Est modus in rebus


Noi insegnanti spesso ci ritroviamo a discutere se sia o meno opportuno usare tablet e smartphone in classe, unitamente ai veri luoghi di perdizione: i social network.

Meglio bandirli del tutto o utilizzarli?

Non per fare della filosofia alla Catalano, ma sono dell’avviso che utilizzare in classe i supporti ed i social network non sia una scelta di carattere diabolico. Si può rivelare davvero efficace.

Bisogna – come è ovvio – capire quale sia la giusta modalità.

Per quanto mi riguarda, io opero da anni seguendo determinati criteri.

Credo innanzitutto che sia indispensabile tenere i ragazzi informati su ciò che accade nel mondo.

Da molti anni ho l’abitudine di utilizzare articoli di giornale, provenienti dalla testate più disparate, ma dando particolare importanza ad Internazionale, un periodico che propone articoli provenienti da tutto il mondo, con argomenti che vanno dalla psicologia, alla sociologia, dalla scienza alla politica internazionale.

Fino a qualche anno fa, a scuola, si potevano fare delle fotocopie, da leggere in classe.

Poi, sia per una questione di sensibilità ecologica, sia perché il Ministero ha imposto alle scuole delle politiche di austerità, le fotocopie sono diventate un miraggio.

Si è imposta, quindi, l’esigenza di cambiare strategia. In quegli anni avevo appena scoperto i social ed ho avuto un’idea, che poi a pensarci bene è anche ovvia.

Ho cominciato a creare delle pagine Facebook di classe, strutturate come gruppo chiuso, oppure segreto; di questo gruppo fanno parte i ragazzi della classe e anche i colleghi che desiderano farne parte.

In questo modo si possono postare link di articoli, oppure pubblicare screenshot da Internazionale, che, nel mio caso, acquisto in digitale ogni settimana.

Posso pubblicare approfondimenti sulle materie.

I colleghi possono fare altrettanto. Il nostro spazio di classe si rivela utile anche per comunicazioni urgenti o spostamenti degli impegni.

Durante la lezione, faccio accendere i telefonini e, utilizzando i supporti digitali, i ragazzi possono seguire la lettura degli articoli. Tutto molto semplice, veloce e funzionale.

Credo che siano moltissimi i colleghi che lavorano in questo stesso modo, con la consapevolezza che i social non siano necessariamente “il male”, ma che, come in ogni cosa, tutto dipende dal criterio utilizzato.

A pensarci bene, anche un libro, se tirato in testa a qualcuno, può fare del male. L’importante è utilizzarlo nel modo giusto.

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Ragazze, dobbiamo imparare a volerci bene. Davvero.


32D33A5C-89A4-4B2B-8142-0CD62B53A05DProprio ieri sera leggevo, su Internazionale, un bell’articolo di Rebecca Solnit sulla violenza contro le donne.

L’ho messo da parte per leggerlo in classe. Contiene delle osservazioni molto interessanti, su cui ognuna di noi dovrebbe riflettere. Ne voglio parlare con i miei ragazzi.

Soprattutto con le ragazze.

Noi donne non abbiamo ancora imparato a volerci bene.

Decenni di femminismo, almeno nelle società occidentali, non sono bastati a metterci al riparo dalla violenza esercitata dagli uomini.

Parrebbe piuttosto il contrario: da qualche anno a questa parte sembrerebbe essere rientrato dalla finestra ciò che credevamo di aver chiuso fuori dalla nostra porta.

Abbiamo forse sbagliato a dare per scontate vittorie che non erano ancora tali, che avevano bisogno di un consolidamento maggiore.

Il lavoro che abbiamo di fronte è ancora tanto: c’è da costruire, nelle donne che siamo, soprattutto la solidità interiore, la convinzione che non abbiamo bisogno dell’approvazione di nessuno, e men che meno di un uomo, per avere considerazione di noi stesse.

Una donna solida interiormente verrà difficilmente scalfita da un uomo con tendenze distruttive, perché lei non si farà nemmeno avvicinare da una personalità disturbata.

