Scrutini, che passione!


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Il grado di esasperazione dell’insegnante medio si percepisce sempre in queste settimane, quando comincia il tormento degli scrutini di fine quadrimestre. Chi ha avuto a che fare con il trimestre, ha archiviato la pratica prima di Natale. Beato lui!

Non io. Non Paolo.

Un paio di mattine fa, seduti al tavolo del nostro bar preferito, Paolo era lì, accasciato sulla sedia, arrabbiato più del solito, lui che di solito è arrabbiato.

A prescindere.

La sera prima aveva prima litigato con una collega, durante lo scrutinio. Poi aveva avuto una brutta discussione con il suo Dirigente.

“Se non fosse per il fatto che è mattina e che, per giunta, sono astemio, mi berrei un cognac, giusto per dimenticare l’arrabbiatura doppia!” – mi ha detto, scuotendo la testa sconsolato.

Io e Paolo non lavoriamo nella stessa scuola, ma ormai i problemi degli insegnanti si somigliano tutti pericolosamente.

In qualunque scuola prestino servizio.

Ormai siamo al “stiamo tutti sulla stessa barca!”.

“Tu, però sei il solito, inguaribile polemico!” – l’ho punzecchiato – vai sempre a stuzzicare la Cicci e sai che lei non sopporta di essere contraddetta!

Apriti cielo!

Insomma: mi sono dovuta sorbire io la seconda filippica, al posto della Cicci.

“Due ore – due ore!- per un consiglio di classe che ne avrebbe richiesta una! E questo perché c’è sempre chi ha bisogno di fare la prima donna!” – ha quasi gridato Paolo, facendo girare i nostri vicini di tavolo.

” Non gridare! Racconta!”

Lo sappiamo tutti. Sappiamo come vanno gli scrutini.

A volte ci si trova di fronte a colleghi che non hanno l’abitudine di computare il tempo. Credono di essere sul palcoscenico di un teatro e non all’interno di una riunione – lo scrutinio- che ha dei tempi tecnici precisi.

Spesso si tratta delle stesse persone che, mettendosi a parlare, ma del nulla, non pensano neppure lontanamente di offrirsi per una – una – delle tante incombenze da portare a termine entro un’ora ragionevole. Pontificano, mentre gli altri lavorano.

Se ne stanno lì e fanno perdere tempo. Non tengono conto che così facendo, dilatano i tempi ed i poveri colleghi dell’ultima riunione finiranno tardissimo.

“Non voleva capire che molti di noi, dopo la fine degli scrutini, avrebbero avuto davanti un’ora di viaggio, avendo come prospettiva la prima ora di lezione il giorno successivo! Non ci ho visto più. Abbiamo cominciato a litigare e sai come sono fatto!”

Lo so, lo so!

E infatti mi sono messa a ridere, sentendo raccontare le accuse reciproche che si sono scambiati.

“Per fortuna il Preside si era allontanato un minuto per rispondere al telefono!” – ha aggiunto ridendo – “Sembrava di essere ad una riunione di condominio! Mancava solo il ‘Lei non sa chi sono io’!”

“…e perché hai discusso anche col Dirigente?”

“Come responsabile del dipartimento sono venuto a conoscenza di una situazione delicata: qualcuno, tra i colleghi, non ha lavorato sui contenuti da svolgere come avrebbe dovuto. Beh, sai che cosa mi ha risposto?”

“No.”

Si è messo a ridere.

“Mi ha detto che forse sono io che ho un metodo di lavoro troppo antiquato, troppo poco innovativo!”

Ci siamo guardati. Non c’era molto da ridere.

“Cameriere! Un cordiale!”

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Partecipare ai viaggi di istruzione?


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Il terribile incidente di oggi, con il coinvolgimento dell’autobus di un gruppo di studenti ungheresi, in gran parte deceduti per l’incendio del mezzo di trasporto che li riportava a casa, non fa che rafforzare in me la decisione, presa tanti anni fa, di non partecipare alle visite di istruzione su più giorni.

Responsabiltà tremende, che gravano tutte, come sempre, sulle nostre fragili spalle di insegnanti.

Non fa per me.

Ricordo ancora il motivo che mi spinse allora a quella scelta: trovai un nutrito gruppo di ragazzi ad ubriacarsi e a fumare spinelli.

