L’unica rivoluzione possibile


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In uno dei capitoli centrali del libro “La fine è il mio inizio”, Tiziano Terzani parla al figlio Folco delle tante rivoluzioni che ha avuto modo di conoscere nella sua vita: a Cuba, in Cina, in Vietnam, in Cambogia.

“E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c’è la natura dell’uomo. E se se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete.”

Se, da un lato, questa riflessione sposta tutto verso una dimensione individuale e, dunque, sembra portare gli individui ad enfatizzare l’isolamento ed il solipsismo, dall’altro, forse, proprio partendo da qui, possiamo tentare di risollevare i destini di una cultura occidentale in piena crisi.

Condivido in pieno l’analisi che Terzani fa, relativamente al fallimento “in toto” delle rivoluzioni su base marxista, che hanno attraversato il Novecento. Nessuna ha portato alla nascita dell’uomo nuovo tanto auspicato.

Tutte, anzi – quale più, quale meno – hanno contribuito ad abbassare il livello di libertà e di dignità dell’essere umano. Questo forse perché non si può affidare ad uno stato centralizzato la realizzazione della libertà individuale. Finora è stato proprio questo il punto dolente: la compressione della libertà individuale, che non ha portato al miglioramento delle condizioni nemmeno a livello collettivo. In molti di quei Paesi, addirittura, alla fine si è imposto un ibrido mostruoso: un capitalismo pseudo-comunista.

“Allora sarebbe stato meglio lasciar fare agli altri, ai capitalisti, almeno lo sapevano fare bene, perché avevano alle spalle una maggiore esperienza!.”- questa, all’incirca la conclusione di Terzani, alla fine della lunga chiacchierata con Folco.

Certo, Terzani non era né un politologo, né un economista, era un grandissimo giornalista, appassionato sostenitore delle rivoluzioni, deluso dalla loro involuzione, ma non possiamo dare torto all’analisi livida che fa, soprattutto se affianchiamo le sue parole agli articoli ed ai libri scritti da Joseph Stiglitz, a proposito della crisi economica che ci ha travolto in questi ultimi anni e delle responsabilità del capitalismo “selvaggio” rispetto agli sviluppi che sono sotto gli occhi di tutti.

L’altro estremo del problema che ci tormenta, è infatti rappresentato da una lettura della politica e dell’economia , quella del capitalismo, che, apparentemente, sembra dare grandissima importanza all’individuo, ma che, anche in questo caso – tranne pochissime eccezioni -, arriva a deprimere la sua dignità fini ai livelli raggiunti oggi: ci troviamo di fronte ad uno scenario, all’interno del quale i diritti collettivi ed individuali sono stati enormemente compressi, per fare posto alla faccia più oscena che il capitalismo potesse mostrarci: quella della separazione degli individui l’uno dall’altro, in modo tale che si possa agire pesantemente su ognuno è dunque su tutti, senza che ne derivi mai una sollevazione popolare. Siamo terrorizzati da ciò che ci potrebbe accadere, dalla perdita del lavoro o della casa.

In poche parole: siamo isolati nel nostro bozzolo.

Credo, però, che proprio questo isolamento “forzato” dovrebbe spingerci al movimento contrario: a trovare, cioè, le risorse e le ragioni per un percorso opposto.

È come se questa crisi – oltre ad aver devastato le nostre esistenze – ci fornisse l’occasione di resettarci.

Non ho risposte risolutive da dare, in proposito.

Le sto cercando, invece. Anche come docente che ha il dovere di trovare, cercandole, risposte per i ragazzi che stanno dietro i loro banchi, in attesa del futuro, della loro vita.

Abbiamo il dovere di cercare. Dobbiamo fare qualcosa, partendo appunto da noi stessi.

Il problema che sto cercando di analizzare da mesi e mesi è: “come si può resistere al sistema vigente e cambiarlo in modo profondo senza ricorrere alla violenza?”

È ovvio – secondo me – che la risposta a questa domanda da mille punti deve per forza partire dalla riflessione che ho posto all’inizio.

La rivoluzione deve partire in primo luogo da noi. Deve attraversare il deserto educativo che caratterizza l’oggi e tutti quanti, tutti, dobbiamo essere coinvolti.

Anche solo per istinto di sopravvivenza, per non essere sopraffatti da un sistema di cui non vogliamo più essere semplici ingranaggi, sostituibili, per giunta.

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