Ragazze, dobbiamo imparare a volerci bene. Davvero.


32D33A5C-89A4-4B2B-8142-0CD62B53A05DProprio ieri sera leggevo, su Internazionale, un bell’articolo di Rebecca Solnit sulla violenza contro le donne.

L’ho messo da parte per leggerlo in classe. Contiene delle osservazioni molto interessanti, su cui ognuna di noi dovrebbe riflettere. Ne voglio parlare con i miei ragazzi.

Soprattutto con le ragazze.

Noi donne non abbiamo ancora imparato a volerci bene.

Decenni di femminismo, almeno nelle società occidentali, non sono bastati a metterci al riparo dalla violenza esercitata dagli uomini.

Parrebbe piuttosto il contrario: da qualche anno a questa parte sembrerebbe essere rientrato dalla finestra ciò che credevamo di aver chiuso fuori dalla nostra porta.

Abbiamo forse sbagliato a dare per scontate vittorie che non erano ancora tali, che avevano bisogno di un consolidamento maggiore.

Il lavoro che abbiamo di fronte è ancora tanto: c’è da costruire, nelle donne che siamo, soprattutto la solidità interiore, la convinzione che non abbiamo bisogno dell’approvazione di nessuno, e men che meno di un uomo, per avere considerazione di noi stesse.

Una donna solida interiormente verrà difficilmente scalfita da un uomo con tendenze distruttive, perché lei non si farà nemmeno avvicinare da una personalità disturbata.

I drammi, infatti, scattano nel momento in cui una donna fragile permette che un uomo disconfermante si infiltri nelle crepe della sua autostima. Se invece l’autostima  è solida, nessuna critica, nessun giudizio negativo potrà arrivare a minare un edificio che nella sua sostanza ha delle buone fondamenta.

La violenza, infatti, non ha a che fare soltanto con i casi di cronaca che, per fortuna, per quanto terribili, sono assai limitati.

La vera violenza contro le donne, come ho letto da qualche parte, “ha le chiavi di casa”, proviene dalle persone con cui troppo spesso, purtroppo, condividiamo la quotidianità.

È diffusissima, capillarmente infiltrata.

Molte di noi sanno, infatti, che senso di paura si prova ad infilare la chiave nella serratura di casa, sapendo che potrebbe succedere qualcosa di tremendo.

Molte di noi hanno provato l’angoscia che si prova a procrastinare il momento di tornare a casa, restando al lavoro con qualsiasi pretesto.

Molte di noi hanno sperimentato l’inquietudine che nasce davanti al weekend, o alle vacanze, troppo pieni di ore da trascorrere “nell’intimità familiare”.

Moltissime di noi sono restate in silenzio, non hanno raccontato che troppo tardi ciò che accadeva in casa, convinte che fosse colpa loro, che nessuno avrebbe creduto. Terrorizzate anche solo all’idea di vedere arrivare in casa la polizia, spaventate dall’idea di essere chiamate a giustificarsi.

Perché, diciamolo: molte di noi sono convinte di avere delle colpe. Che se una persona stimata, ammirata, quale è il loro marito o il loro compagno, reagisce con una violenza tanto pervasiva, una parte delle colpa deve essere loro, delle donne.

È su questo aspetto che noi donne siamo chiamate a lavorare, tanto come educatrici, quanto come autoeducatrici. Finché non avremo introiettato l’idea che il rispetto è una cosa da pretendere, che nessuno a ha il diritto di imporci come dobbiamo essere, gli uomini si arrogheranno tale diritto e nessuna manifestazione con le scarpette rosse inciderà davvero nel profondo.

Allontaniamo da noi i rapporti che ci avvelenano l’anima, prima che sia troppo tardi. Parliamone.

 

 

 

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“…e poi ti guardano torvi, come se tu ostacolassi la loro vena artistica!”


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Sapete bene che il mio collega Paolo ha l’arrabbiatura facile.

Mi capita spesso di ascoltare  e di calmare – tra un caffè ed un cappuccino – i suoi sfoghi, mentre ce ne stiamo seduti al bar, a fare due chiacchiere.

Giovedì era inviperito per un’abitudine che si è diffusa nella sua scuola, un istituto tecnico della nostra provincia.

Qualcuno ha deciso che, per incrementare la “creatività” degli alunni, tutte le aule di quella scuola verranno decorate con disegni realizzati e colorati dagli stessi ragazzi.

Ormai è una moda.

Un’altra collega pochi giorni fa mi ha descritto un’attività quasi identica, portata avanti nella sua scuola per motivi diversi, però.

“Dobbiamo coprire i buchi sulle pareti della palestra, mia cara!  Lo sai perché? Proviamo vergogna per i ragazzi che arrivano dall’estero, quelli dell’Erasmus. Lassù hanno scuole bellissime, nuovissime! Noi abbiamo dei buchi orrendi sulle pareti e l’unico modo per risolvere la situazione è coprire con dei pannelli colorati quei buchi, sperando che le voragini non si notino troppo!”