Reagii con molta durezza. Stavo per chiamare i carabinieri.

Mi sentii totalmente gravata dalla responsabilità, in caso di una reazione allergica, di un coma etilico: immaginai le facce stupite dei loro genitori, anime candide, l’espressione scandalizzata che avrebbero inalberato, per via della scarsa vigilanza da me esercitata sui pargoli.

Decisi seduta stante che si trattava di responsabilità che non avrei più accettato,  visto che per quell’impegno su più giorni non ero neppure pagata adeguatamente.

Era il 2000.

Non ho mai cambiato idea, da allora e non ho mai più portato fuori una classe per più giorni, con la sola eccezione della partecipazione, una volta, alla Nave della Legalità.

Sono una persona pronta ad assumersi responsabilità, ma nel perimetro del mio luogo di lavoro.

Mi capita di portare i ragazzi a teatro, in visita ad una mostra, ma l’intervallo di tempo deve essere limitato.

Non mi sognerei mai di trascorrere nottate buttata su una sedia nel corridoio di un alberghetto di provincia a controllare la maleducazione incontrollabile di chi passa in bianco intere nottate, spesso ubriacandosi o comportandosi da vandalo o da irresponsabile nelle stanze assegnate.

E poi, come nel tragico caso di oggi, ci sono gli eventi più o meno imponderabili, legati alla stanchezza degli autisti dei pullman, ai mezzi iper sfruttati, o alla combinazione di entrambi i fattori.

Grazie.

Non fa per me. E non mi pare essenziale per il mio lavoro di educatrice.

La media del sei per l’ammissione agli Esami di Stato


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Si leggono in giro articoli indignati contro la proposta del Ministero di introdurre la media del sei, come requisito per l’ammissione agli Esami di Stato.

Molti, tuttavia, sembrano dimenticare, come spesso accade in questo Paese, che fino a qualche anno fa andava così, per l’esattezza fino al 2010.

Si arrivava a sostenere gli esami con qualche insufficienza al momento dello scrutinio e quasi nessuno esprimeva disagio o si scandalizzava.

È stata la nostra amica Mariastrega ad imporre la sufficienza in tutte le materie, per poter essere ammessi all’esame.

Tuttavia questa non è una nota a suo merito. Se ha fatto qualcosa di buono, sarà avvenuto per puro caso. Questione di statistica, non di scelte avvedute.

Non è affatto accaduto, comunque, che dopo quella data – magicamente- gli alunni svogliati abbiano avuto un rigurgito di coscienza ed abbiano deciso di rigare dritto, mettendosi a studiare per non essere bocciati prima di giungere a sostenere l’esame.

Semplicemente, è avvenuto che i consigli di classe, al momento dello scrutinio, hanno trovato di fronte alla loro strada un bivio: bocciare il reprobo (raramente) oppure (caso più frequente) il professore che avesse osato mettere delle insufficienze – magari nelle materie di indirizzo – si appellava al consiglio di classe e, tramite il voto di consiglio, l’insufficienza si tramutava magicamente in sufficienza.

Tutto qui.

L’Esame di Stato, ancora oggi, presenta moltissimi problemi, tanti aspetti poco convincenti, ma quello della media del sei non sembra essere il più grave, anche se può portare a situazioni grottesche, come quella dell’alunno che scientemente abbandona una disciplina, sapendo che comunque l’insufficienza non risulterà determinante per la sua bocciatura.

Altri sono gli aspetti insopportabili dell’Esame di Stato.

Ne vogliamo vedere uno? La farsa delle “tesine”, può bastare?

Che bello! Se ne va via le terza prova!


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Non tutto quello che si sta elaborando dalle parti di via Trastevere desta in me inquietudine.
Il novanta per cento mi inquieta, ma forse c’è un dieci per cento in cui, a ben guardare, c’è qualcosa di accettabile. Forse.
Si parla della possibilità di eliminare la terza prova dell’Esame di Stato.
Bene.
Sto commentando notizie uscite sulle agenzie, o pubblicate sui quotidiani, dunque, per ora, soltanto delle indiscrezioni, ma quello che ho letto crea in me un’aspettativa positiva.
Per ora.