I drammi, infatti, scattano nel momento in cui una donna fragile permette che un uomo disconfermante si infiltri nelle crepe della sua autostima. Se invece l’autostima  è solida, nessuna critica, nessun giudizio negativo potrà arrivare a minare un edificio che nella sua sostanza ha delle buone fondamenta.

La violenza, infatti, non ha a che fare soltanto con i casi di cronaca che, per fortuna, per quanto terribili, sono assai limitati.

La vera violenza contro le donne, come ho letto da qualche parte, “ha le chiavi di casa”, proviene dalle persone con cui troppo spesso, purtroppo, condividiamo la quotidianità.

È diffusissima, capillarmente infiltrata.

Molte di noi sanno, infatti, che senso di paura si prova ad infilare la chiave nella serratura di casa, sapendo che potrebbe succedere qualcosa di tremendo.

Molte di noi hanno provato l’angoscia che si prova a procrastinare il momento di tornare a casa, restando al lavoro con qualsiasi pretesto.

Molte di noi hanno sperimentato l’inquietudine che nasce davanti al weekend, o alle vacanze, troppo pieni di ore da trascorrere “nell’intimità familiare”.

Moltissime di noi sono restate in silenzio, non hanno raccontato che troppo tardi ciò che accadeva in casa, convinte che fosse colpa loro, che nessuno avrebbe creduto. Terrorizzate anche solo all’idea di vedere arrivare in casa la polizia, spaventate dall’idea di essere chiamate a giustificarsi.

Perché, diciamolo: molte di noi sono convinte di avere delle colpe. Che se una persona stimata, ammirata, quale è il loro marito o il loro compagno, reagisce con una violenza tanto pervasiva, una parte delle colpa deve essere loro, delle donne.

È su questo aspetto che noi donne siamo chiamate a lavorare, tanto come educatrici, quanto come autoeducatrici. Finché non avremo introiettato l’idea che il rispetto è una cosa da pretendere, che nessuno a ha il diritto di imporci come dobbiamo essere, gli uomini si arrogheranno tale diritto e nessuna manifestazione con le scarpette rosse inciderà davvero nel profondo.

Allontaniamo da noi i rapporti che ci avvelenano l’anima, prima che sia troppo tardi. Parliamone.

 

 

 

“…e poi ti guardano torvi, come se tu ostacolassi la loro vena artistica!”


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Sapete bene che il mio collega Paolo ha l’arrabbiatura facile.

Mi capita spesso di ascoltare  e di calmare – tra un caffè ed un cappuccino – i suoi sfoghi, mentre ce ne stiamo seduti al bar, a fare due chiacchiere.

Giovedì era inviperito per un’abitudine che si è diffusa nella sua scuola, un istituto tecnico della nostra provincia.

Qualcuno ha deciso che, per incrementare la “creatività” degli alunni, tutte le aule di quella scuola verranno decorate con disegni realizzati e colorati dagli stessi ragazzi.

Ormai è una moda.

Un’altra collega pochi giorni fa mi ha descritto un’attività quasi identica, portata avanti nella sua scuola per motivi diversi, però.

“Dobbiamo coprire i buchi sulle pareti della palestra, mia cara!  Lo sai perché? Proviamo vergogna per i ragazzi che arrivano dall’estero, quelli dell’Erasmus. Lassù hanno scuole bellissime, nuovissime! Noi abbiamo dei buchi orrendi sulle pareti e l’unico modo per risolvere la situazione è coprire con dei pannelli colorati quei buchi, sperando che le voragini non si notino troppo!”

Nell’istituto di Paolo, tuttavia, invece di fare come si fa nella gran parte delle scuole, che considerano tutte queste, compresa la pittura nelle aule, come attività accessorie e pomeridiane, tutto accade durante la mattinata, mentre si dovrebbero svolgere le lezioni: nei corridoi c’è un continuo via vai di persone che migrano verso il laboratorio di disegno. Un flusso ininterrotto.

“Ti pare possibile? Arrivo in classe. Non ho nemmeno il tempo di firmare, di aprire il registro elettronico e subito vedo levarsi per aria la selva di mani di quelli che chiedono il permesso di andare a disegnare!”