Nell’istituto di Paolo, tuttavia, invece di fare come si fa nella gran parte delle scuole, che considerano tutte queste, compresa la pittura nelle aule, come attività accessorie e pomeridiane, tutto accade durante la mattinata, mentre si dovrebbero svolgere le lezioni: nei corridoi c’è un continuo via vai di persone che migrano verso il laboratorio di disegno. Un flusso ininterrotto.

“Ti pare possibile? Arrivo in classe. Non ho nemmeno il tempo di firmare, di aprire il registro elettronico e subito vedo levarsi per aria la selva di mani di quelli che chiedono il permesso di andare a disegnare!”

“E tu?!”

“Scherzi?! Io non li faccio uscire! Pretendo che rimangano a fare lezione! Abbiamo perso una quantità incredibile di tempo con la pausa didattica, con i progetti più insensati, magari per andare a vedere il ciclo di riproduzione delle primule nei boschi! Le varie Alternanze scuola- lavoro sottraggono ore ed ore alle lezioni ed io dovrei pure mandarli ad imbrattare una tela durante le poche ore che restano di attività vera?!”

“…e loro? Come reagiscono? E tu? Perché sei così intollerante? Guarda che la tua Dirigente non la prenderà tanto bene. Ostinarsi a fare lezione secondo i soliti, vecchi, scontati modi, non fa di te un insegnante moderno! Sei a rischio trasferimento!”

Paolo si è messo  a ridere. Sa bene che stavo scherzando.

L’anno scorso mi ha descritto lo stesso fenomeno con i medesimi toni indignati ed io ho approvato la sua indignazione.

“Loro mi guardano con uno sguardo torvo, carico di odio. È chiaro che mi giudicano come quello che impedisce la realizzazione di un talento artistico in potenza. Restano seduti nei banchi, ma friggono di rabbia e vorrebbero essere altrove! Di sicuro non a fare lezione con me!”

Si parla tanto – in questi giorni- dell’incapacità che molti giovani hanno di leggere, comprendere ed analizzare un testo complesso. Dell’incapacità di elaborare e scrivere un testo complesso.

Come volete che si apprenda a scrivere un testo, a capire un testo, se non lavorando sulla complessità della lingua? Come si può pensare di riuscirci,  se non esercitandosi nella lettura e nella scrittura, ora dopo ora, nel silenzio della classe?

Bisogna tornare all’artigianato, nel nostro mestiere.

Ma questo non è molto “smart”.

 

 

“Scusi, Pippo, ma Lei conosce le Iris?”


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Proprio ieri nella mia scuola abbiamo avuto un ospite illustrissimo: Pippo Giordano.
Per chi non lo conoscesse, si tratta di un ispettore della DIA a riposo, che ha lavorato a fianco di Ninni Cassarà, di Beppe Montana, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino.
È stata un’esperienza molto coinvolgente, per tutte le classi che hanno partecipato, ma in particolare per una mia classe, che da un paio di anni lavora approfonditamente sulle tematiche della storia della mafia e del contrasto alla mentalità mafiosa.
L’anno scorso questi ragazzi si sono trasformati in docenti, per un intero anno scolastico, poiché ogni settimana, da novembre a maggio, ogni alunno ha tenuto una lezione ai compagni sulla storia della mafia, dalle origini, fino alle stragi del 1993.
Il percorso, di tanto in tanto, si è arricchito anche con la visione di documentari e film.
In particolare, molto successo ha riscosso la visione di “La mafia uccide solo d’estate”, un film in cui la mafia viene raccontata con gli occhi di un bambino palermitano.
Ai ragazzi era molto piaciuta la storia delle “Iris”, dolci dall’aspetto davvero delizioso, che il protagonista imparava ad apprezzare su consiglio diretto di Boris Giuliano.
Da lì, tutti abbiamo deciso che, prima della fine del quinquennio, faremo un viaggio a Palermo solo per assaggiare queste benedette Iris.
Quando ieri, durante il suo intervento, Pippo Giordano, palermitano doc, ha fatto una sosta e si è avvicinato a noi, abbiamo subito chiesto: “Pippo, ma Lei conosce le Iris?”.
Abbiamo visto i suoi occhi illuminarsi.
Ci ha subito spiegato le differenze tra le varie tipologie di questo dolce, sostenendo che le migliori Iris sono quelle fritte e farcite di ricotta.
Ora lo sappiamo. La lotta alla mafia passa anche attraverso strade dolci.

“Il re è nudo!”: si potrà dire?


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Ho terminato da qualche minuto una lunga telefonata con la mia più cara amica, anche lei, come me, insegnante di italiano.

Preoccupata, per come siamo messi. Anche io, lo sono.

Oggetto della nostra discussione, la lettera pubblicata dai 600 docenti universitari, nella quale vengono evidenziate le carenze degli studenti universitari nella produzione scritta, perché è vero che essi hanno una sempre più diffusa difficoltà a padroneggiare le strutture grammaticali e sintattiche della nostra lingua. Anche quelle semplici.

