perché il criterio della premialità rischia di fare solo da catalizzatore in situazioni come queste, già potenzialmente esplosive.
Se una scuola ha un buon clima interno, non ci sono forse troppi rischi, ma, nel caso contrario, laddove ci fosse competizione unita a comportamenti scorretti, alla fine a risultare tra i “premiati” potrebbero risultare quelli che andrebbero sanzionati e viceversa.
Un bel garbuglio, non c’è che dire!

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