“E tu?!”

“Scherzi?! Io non li faccio uscire! Pretendo che rimangano a fare lezione! Abbiamo perso una quantità incredibile di tempo con la pausa didattica, con i progetti più insensati, magari per andare a vedere il ciclo di riproduzione delle primule nei boschi! Le varie Alternanze scuola- lavoro sottraggono ore ed ore alle lezioni ed io dovrei pure mandarli ad imbrattare una tela durante le poche ore che restano di attività vera?!”

“…e loro? Come reagiscono? E tu? Perché sei così intollerante? Guarda che la tua Dirigente non la prenderà tanto bene. Ostinarsi a fare lezione secondo i soliti, vecchi, scontati modi, non fa di te un insegnante moderno! Sei a rischio trasferimento!”

Paolo si è messo  a ridere. Sa bene che stavo scherzando.

L’anno scorso mi ha descritto lo stesso fenomeno con i medesimi toni indignati ed io ho approvato la sua indignazione.

“Loro mi guardano con uno sguardo torvo, carico di odio. È chiaro che mi giudicano come quello che impedisce la realizzazione di un talento artistico in potenza. Restano seduti nei banchi, ma friggono di rabbia e vorrebbero essere altrove! Di sicuro non a fare lezione con me!”

Si parla tanto – in questi giorni- dell’incapacità che molti giovani hanno di leggere, comprendere ed analizzare un testo complesso. Dell’incapacità di elaborare e scrivere un testo complesso.

Come volete che si apprenda a scrivere un testo, a capire un testo, se non lavorando sulla complessità della lingua? Come si può pensare di riuscirci,  se non esercitandosi nella lettura e nella scrittura, ora dopo ora, nel silenzio della classe?

Bisogna tornare all’artigianato, nel nostro mestiere.

Ma questo non è molto “smart”.

 

 

“Scusi, Pippo, ma Lei conosce le Iris?”


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Proprio ieri nella mia scuola abbiamo avuto un ospite illustrissimo: Pippo Giordano.
Per chi non lo conoscesse, si tratta di un ispettore della DIA a riposo, che ha lavorato a fianco di Ninni Cassarà, di Beppe Montana, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino.
È stata un’esperienza molto coinvolgente, per tutte le classi che hanno partecipato, ma in particolare per una mia classe, che da un paio di anni lavora approfonditamente sulle tematiche della storia della mafia e del contrasto alla mentalità mafiosa.
L’anno scorso questi ragazzi si sono trasformati in docenti, per un intero anno scolastico, poiché ogni settimana, da novembre a maggio, ogni alunno ha tenuto una lezione ai compagni sulla storia della mafia, dalle origini, fino alle stragi del 1993.
Il percorso, di tanto in tanto, si è arricchito anche con la visione di documentari e film.
In particolare, molto successo ha riscosso la visione di “La mafia uccide solo d’estate”, un film in cui la mafia viene raccontata con gli occhi di un bambino palermitano.
Ai ragazzi era molto piaciuta la storia delle “Iris”, dolci dall’aspetto davvero delizioso, che il protagonista imparava ad apprezzare su consiglio diretto di Boris Giuliano.
Da lì, tutti abbiamo deciso che, prima della fine del quinquennio, faremo un viaggio a Palermo solo per assaggiare queste benedette Iris.
Quando ieri, durante il suo intervento, Pippo Giordano, palermitano doc, ha fatto una sosta e si è avvicinato a noi, abbiamo subito chiesto: “Pippo, ma Lei conosce le Iris?”.
Abbiamo visto i suoi occhi illuminarsi.
Ci ha subito spiegato le differenze tra le varie tipologie di questo dolce, sostenendo che le migliori Iris sono quelle fritte e farcite di ricotta.
Ora lo sappiamo. La lotta alla mafia passa anche attraverso strade dolci.

Partecipare ai viaggi di istruzione?


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Il terribile incidente di oggi, con il coinvolgimento dell’autobus di un gruppo di studenti ungheresi, in gran parte deceduti per l’incendio del mezzo di trasporto che li riportava a casa, non fa che rafforzare in me la decisione, presa tanti anni fa, di non partecipare alle visite di istruzione su più giorni.