Ho sempre considerato una iattura l’Esame di Stato, per come è stato concepito, sia per la parte riguardante gli scritti, sia per l’orale. Per le idee che ha alla sua base.
Fin dalla pubblicazione della legge che lo istituiva – nel dicembre del 1997 – e dal primo esordio, nell’estate del 1999, c’è stato qualcosa di poco convincente in questa nuova modalità di mettere fine al percorso della scuola superiore.
Non che l’Esame di Maturità non avesse bisogno di aggiornamento.
Era stato, anzi, pensato come una forma provvisoria ed era restato lì, immarcescibile, anno dopo anno, fino al progetto fortemente voluto dal Ministro Berlinguer.
Non ho mai apprezzato le riforme volute da Berlinguer, in blocco.
Non mi piace la trasformazione delle singole scuole in entità indipendenti e nemmeno la concorrenza senza regole tra scuole – è nata in quel momento – con la continua ricerca di “clienti”, perché è stato in quel momento che abbiamo cominciato ad usare quella parola tanto disgraziata, quale “utenza”.
Quando poi una riforma della scuola viene calata così, dall’alto, senza confronto approfondito con chi – concretamente – nella scuola lavora, ma proviene unicamente dal mondo universitario, che con la scuola, intesa come pratica quotidiana, a ben poco a che fare, automaticamente mi trovo in disaccordo, quasi a prescindere.
L’Esame di Stato si poneva come una sgargiante novità, che ci avrebbe dovuto portare ad una competizione alla pari con gli altri Stati dell’Europa.
Perché gli Stati dell’Europa erano inevitabilmente più avanzati rispetto all’Italia che, per definizione, sembrava essere culturalmente arretrata ed incapace, tramite il suo obsoleto sistema scolastico, di sfornare giovani adeguati alle sfide dei luminosi anni duemila.
Questa la superficie.
In realtà, è stato proprio a partire da quel momento che è iniziata la corsa alla banalizzazione, alla superficialità, alla produzione seriale di giovani incapaci di comprendere un testo poco più che complesso e di elaborarne uno che potesse essere considerato accettabile.
A questo proposito risulta istruttiva le lettura sul sito “La letteratura e noi” di due articoli: “Revisione della prova scritta di italiano. Una proposta” di Luperini e “Requisitoria contro la tipologia B dell’Esame di Stato” di Lo Vetere.
Ne emerge un quadro desolante.
A tutto questo va aggiunta la serie di problemi nati con la Terza Prova, il cosiddetto “quiz”, perché proprio quello è diventata: una triste banalizzazione, un terno al Lotto, per di più, perché, come ben sa chi l’ha dovuta praticare per anni, sono stati quasi sempre gli elementi più validi delle classi ad essere penalizzati in questa prova, a volte paradossalmente proprio nei test elaborati dai docenti della classe, spesso desiderosi di non “fare cattiva figura” coi colleghi esterni.
Ad essere onesti, circolano da sempre anche leggende metropolitane riguardanti risposte fornite in largo anticipo ai ragazzi dai colleghi interni, sempre per non “fare cattiva figura” coi colleghi esterni.
Qualcuno osserverà che questi quiz sarebbero dovuti essere anche una sorta di trampolino di lancio per i test di ammissione all’Università.
Infatti contesto anche questa forma di banalizzazione e di omogeneizzazione della cultura, quali questi test di ammissione Alla varie Facoltà , troppo spesso buoni solo per ingrassare le società che preparano a suon di euro dei poveri ragazzi, colpevoli solo di essere desiderosi di seguire le loro inclinazioni.
Se la riforma dell’Esame di Stato portasse ad una serie di miglioramenti, che dovrebbero riguardare in particolare l’aspetto qualitativo, ne saremmo tutti contenti.
Comincio, tuttavia, a nutrire dei dubbi.
Già ora.

L’unica rivoluzione possibile


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In uno dei capitoli centrali del libro “La fine è il mio inizio”, Tiziano Terzani parla al figlio Folco delle tante rivoluzioni che ha avuto modo di conoscere nella sua vita: a Cuba, in Cina, in Vietnam, in Cambogia.

“E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c’è la natura dell’uomo. E se se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete.”

