Considerazioni di fine quadrimestre


bart_scuola

Qualche giorno fa, poco prima della ripresa delle lezioni, discutevo al telefono con la mia più cara amica, anche lei insegnante, delle solite cose: le incombenze burocratiche sempre più insopportabili, la pochezza, dal punto di vista dell’impianto educativo e dei contenuti de “La Buona Scuola”, il deteriorarsi complessivo della qualità del nostro lavoro.

Come è facile capire, dal momento che entrambe ci ritroviamo ad insegnare le stesse materie in tipologie affini di scuole e con classi simili, abbiamo iniziato a fare confronti come”Tu dove sei arrivata di latino?” o “Quali brani sei riuscita ad analizzare per il tale autore?”

Abbiamo concluso che non c’è più la soddisfazione di una volta nello svolgimento dei programmi.

Anzi, si arranca.

Lei era disperata per l’esiguo bottino di capitoli de I Promessi sposi, io perché in una terza ho terminato solo Dante e niente di più.

“Qualche anno fa macinavo capitoli su capitoli!” – si lamentava.

Nonostante una lunga discussione, però, non siamo riuscite a capire che cosa sia accaduto in questi anni, restando comunque convinte che qualcosa è di sicuro avvenuto.

La Gelmini? La Giannini? Renzi? I Maya? Le cavallette?

Io ho assegnato gran parte delle colpe a classi composte di ventisei-trenta ragazzi: anche solo far svolgere e riconsegnare verifiche e portare a termine le interrogazioni porta via tempo prezioso, sottratto al programma, all’approfondimento.

La mia amica se la prendeva (manco a dirlo!) con i telefonini, rei, a suo dire, di avere annacquato i cervelli dei ragazzi, impedendo loro qualsiasi forma di pensiero profondo, senza via di ritorno.

Per un po’ abbiamo crocifisso anche i genitori, rei, a nostro dire, di rendere i loro figli del tutto privi di resilienza, la capacità di resistere alle difficoltà, ma prima ancora, rei di far credere ai medesimi figli che si possa andare avanti nella scuola e nella vita senza un po’ (anche poco!) di sudore della fronte e di tempo trascorso a studiare seriamente.

In realtà, non siamo arrivate ad una conclusione definitiva, non abbiamo individuato la cosiddetta “pistola fumante”, colpevole, senza ombra di dubbio, di avere rammollito i cervelli di figli e alunni.

Sembravamo proprio due di quelle vecchiette che fanno la fila dal dottore, in attesa di misurarsi la pressione e, nel frattempo, esaurita la discussione sulla scomparsa delle mezze stagioni, se la prendono con i giovani che non hanno più valori.

Alla fine della chiacchierata, una volta chiusa la comunicazione telefonica, ho cercato di riprendere il bandolo della matassa.

Nemmeno per conto mio ho trovato una spiegazione chiara di ciò che sta accadendo a scuola, nelle classi.

Di sicuro c’è solo che “qualcosa” è avvenuto.

Credo che ci siano una serie di cose, perfettamente vere e reali, che tutti noi insegnanti stiamo sperimentando, in particolare da cinque-sei anni a questa parte.

I ragazzi hanno tremende difficoltà a soffermarsi in modo serio e solido su un testo. Si tratta di difficoltà serie, che si notano soprattutto nei ragazzi che iniziano il liceo, arrivando dalle medie.

Un elemento che emerge anche dall’analisi dei risultati dei test INVALSI.

I ragazzi troppo spesso si portano dietro uno spaventoso deserto, dal punto di vista lessicale, cosa che impedisce loro di esprimere con esattezza e chiarezza contenuti e, soprattutto, sfumature.

A quel deserto, però, corrisponde una complessità interiore che, invece, avrebbe bisogno delle parole giuste per venir fuori, per essere esplicitata.

Sempre più spesso, invece, ci troviamo di fronte ad inquietanti casi umani, che vivono storie di sofferenza troppo grandi e pesanti per le loro spalle , del tutto sguarnite di zaini per trasportarle e reggerle.

Sono afasici, specie dal punto di vista emotivo.

Talvolta si tratta di figli vittime di genitori che nutrono sogni abnormi sulla loro riuscita e creano, perciò, delle aspettative irrealistiche nei ragazzi, che, oltretutto, sono assolutamente incapaci di autovalutarsi, poiché rientrano in quella categoria che qualcuno, di recente, ha definito “egomostri”.

Quella che noi tocchiamo quotidianamente, guardandoci intorno, tra i banchi, la diffusione sempre più grande di una sofferenza interiore forte, che resta però spesso inespressa, come incistata in quelle menti, così incapaci di guardarsi dentro, perché quello che sentono fa loro paura e preferiscono mettere la polvere sotto il tappeto, piuttosto che toglierla mano mano, con il risultato che l’inciampo genera poi una caduta fragorosa e rovinosa, dal punto di vista psicologico.

E noi ci ritroviamo lì, ad osservare ed a chiederci perché non siano interessati a Dante o Manzoni.

A prescindere dalla materia, dall’autore, come possiamo catturare la loro attenzione e portarli a lavorare in modo concentrato su qualcosa?

Questa mi pare la sfida da affrontare e vincere.

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