Responsabiltà tremende, che gravano tutte, come sempre, sulle nostre fragili spalle di insegnanti.

Non fa per me.

Ricordo ancora il motivo che mi spinse allora a quella scelta: trovai un nutrito gruppo di ragazzi ad ubriacarsi e a fumare spinelli.

Reagii con molta durezza. Stavo per chiamare i carabinieri.

Mi sentii totalmente gravata dalla responsabilità, in caso di una reazione allergica, di un coma etilico: immaginai le facce stupite dei loro genitori, anime candide, l’espressione scandalizzata che avrebbero inalberato, per via della scarsa vigilanza da me esercitata sui pargoli.

Decisi seduta stante che si trattava di responsabilità che non avrei più accettato,  visto che per quell’impegno su più giorni non ero neppure pagata adeguatamente.

Era il 2000.

Non ho mai cambiato idea, da allora e non ho mai più portato fuori una classe per più giorni, con la sola eccezione della partecipazione, una volta, alla Nave della Legalità.

Sono una persona pronta ad assumersi responsabilità, ma nel perimetro del mio luogo di lavoro.

Mi capita di portare i ragazzi a teatro, in visita ad una mostra, ma l’intervallo di tempo deve essere limitato.

Non mi sognerei mai di trascorrere nottate buttata su una sedia nel corridoio di un alberghetto di provincia a controllare la maleducazione incontrollabile di chi passa in bianco intere nottate, spesso ubriacandosi o comportandosi da vandalo o da irresponsabile nelle stanze assegnate.

E poi, come nel tragico caso di oggi, ci sono gli eventi più o meno imponderabili, legati alla stanchezza degli autisti dei pullman, ai mezzi iper sfruttati, o alla combinazione di entrambi i fattori.

Grazie.

Non fa per me. E non mi pare essenziale per il mio lavoro di educatrice.

Considerazioni di fine quadrimestre


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Qualche giorno fa, poco prima della ripresa delle lezioni, discutevo al telefono con la mia più cara amica, anche lei insegnante, delle solite cose: le incombenze burocratiche sempre più insopportabili, la pochezza, dal punto di vista dell’impianto educativo e dei contenuti de “La Buona Scuola”, il deteriorarsi complessivo della qualità del nostro lavoro.

Come è facile capire, dal momento che entrambe ci ritroviamo ad insegnare le stesse materie in tipologie affini di scuole e con classi simili, abbiamo iniziato a fare confronti come”Tu dove sei arrivata di latino?” o “Quali brani sei riuscita ad analizzare per il tale autore?”

Abbiamo concluso che non c’è più la soddisfazione di una volta nello svolgimento dei programmi.

Anzi, si arranca.

Lei era disperata per l’esiguo bottino di capitoli de I Promessi sposi, io perché in una terza ho terminato solo Dante e niente di più.

“Qualche anno fa macinavo capitoli su capitoli!” – si lamentava.

Nonostante una lunga discussione, però, non siamo riuscite a capire che cosa sia accaduto in questi anni, restando comunque convinte che qualcosa è di sicuro avvenuto.

La Gelmini? La Giannini? Renzi? I Maya? Le cavallette?

Io ho assegnato gran parte delle colpe a classi composte di ventisei-trenta ragazzi: anche solo far svolgere e riconsegnare verifiche e portare a termine le interrogazioni porta via tempo prezioso, sottratto al programma, all’approfondimento.

La mia amica se la prendeva (manco a dirlo!) con i telefonini, rei, a suo dire, di avere annacquato i cervelli dei ragazzi, impedendo loro qualsiasi forma di pensiero profondo, senza via di ritorno.

Per un po’ abbiamo crocifisso anche i genitori, rei, a nostro dire, di rendere i loro figli del tutto privi di resilienza, la capacità di resistere alle difficoltà, ma prima ancora, rei di far credere ai medesimi figli che si possa andare avanti nella scuola e nella vita senza un po’ (anche poco!) di sudore della fronte e di tempo trascorso a studiare seriamente.