Se, da un lato, questa riflessione sposta tutto verso una dimensione individuale e, dunque, sembra portare gli individui ad enfatizzare l’isolamento ed il solipsismo, dall’altro, forse, proprio partendo da qui, possiamo tentare di risollevare i destini di una cultura occidentale in piena crisi.

Condivido in pieno l’analisi che Terzani fa, relativamente al fallimento “in toto” delle rivoluzioni su base marxista, che hanno attraversato il Novecento. Nessuna ha portato alla nascita dell’uomo nuovo tanto auspicato.

Tutte, anzi – quale più, quale meno – hanno contribuito ad abbassare il livello di libertà e di dignità dell’essere umano. Questo forse perché non si può affidare ad uno stato centralizzato la realizzazione della libertà individuale. Finora è stato proprio questo il punto dolente: la compressione della libertà individuale, che non ha portato al miglioramento delle condizioni nemmeno a livello collettivo. In molti di quei Paesi, addirittura, alla fine si è imposto un ibrido mostruoso: un capitalismo pseudo-comunista.

“Allora sarebbe stato meglio lasciar fare agli altri, ai capitalisti, almeno lo sapevano fare bene, perché avevano alle spalle una maggiore esperienza!.”- questa, all’incirca la conclusione di Terzani, alla fine della lunga chiacchierata con Folco.

Certo, Terzani non era né un politologo, né un economista, era un grandissimo giornalista, appassionato sostenitore delle rivoluzioni, deluso dalla loro involuzione, ma non possiamo dare torto all’analisi livida che fa, soprattutto se affianchiamo le sue parole agli articoli ed ai libri scritti da Joseph Stiglitz, a proposito della crisi economica che ci ha travolto in questi ultimi anni e delle responsabilità del capitalismo “selvaggio” rispetto agli sviluppi che sono sotto gli occhi di tutti.

L’altro estremo del problema che ci tormenta, è infatti rappresentato da una lettura della politica e dell’economia , quella del capitalismo, che, apparentemente, sembra dare grandissima importanza all’individuo, ma che, anche in questo caso – tranne pochissime eccezioni -, arriva a deprimere la sua dignità fini ai livelli raggiunti oggi: ci troviamo di fronte ad uno scenario, all’interno del quale i diritti collettivi ed individuali sono stati enormemente compressi, per fare posto alla faccia più oscena che il capitalismo potesse mostrarci: quella della separazione degli individui l’uno dall’altro, in modo tale che si possa agire pesantemente su ognuno è dunque su tutti, senza che ne derivi mai una sollevazione popolare. Siamo terrorizzati da ciò che ci potrebbe accadere, dalla perdita del lavoro o della casa.

In poche parole: siamo isolati nel nostro bozzolo.

Credo, però, che proprio questo isolamento “forzato” dovrebbe spingerci al movimento contrario: a trovare, cioè, le risorse e le ragioni per un percorso opposto.

È come se questa crisi – oltre ad aver devastato le nostre esistenze – ci fornisse l’occasione di resettarci.

Non ho risposte risolutive da dare, in proposito.

Le sto cercando, invece. Anche come docente che ha il dovere di trovare, cercandole, risposte per i ragazzi che stanno dietro i loro banchi, in attesa del futuro, della loro vita.

Abbiamo il dovere di cercare. Dobbiamo fare qualcosa, partendo appunto da noi stessi.

Il problema che sto cercando di analizzare da mesi e mesi è: “come si può resistere al sistema vigente e cambiarlo in modo profondo senza ricorrere alla violenza?”

È ovvio – secondo me – che la risposta a questa domanda da mille punti deve per forza partire dalla riflessione che ho posto all’inizio.

La rivoluzione deve partire in primo luogo da noi. Deve attraversare il deserto educativo che caratterizza l’oggi e tutti quanti, tutti, dobbiamo essere coinvolti.

Anche solo per istinto di sopravvivenza, per non essere sopraffatti da un sistema di cui non vogliamo più essere semplici ingranaggi, sostituibili, per giunta.

Come salvare i nostri ragazzi


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Da diversi giorni – su periodici diversi – è riemerso, per fortuna, il dibattito sulla scuola e sulla necessità di trovare risposte  e soluzioni per il naufragio generazionale che stiamo vivendo in questi anni, come genitori, come docenti, come componenti della società di questo Paese.

