Il ministro e i giovani


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Sono di ieri le incredibili parole del ministro del Lavoro Poletti, che, come hanno fatto prima di lui anche altri, vedi Tommaso Padoa Schioppa, ha parlato pubblicamente e con disprezzo dei giovani, dimostrando di non saperne nulla. Facendo una figura meschina.

Una figura, come si direbbe a Roma, da “peracottaro”.

Ci voleva la risposta ferma e circostanziata di una giovane ricercatrice italiana costretta ad emigrare in Francia, per dire al ministro come stanno effettivamente le cose.

Per raccontare la terribile solitudine dei giovani italiani di oggi. Della solitudine delle loro famiglie, l’unica oasi di concretezza che i nostri ragazzi hanno alle spalle.

Per il resto, lo Stato semplicemente non c’è. O meglio, c’è, ma solo per prendere, mai per dare.

Intorno, il deserto.

Per questo motivo i ragazzi partono, se ne vanno, si “tolgono dalle scatole”, per dirla con il Ministro. La realtà è molto diversa da come lui la dipinge.

Del resto cosa ne può sapere della realtà uno come lui, che al massimo percepisce la gente dai vetri oscurati della sua auto blu?

Il vecchio caro Mao Tse Tung, forse lo avrebbe spedito a meditare in qualche risaia, ma dubito che avremmo ottenuto una qualche forma di rinsavimento da un arrogante simile.

Ma che ne sa, lui, della disperazione che serpeggia tra i giovani?

Come fa a capire quanto è difficile per noi insegnanti motivare i giovani, farli credere nel futuro, nell’impegno e nel frutto che esso può dare, quando sappiamo benissimo che davanti a loro ci sono spesso solo labirinti senza uscita?

Come si permette di mancare di rispetto a tutta la gente, giovani, insegnanti e genitori, che cerca con le unghie e con i denti di sostenere un mondo che la politica ha abbandonato da tempo?

Alla politica noi chiediamo lungimiranza, saggezza e senso della realtà, tutte cose che si sono volatilizzate da tempo dalle teste di tutti quelli che si sono arrampicati sulla montagna del potere.

Questa montagna, di cui si sono impossessati e da cui non pensano certo di scendere. Tuttavia l’altezza della montagna impedisce loro di capire la realtà sottostante. La sua complessità.

Allora il potere, che non ha tempo da perdere con la complessità, si adagia sul luogo comune, banalizza. E dice cazzate.

Questo è lo stesso meccanismo che ha portato all’imposizione nella scuola della legge 107/2015, una legge dovuta alla sciatteria, all’arroganza, alla assoluta incapacità di ascolto.

Tutto questo ha anche portato alla sconfitta del governo al referendum.

Perseverare diabolicum

 

 

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