In realtà, non siamo arrivate ad una conclusione definitiva, non abbiamo individuato la cosiddetta “pistola fumante”, colpevole, senza ombra di dubbio, di avere rammollito i cervelli di figli e alunni.

Sembravamo proprio due di quelle vecchiette che fanno la fila dal dottore, in attesa di misurarsi la pressione e, nel frattempo, esaurita la discussione sulla scomparsa delle mezze stagioni, se la prendono con i giovani che non hanno più valori.

Alla fine della chiacchierata, una volta chiusa la comunicazione telefonica, ho cercato di riprendere il bandolo della matassa.

Nemmeno per conto mio ho trovato una spiegazione chiara di ciò che sta accadendo a scuola, nelle classi.

Di sicuro c’è solo che “qualcosa” è avvenuto.

Credo che ci siano una serie di cose, perfettamente vere e reali, che tutti noi insegnanti stiamo sperimentando, in particolare da cinque-sei anni a questa parte.

I ragazzi hanno tremende difficoltà a soffermarsi in modo serio e solido su un testo. Si tratta di difficoltà serie, che si notano soprattutto nei ragazzi che iniziano il liceo, arrivando dalle medie.

Un elemento che emerge anche dall’analisi dei risultati dei test INVALSI.

I ragazzi troppo spesso si portano dietro uno spaventoso deserto, dal punto di vista lessicale, cosa che impedisce loro di esprimere con esattezza e chiarezza contenuti e, soprattutto, sfumature.

A quel deserto, però, corrisponde una complessità interiore che, invece, avrebbe bisogno delle parole giuste per venir fuori, per essere esplicitata.

Sempre più spesso, invece, ci troviamo di fronte ad inquietanti casi umani, che vivono storie di sofferenza troppo grandi e pesanti per le loro spalle , del tutto sguarnite di zaini per trasportarle e reggerle.

Sono afasici, specie dal punto di vista emotivo.

Talvolta si tratta di figli vittime di genitori che nutrono sogni abnormi sulla loro riuscita e creano, perciò, delle aspettative irrealistiche nei ragazzi, che, oltretutto, sono assolutamente incapaci di autovalutarsi, poiché rientrano in quella categoria che qualcuno, di recente, ha definito “egomostri”.

Quella che noi tocchiamo quotidianamente, guardandoci intorno, tra i banchi, la diffusione sempre più grande di una sofferenza interiore forte, che resta però spesso inespressa, come incistata in quelle menti, così incapaci di guardarsi dentro, perché quello che sentono fa loro paura e preferiscono mettere la polvere sotto il tappeto, piuttosto che toglierla mano mano, con il risultato che l’inciampo genera poi una caduta fragorosa e rovinosa, dal punto di vista psicologico.

E noi ci ritroviamo lì, ad osservare ed a chiederci perché non siano interessati a Dante o Manzoni.

A prescindere dalla materia, dall’autore, come possiamo catturare la loro attenzione e portarli a lavorare in modo concentrato su qualcosa?

Questa mi pare la sfida da affrontare e vincere.

Il ministro e i giovani


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Sono di ieri le incredibili parole del ministro del Lavoro Poletti, che, come hanno fatto prima di lui anche altri, vedi Tommaso Padoa Schioppa, ha parlato pubblicamente e con disprezzo dei giovani, dimostrando di non saperne nulla. Facendo una figura meschina.

Una figura, come si direbbe a Roma, da “peracottaro”.

Ci voleva la risposta ferma e circostanziata di una giovane ricercatrice italiana costretta ad emigrare in Francia, per dire al ministro come stanno effettivamente le cose.

Per raccontare la terribile solitudine dei giovani italiani di oggi. Della solitudine delle loro famiglie, l’unica oasi di concretezza che i nostri ragazzi hanno alle spalle.

Per il resto, lo Stato semplicemente non c’è. O meglio, c’è, ma solo per prendere, mai per dare.

Intorno, il deserto.

Per questo motivo i ragazzi partono, se ne vanno, si “tolgono dalle scatole”, per dirla con il Ministro. La realtà è molto diversa da come lui la dipinge.