Ho letto in modo approfondito gli interventi di Susanna Tamaro e di Paolo Crepet. A complicare la questione, i fatti avvenuti in provincia di Ferrara: due poveri genitori fatti a pezzi per volere di un figlio adolescente, aiutato da un complice della stessa età. Tra le motivazioni addotte, anche le tensioni createsi tra genitori e figlio a causa dello scarso rendimento scolastico.

Sedici anni.

Un figlio di sedici anni, che pianifica nei dettagli, raccoglie mille euro per pagare il suo complice, si fabbrica un alibi, decide di buttare i corpi dei suoi genitori nel fiume.

Sedici anni.

Un’età in cui di solito si pianificano i giri col motorino, o le serate in discoteca. In quel sedicenne, invece, c’era già tutto il sangue freddo (e che sangue freddo!) di un pluriomicida consumato.

Sedici anni.

Leggendo questa storia, mi sono tornati in mente subito i due ragazzi di Novi Ligure, che pianificarono ed eseguirono, quasi per gli stessi motivi, lo sterminio della famiglia di lei (pare che il padre sia scampato per un puro caso all’eccidio).

Sedici anni e l’assenza totale di scrupoli.

Certo, la cronaca ciclicamente ripropone casi simili.

Si può dire con certezza che, dal punto di vista statistico, eventi come questi possono accadere e accadranno ancora.

Che i ragazzi sono decine di migliaia e la stragrandissima maggioranza di loro non pensa neppure lontanamente a far fuori i genitori, nemmeno dopo liti e liti, magari per problemi legati ai brutti voti a scuola.

Non possiamo e non dobbiamo generalizzare. Certo che no.

Eppure.

Sedici anni.

Noi insegnanti abbiamo di fronte i sedicenni tutti i giorni.

Sappiamo bene quale materiale umano bislacco siano oggi.

Lo dico da tanto tempo: ho parlato spesso, su questo piccolo blog, della questione degli “egomostri”, del fatto che troppo spesso i ragazzi sono costretti ad essere delle proiezioni malate delle frustrazioni malsane dei loro genitori.

Ci si trova sempre più spesso a dover arginare delle vere e proprie crisi isteriche dei genitori (e non sto esagerando), di fronte ad uno scritto andato male, dopo un’interrogazione che si è conclusa con una insufficienza.

O per un dieci atteso, ma non arrivato. (Certo, anche per un dieci mancato)

La crisi economica ci ha reso, certo “senza pelle”, sensibili – troppo, forse – alle sollecitazioni negative provenienti dall’esterno.

Ma da questo ad abdicare totalmente rispetto al proprio ruolo, da qui a proiettare i nostri sogni irrealistici su queste povere vittime che, troppo spesso, sono i figli, c’è molta strada.

Ho avuto in classe ragazzi depressi, anoressici, in preda a crisi di panico, incontinenti (sì, incontinenti!) e scavando, nemmeno troppo, nel cosiddetto background, ho quasi sempre scoperto che, alle spalle di questi adolescenti, c’erano non dei genitori, ma dei tredicenni mai cresciuti, che non hanno mai pensato di allenare i figli alle asprezze della vita, ma li hanno consapevolmente o meno, condannati ad un’esistenza da talpe, ad una vita angosciata ed angosciante.

Questa è, come molti sottolineano, la vera emergenza del nostro Paese, a mio avviso.

Considerazioni di fine quadrimestre


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Qualche giorno fa, poco prima della ripresa delle lezioni, discutevo al telefono con la mia più cara amica, anche lei insegnante, delle solite cose: le incombenze burocratiche sempre più insopportabili, la pochezza, dal punto di vista dell’impianto educativo e dei contenuti de “La Buona Scuola”, il deteriorarsi complessivo della qualità del nostro lavoro.

Come è facile capire, dal momento che entrambe ci ritroviamo ad insegnare le stesse materie in tipologie affini di scuole e con classi simili, abbiamo iniziato a fare confronti come”Tu dove sei arrivata di latino?” o “Quali brani sei riuscita ad analizzare per il tale autore?”

Abbiamo concluso che non c’è più la soddisfazione di una volta nello svolgimento dei programmi.

