“Professoressa, non sono d’accordo con Lei!”


punto interrogativo

Domenica scorsa, su Il sole 24 ore, Claudio Giunta ha pubblicato un interessante articolo, intitolato “Scrivere bene potrebbe non essere più così importante”, all’interno del quale descrive una situazione molto diffusa: quella degli studenti universitari delle facoltà umanistiche (e non solo), che non sono più in grado di esprimersi in un italiano accettabile dal punto di vista formale, ma che, alla fine, si ritrovano a superare gli esami di italiano, anche scritti, poiché i docenti si rendono conto che quello che quei giovani universitari hanno dato è anche il massimo di quanto potranno mai dare.

Vengono promossi per sfinimento.

Più o meno cinque anni fa mi sono trovata in una situazione analoga.

Ero stata da poco trasferita in un liceo classico, dopo aver perso posto nella scuola nella quale avevo prestato servizio fino all’anno scolastico precedente.

Come ultima arrivata mi sono ritrovata subito subito con una bella “polpetta avvelenata”: due quinte di circa trenta ragazzi da seguire per italiano e latino, entrambi previsti negli scritti finali.

Una faticata immane.

In una di queste classi Ho avuto a che fare con una situazione difficilissima, con difficoltà diffuse nella produzione scritta (analisi del testo, saggio breve, articolo di giornale…) mai viste in precedenza, in ragazzi di un liceo classico.

Le carenze nelle strutture di base erano allarmanti e non avrei potuto fare proprio nulla in quei pochi mesi.

Nemmeno una bacchetta magica – magari potente – avrebbe potuto rimediare.

Mi colpì – in quella situazione così allarmante – l’atteggiamento di un ragazzo.

I suoi scritti erano gravemente insufficienti, sotto ogni punto di vista: l’ortografia, la consecutio temporum, la coerenza logica, la capacità di partire da un punto di un ragionamento per giungere ad un altro, senza perdersi, senza perdere il filo.

Con molta pazienza, ogni volta mi mettevo a correggere quei terribili “blob” che mi presentava, per  far sì che, almeno, gli si chiarisse qualche cosa, si aprisse in lui uno spiraglio.

Sulla colonna di destra del foglio protocollo, mi ingegnavo a mettere ordine in quel caos, spesso senza riuscirci.

Puntualmente, durante la consegna degli elaborati e la discussione delle correzioni, quel ragazzo si avvicinava alla cattedra, indicava le correzioni, riguardanti parole usate fuori contesto, tempi verbali dissonanti tra loro, ortografia che gridava vendetta al cospetto di Dio e, guardandomi, mi diceva:

“Professoressa, IO non sono d’accordo con lei!”

Quasi balbettando, cercavo di fargli capire che il fatto che gli avessi corretto la grafia della parola “celebrale”, mettendo quella giusta “cerebrale”, non poteva richiedere il suo assenso, o la sua approvazione.

Cercavo di fargli capire che potevano esserci contrasti, o diversità tra di noi sulle idee, ma non sulla forma, poiché la grammatica è – nella stragrande maggioranza dei casi –  una e una soltanto.

Ebbene: in tutto l’anno scolastico la scena si è ripetuta ogni volta e, puntualmente, il poveretto si è allontanato dalla cattedra convinto di avere subito un intollerabile torto. Il suo volto era sempre scontento e frustrato. Mai gli è passato per la mente di essere un ragazzo con lacune gravissime nella lingua italiana.

La cattiva ero io.

Ovviamente è stato promosso all’Esame di Stato.

Leggendo l’articolo di Claudio Giunta, mi è tornato in mente quel ragazzo e tutti quelli come lui, che non hanno la consapevolezza delle enormi lacune che possiedono e magari frequentano, pur con scarso profitto, facoltà umanistiche, con il rischio concreto che questi analfabeti di ritorno arrivino, prima o poi, ad essere docenti in qualche liceo.

Cosa mai potrebbero insegnare a dei ragazzi?

Non sono d’accordo con ciò che Giunta afferma, che la forma corretta dell’italiano sia destinata a sparire o, al massimo, ad essere coltivata all’interno di qualche “enclave” di cultori della bella scrittura.

Continuo a pensarla come Nanni Moretti.

Chi parla (e scrive) male, pensa male e questo non va bene.

Sullo sfacelo linguistico che ci circonda è doveroso e urgente intervenire in qualche modo. Niente di roboante.

Per esempio, si potrebbe  abbandonare al suo destino questa indecenza dell’alternanza scuola-lavoro per ritornare, non dico al dettato ed al copiato, ma alla pratica seria della scrittura.

Questo sì.

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2 thoughts on ““Professoressa, non sono d’accordo con Lei!”

  1. Più che altro io mi chiedo coma sia arrivato all’ultimo anno di un liceo classico un ragazzo come quello che hai descritto. Non ho mai insegnato al classico ma penso che sia il caso di fermare molto prima questi analfabeti, esattamente come allo scientifico non si esita a bocciare quelli negati nelle materie caratterizzanti. Poi è anche vero che c’è chi vivacchia e ce la fa, in un modo o nell’altro, spesso accumulando debiti mai saldati… ma se è l’unica materia, in fondo che male c’è? Purtroppo spesso i ragazzi vengono spinti dalle famiglie a scegliere il liceo e ciò causa a volte frustrazione, fino a portare gli sventurati all’abbandono degli studi. Su questo, innanzitutto bisognerebbe riflettere.

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