Del resto cosa ne può sapere della realtà uno come lui, che al massimo percepisce la gente dai vetri oscurati della sua auto blu?

Il vecchio caro Mao Tse Tung, forse lo avrebbe spedito a meditare in qualche risaia, ma dubito che avremmo ottenuto una qualche forma di rinsavimento da un arrogante simile.

Ma che ne sa, lui, della disperazione che serpeggia tra i giovani?

Come fa a capire quanto è difficile per noi insegnanti motivare i giovani, farli credere nel futuro, nell’impegno e nel frutto che esso può dare, quando sappiamo benissimo che davanti a loro ci sono spesso solo labirinti senza uscita?

Come si permette di mancare di rispetto a tutta la gente, giovani, insegnanti e genitori, che cerca con le unghie e con i denti di sostenere un mondo che la politica ha abbandonato da tempo?

Alla politica noi chiediamo lungimiranza, saggezza e senso della realtà, tutte cose che si sono volatilizzate da tempo dalle teste di tutti quelli che si sono arrampicati sulla montagna del potere.

Questa montagna, di cui si sono impossessati e da cui non pensano certo di scendere. Tuttavia l’altezza della montagna impedisce loro di capire la realtà sottostante. La sua complessità.

Allora il potere, che non ha tempo da perdere con la complessità, si adagia sul luogo comune, banalizza. E dice cazzate.

Questo è lo stesso meccanismo che ha portato all’imposizione nella scuola della legge 107/2015, una legge dovuta alla sciatteria, all’arroganza, alla assoluta incapacità di ascolto.

Tutto questo ha anche portato alla sconfitta del governo al referendum.

Perseverare diabolicum

 

 

La nostra paura quotidiana


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I fatti accaduti questa mattina a Bruxelles ci costringono a prendere atto di una questione che non possiamo più evitare di vedere: un attentato può improvvisamente attraversare le nostre esistenze. In qualunque luogo ci troviamo. Anche al lavoro.
Certo, guardando le cose con lo sguardo della statistica, è piuttosto remota, specie per una città di provincia come quella in cui io vivo, la possibilità di ritrovarsi davanti ad un’esperienza terribile e drammatica come quella di un attentato terroristico, tuttavia mi capita di pensare a cosa farei se capitasse qualcosa di grave nella mia scuola.
Mi ritrovo sempre più spesso a dirmi: “Cosa si potrebbe fare, in caso di attentati terroristici contro un edificio scolastico?”
In realtà nessuno ci ha mai spiegato cosa fare, quel poco che so l’ho letto per conto mio e non è molto, in realtà.
La cosa migliore sarebbe diventare trasparenti e silenziosi, delle sogliole umane capaci di scomparire dal campo visivo di eventuali aggressori. Far scomparire un gruppo di venti-trenta ragazzi diventerebbe un’impresa pressoché impossibile.
Lo so. E’ improbabile che accada: le martellanti immagini della televisione hanno proprio l’effetto di scatenare le angosce che normalmente restano sopite dentro di noi. Però mi pongo il problema. Non è un bel sentire.
Nella quotidianità della scuola ormai è entrata anche la paura.

Gli “egomostri” e la scomparsa della “zona di rispetto”