Anzi, si arranca.

Lei era disperata per l’esiguo bottino di capitoli de I Promessi sposi, io perché in una terza ho terminato solo Dante e niente di più.

“Qualche anno fa macinavo capitoli su capitoli!” – si lamentava.

Nonostante una lunga discussione, però, non siamo riuscite a capire che cosa sia accaduto in questi anni, restando comunque convinte che qualcosa è di sicuro avvenuto.

La Gelmini? La Giannini? Renzi? I Maya? Le cavallette?

Io ho assegnato gran parte delle colpe a classi composte di ventisei-trenta ragazzi: anche solo far svolgere e riconsegnare verifiche e portare a termine le interrogazioni porta via tempo prezioso, sottratto al programma, all’approfondimento.

La mia amica se la prendeva (manco a dirlo!) con i telefonini, rei, a suo dire, di avere annacquato i cervelli dei ragazzi, impedendo loro qualsiasi forma di pensiero profondo, senza via di ritorno.

Per un po’ abbiamo crocifisso anche i genitori, rei, a nostro dire, di rendere i loro figli del tutto privi di resilienza, la capacità di resistere alle difficoltà, ma prima ancora, rei di far credere ai medesimi figli che si possa andare avanti nella scuola e nella vita senza un po’ (anche poco!) di sudore della fronte e di tempo trascorso a studiare seriamente.

In realtà, non siamo arrivate ad una conclusione definitiva, non abbiamo individuato la cosiddetta “pistola fumante”, colpevole, senza ombra di dubbio, di avere rammollito i cervelli di figli e alunni.

Sembravamo proprio due di quelle vecchiette che fanno la fila dal dottore, in attesa di misurarsi la pressione e, nel frattempo, esaurita la discussione sulla scomparsa delle mezze stagioni, se la prendono con i giovani che non hanno più valori.

Alla fine della chiacchierata, una volta chiusa la comunicazione telefonica, ho cercato di riprendere il bandolo della matassa.

Nemmeno per conto mio ho trovato una spiegazione chiara di ciò che sta accadendo a scuola, nelle classi.

Di sicuro c’è solo che “qualcosa” è avvenuto.

Credo che ci siano una serie di cose, perfettamente vere e reali, che tutti noi insegnanti stiamo sperimentando, in particolare da cinque-sei anni a questa parte.

I ragazzi hanno tremende difficoltà a soffermarsi in modo serio e solido su un testo. Si tratta di difficoltà serie, che si notano soprattutto nei ragazzi che iniziano il liceo, arrivando dalle medie.

Un elemento che emerge anche dall’analisi dei risultati dei test INVALSI.

I ragazzi troppo spesso si portano dietro uno spaventoso deserto, dal punto di vista lessicale, cosa che impedisce loro di esprimere con esattezza e chiarezza contenuti e, soprattutto, sfumature.

A quel deserto, però, corrisponde una complessità interiore che, invece, avrebbe bisogno delle parole giuste per venir fuori, per essere esplicitata.

Sempre più spesso, invece, ci troviamo di fronte ad inquietanti casi umani, che vivono storie di sofferenza troppo grandi e pesanti per le loro spalle , del tutto sguarnite di zaini per trasportarle e reggerle.

Sono afasici, specie dal punto di vista emotivo.

Talvolta si tratta di figli vittime di genitori che nutrono sogni abnormi sulla loro riuscita e creano, perciò, delle aspettative irrealistiche nei ragazzi, che, oltretutto, sono assolutamente incapaci di autovalutarsi, poiché rientrano in quella categoria che qualcuno, di recente, ha definito “egomostri”.

Quella che noi tocchiamo quotidianamente, guardandoci intorno, tra i banchi, la diffusione sempre più grande di una sofferenza interiore forte, che resta però spesso inespressa, come incistata in quelle menti, così incapaci di guardarsi dentro, perché quello che sentono fa loro paura e preferiscono mettere la polvere sotto il tappeto, piuttosto che toglierla mano mano, con il risultato che l’inciampo genera poi una caduta fragorosa e rovinosa, dal punto di vista psicologico.

E noi ci ritroviamo lì, ad osservare ed a chiederci perché non siano interessati a Dante o Manzoni.

A prescindere dalla materia, dall’autore, come possiamo catturare la loro attenzione e portarli a lavorare in modo concentrato su qualcosa?

Questa mi pare la sfida da affrontare e vincere.

La resilienza per la sopravvivenza


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Sull’Amaca del 31 dicembre scorso, Michele Serra ha parlato di resilienza.
Si tratta – come lui stesso ha spiegato – di un concetto attualmente applicato alla società, ma derivato da un fenomeno studiato e spiegato dall’ambito scientifico.
Consiste nella capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.
Se ne è parlato molto, recentemente, proprio perché esso descrive esattamente ciò di cui la nostra società ha bisogno, in un periodo buio , come quello che stiamo attraversando.
Dobbiamo – o dovremmo – tutti farci resilienti, stando a ciò che dicono i sociologi.
Dobbiamo imparare ad assorbire gli urti, senza lasciarci travolgere da ciò che ci capita. Questo perché si rende indispensabile una sorta di adattamento ad un mondo che appare, ed è, sempre più ostile.
Nella scuola, però, la resilienza è già conosciuta e praticata da molto tempo.
Almeno da noi insegnanti.
Abbiamo dovuto imparare – come professionisti – a sopportare gli attacchi continui ed ingiustificati diretti contro di noi per anni, senza che nessuno venisse in nostro aiuto. Anzi: con un’opinione pubblica resa sempre più ostile nei nostri confronti.
Abbiamo dovuto imparare a fare resistenza passiva – e dunque ad opporci – ad ogni tempesta o vento di restaurazione, ad ogni tentativo di destrutturazione della scuola, magari mascherato da riforma.
Abbiamo dovuto sopportare da chiunque, fosse anche il primo salumiere che passasse per strada, lezioni su come svolgere meglio il nostro lavoro.
Non solo.
Ci ritroviamo a dover trasmettere questa nostra abilità, quasi per osmosi, ai nostri alunni, sempre più incapaci anche loro di reggere l’urto con la realtà, presi come sono troppo spesso, tra un mondo denso di incognite e genitori che non sempre li spingono a crescere e a capire quello che succede intorno.
Noi abbiamo appreso sul campo la resilienza. Siamo dei pionieri tra tutti i resilienti.
Se non fosse per il fatto che essa è già stata scoperta in ambito scientifico, potremmo anche affermare di averla inventata noi.

La nostra è la peggiore scuola d’Europa?


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Ho letto l’articolo scritto da Curzio Maltese su Repubblica, a proposito della scuola pubblica italiana. Come al solito, quelli che parlano di scuola, senza conoscere il nostro mondo, tendono a generalizzare. Ma forse l’importante è parlare di noi,  non dimenticarci.

A mio avviso, l’unico elemento positivo va visto nell’indignazione che anima il giornalista, per le condizioni in cui versa la nostra scuola oggi, anche se avremmo visto volentieri tanta indignazione sulle colonne di Repubblica anche durante la lotta che i docenti hanno condotto contro la 107/2015. Invece sui quotidiani e sui mass-media siamo stati spesso bollati come settari, se non fannulloni.

Ma allora cosa c’è da dire sulla scuola italiana oggi?

Diciamo che la nostra scuola pubblica ha avuto finora i peggiori Ministri della Pubblica Istruzione tra quelli possibili in Europa, che la nostra scuola è oggi la migliore possibile per noi che la facciamo quotidianamente, tenendo presenti gli attacchi, i tagli alle risorse e le politiche distruttive e insensate via via imposte al nostro mondo da Ministri paracadutati sullo scranno per meriti non sempre proprio contigui al mondo della cultura e dell’istruzione.

DIciamo con chiarezza che se la scuola pubblica sta ancora abbastanza in piedi è perché gli insegnanti riescono a farla funzionare, nonostante le Direttive, i Protocolli, le Indicazioni che dicono tutto e il contrario di tutto. Nonostante concetti di “pedagogia” che fanno accapponare la pelle, per la loro pochezza.

Diciamo con chiarezza che noi insegnanti tentiamo di dare istruzione a classi composte da trenta persone o più, all’interno delle quali i casi umani, le vittime designate dei loro genitori, i ragazzi afflitti da ansia patologica, sono sempre di più.