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Noi insegnanti non possiamo certo farci cogliere dal delirio di onnipotenza, ma è un dato di fatto, anche un po’ scontato, in realtà, che possiamo fare molto, con la nostra azione educativa continua e centellinata nel tempo, per formare nei ragazzi la consapevolezza morale.
Questa riflessione mi torna in mente nel momento in cui i giornali riportano fatti di cronaca particolarmente efferati e nel momento in cui appare evidente che certi soggetti – di sicuro affetti da una qualche grave patologia psichica – non abbiano trattenuto in alcun modo traccia visibile di imperativi morali tali da consentire loro di rispettare l’integrità corporea dell’altro, per non parlare dell’assenza totale in loro di pietas nei confronti delle sofferenze inflitte alla povera vittima di turno, che non sarà né la prima, né l’ultima, purtroppo.
Questi soggetti avranno pure avuto degli insegnanti, saranno passati per qualche oratorio parrocchiale: possibile che nessuno abbia avuto percezione della completa assenza in loro di ogni forma di empatia?
Non è troppo comodo dare oggi ogni colpa all’uso sistematico di droghe?
Certo, ormai quella dell’assunzione di cocaina e di droghe sintetiche assume i contorni di una vera e propria epidemia, ma, come accade nelle epidemie “classiche”, non ci sarà da andare a vedere in che modo e perché in alcuni soggetti non si formano degli anticorpi respingenti verso certi comportamenti devianti, verso certi pericolosi virus sociali?
Non spetta anche a noi insegnanti insistere ed insistere su certi temi – non tanto sull’uso delle droghe, ma sull’abitudine a pensare l’altro ed i suoi confini rispetto a noi, a riflettere sull’inviolabilità della “zona di rispetto” altrui?
Quegli “egomostri” di cui parlavo tempo fa, cominciano a produrre i loro frutti terribili. Spesso dietro di loro ci sono genitori incapaci di de-limitarli, di de-finirli e questo è il risultato: siamo circondati da troppi ragazzi, da tanti giovani che non sanno neppure “pensare” il rispetto per l’altro, figuriamoci se sanno metterlo in pratica.

Quaderni di classe


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Sempre più spesso a noi insegnanti capita di avere a che fare con alunni e genitori che contestano i voti che decidiamo di assegnare.
I ragazzi arrivano davanti a noi con facce meste, evidentemente scontenti, ci pongono una serie di domande sull’interrogazione che hanno appena terminato.
Quello che a loro interessa è capire perché la prova non è stata un successo. Questa loro inchiesta termina sempre con la stessa frase: “…perché a me era sembrato di essere andato/a bene e pensavo di meritare di più…”
Quasi sempre è carente la capacità di autovalutarsi, come ho già sottolineato in post risalenti a qualche tempo fa.
Ho comunque l’abitudine di prendere sul serio queste richieste ed entro sempre nei particolari dell’interrogazione, mettendo in evidenza gli aspetti positivi e quelli negativi.
Da molti anni tengo dei veri e propri “quaderni di classe”, dei quadernoni, cioè, sui fogli dei quali c’è – in ordine alfabetico – il nome di ogni alunno e la materia che svolgo in quella classe.
Ogni volta che interrogo una persona segno la data e scrivo ogni domanda che pongo. Per la risposta do un voto immediato (4/5/6/7…): il voto finale è una media di quelli assegnati per i vari quesiti.
Inoltre la pagina-alunno mi permette di dare – ad ogni incontro con i genitori – un chiaro quadro della situazione: “A suo figlio/a ho chiesto questa cosa, ma la risposta non era sufficiente, nel contenuto complessivo e nella sua articolazione.”
Quando i ragazzi vengono da me, apro il quaderno e mostro loro l’insieme dell’interrogazione e, quasi sempre, riconoscono di avere tralasciato nel computo alcune parti che, nella loro ricostruzione parziale, mancavano all’appello.
Il problema diventa più spinoso da risolvere quando i genitori premono in modo sconsiderato sui figli, che diventano delle vere e proprie propaggini, degli strumenti, tramite cui si scaricano le tensioni dell’intera famiglia. Si tratta di nuclei familiari che d’abitudine mettono in discussione il lavoro dei docenti davanti ai ragazzi o insieme a loro e spesso questo accade soprattutto per trovare uno sfogo o individuare i responsabili di frustrazioni e ambizioni personali andate a vuoto, senza avere la minima idea della frattura che in questo modo si crea tra alunno e docente, poiché si mina alla base un rapporto che dovrebbe essere di fiducia reciproca. E allora l’alunno si sente in diritto di contestare le valutazioni, anche in modo poco garbato.
Con questo tipo di genitori e di alunni anche il “quaderno di classe” funziona male, poiché deve combattere contro il pregiudizio e dunque anche l’elenco delle interrogazioni va a sbattere contro il muro di gomma della sfiducia “a priori”.