Diciamo che ci sarebbe un urgentissimo bisogno di riformare il buco nero che è diventata la vecchia scuola media inferiore, dove i bulli la fanno sempre più da padroni e dove molti colleghi, non tutti, certo, hanno da tempo tirato i remi in barca, forse terrorizzati dal clima che i prepotenti riescono ad imporre, nonostante la loro giovane età.

Diciamo che ogni anno la qualità del lavoro che facciamo peggiora, non perché noi lavoriamo male, ma perché siamo sempre più diluiti in attività che tolgono tempo al lavoro pesante e pensante.

Diciamo che quella cosa insensata che è l’Alternanza Scuola-lavoro sottrae lavoro alla classe, fa perdere tempo e rende ancora più superficiali ragazzi che avrebbero bisogno di profondità, come un pesce, un mammifero hanno bisogno di ossigeno per vivere.

Diciamo tutto questo, per favore.

 

 

Cosa significa “scegliere i migliori”?


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Ci sono degli aspetti del lavoro del docente che possono essere compresi soltanto da chi svolge questo difficile e, spesso, ingrato lavoro.
Uno di questi riguarda la valutazione del nostro lavoro.
Per quanto mi riguarda, sono da sempre favorevole all’idea della valutazione di ciò che facciamo. Alcuni di noi – lo sappiamo bene – non lavorano bene e non lavorano con la necessaria serenità, con il dovuto scrupolo, elemento importantissimo, dato il materiale umano con cui abbiamo a che fare.
Il problema di fondo, però, come ho più volte sottolineato in questo mio blog, è costituito da “come” valutare.
Come si fa a valutare il lavoro effettivamente svolto da un docente?
Se i criteri devono essere quelli che sono stati portati come onda lunga dell’approvazione della legge 107/2015, devo esprimere il mio aperto e deciso dissenso.
Non solo non posso pensare che la parola definitiva sul mio operato debba derivare da un Dirigente che, come ho potuto osservare attraverso la mia esperienza diretta, potrebbe essere stato un docente non proprio all’altezza (ne ho conosciuto uno in particolare, molti anni fa, all’inizio della mia carriera, che è stato “smascherato” dalle microcamere piazzate dalla polizia, che stava indagando su un traffico di droga all’interno della scuola. Non si indagava su di lui, dunque, ma “incidentalmente” è venuto fuori che in classe leggeva quasi sempre il giornale, mentre intorno a lui c’era la baraonda. Licenziato? No. Un paio di anni dopo era Preside). Quello che mi pare ancora più assurdo è che debba essere pesato sulla bilancia della mia valutazione, soprattutto ciò che faccio “oltre” il mio lavoro in classe. Non il mio insegnamento, ma la mia collaborazione al progettificio.
Il mio compito – il principale, direi – è quello di formare ragazzi e solo su quello dovrei essere valutato.
Ripeto: non sono contraria alla valutazione, ma sono contraria allo svilimento della mia professione. Sono contraria alla scuola di chi sgomita per rendersi visibile.
Non bastasse tutto questo, anche l’idea di affidare ai Dirigenti la possibilità di scegliere gli insegnanti è stata una vera follia.

Riprendiamo l’esempio del Dirigente di cui parlavo poco fa.

Oggi sarà di certo in pensione, ma ammettiamo che dovesse essere uno come lui a dover scegliere un insegnante da ammettere nella scuola da lui diretta.
Quali garanzie mi darebbe il SUO curriculum, quale deontologia professionale potrebbe mai rendermi sicura riguardo alla serenità delle sue scelte?
Le vituperate graduatorie, per quanto permeabili dalla corruzione, hanno quasi sempre funzionato. Titoli ed esami sono il punto di partenza.
Ci dovrebbero poi essere ispettori che regolarmente dovrebbero sorvegliare il lavoro dei nuovi arrivati. Oppure nuove figure da creare ad hoc.
Perché – per esempio – non si potrebbero trasformare i docenti anziani di una scuola in guide degli insegnanti più giovani, sgravando in questo modo in modo almeno parziale i più anziani di noi da un lavoro frontale che diventerà inevitabilmente troppo oneroso per chi ha già 65-67 anni?