I docenti italiani si sentono chiamati in causa: quelli che insegnano nelle scuole superiori se la prendono con il presunto lassismo dei colleghi della medie, questi ultimi accusano le maestre delle elementari, perché non fanno il loro dovere.

A chi appartiene la responsabilità?

Difficile appurarlo: il dato di fatto, sotto gli occhi di tutti, è che i ragazzi troppo spesso non sanno scrivere e non sono nemmeno in grado di sintetizzare a parole un testo, anche breve.

Lo si osserva da anni. Noi tutti lo sappiamo. Noi docenti cerchiamo da anni di porre rimedio a questo fenomeno, spesso riuscendo ad arginarlo solo parzialmente. A volte invece resta lì, tutto intero, nonostante i nostri sforzi.

Abbiamo invano atteso un aiuto dalla politica. Invano.

Invece di cercare di risolvere questo problema, potenziando il lavoro a scuola, aumentando le ore di italiano, di storia e di geografia, si è scelto il percorso inverso: tagliare senza pietà.

Disperdere in mille rivoli insensati il lavoro dei docenti di questa disciplina, che è alla base di tutte le altre discipline, perché se non si sa scrivere in modo corretto e non si sa esporre in modo corretto, non si procede bene in nessun altro ambito.

La necessità, l’urgenza, erano quelle che avrebbero dovuto portare ad un potenziamento dell’attività di riflessione, all’eliminazione di tutti i progettifici, per favorire una maggiore concentrazione delle forze dei nostri alunni sulla scrittura, sullo studio della grammatica di base, sulla lettura, uccisa da quell’orrore rappresentato dalla diffusione forzata della narratologia, imposta a viva forza da qualche mente contorta, responsabile della scomparsa, da anni, di ragazzi in grado di apprezzare come si deve la lettura di un brano, di un libro, per quello che sono. Momenti piacevoli di approfondimento e riflessione.

Abbiamo messo sul tavolo di dissezione la letteratura e l’abbiamo trasformata in un cadavere.

Dopo lo scempio operato dalla Mariastrega, inoltre, sembrava che il fondo dell’abiezione fosse stato in qualche modo raggiunto, che non si potesse peggiorare.

E invece no.

Ci aspettavamo un colpo di spugna dal governo Renzi, ed in effetti c’è stato. Solo per cancellare quel poco di accettabile che ancora restava.

Il governo di centrosinistra (?) ha tirato fuori dal cilindro il coniglio putrefatto: l’alternanza scuola-lavoro, un’idea che più idiota non potrebbe essere.

Sarebbe stato necessario potenziare il tempo da dedicare al lavoro in classe ed abbiamo ottenuto che i ragazzi del triennio fossero dispersi in mille grotteschi progetti, tramite  i quali buttano via ogni anno ottanta ore potenziali di lavoro in classe, per andare ad aiutare la biglietteria di un teatro, o andare a passare del tempo in un orto botanico o distribuire i libri in una biblioteca universitaria.

Va detto con sincerità: sono tutte ore dissipate in modo insensato.
Si potrà dire o no che il re è nudo?

Si può dire che abbiamo creato un Esame di Stato che già da anni  è la quintessenza del ridicolo, a maggior ragione ora che durante la discussione dell’orale si dovrà parlare delle esperienze di “lavoro” effettuate nel triennio?

E non si replichi che il mondo di oggi richiede questo, perché non è vero.

Il mondo richiede – oggi più che mai- la capacità di riflette in modo serio sulla realtà circostante e questa capacità si ottiene leggendo, scrivendo, pensando.

Tutto questo si ottiene – sarò controcorrente a dirlo – restando in classe, occupando il tempo ad aumentare la complessità del pensiero, ad accrescere la capacità di analisi.

Ci indicano in continuazione le meraviglie dei sistemi di insegnamento delle altre nazioni. Direi che invece sarebbe ora di smetterla con questo modo di fare schizofrenico e distruttivo.

Basta superficialità e improvvisazione. Torniamo a lavorare con la classe, in classe.

Partecipare ai viaggi di istruzione?


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Il terribile incidente di oggi, con il coinvolgimento dell’autobus di un gruppo di studenti ungheresi, in gran parte deceduti per l’incendio del mezzo di trasporto che li riportava a casa, non fa che rafforzare in me la decisione, presa tanti anni fa, di non partecipare alle visite di istruzione su più giorni.

Responsabiltà tremende, che gravano tutte, come sempre, sulle nostre fragili spalle di insegnanti.

Non fa per me.

Ricordo ancora il motivo che mi spinse allora a quella scelta: trovai un nutrito gruppo di ragazzi ad ubriacarsi e a fumare spinelli.

Reagii con molta durezza. Stavo per chiamare i carabinieri.

Mi sentii totalmente gravata dalla responsabilità, in caso di una reazione allergica, di un coma etilico: immaginai le facce stupite dei loro genitori, anime candide, l’espressione scandalizzata che avrebbero inalberato, per via della scarsa vigilanza da me esercitata sui pargoli.

Decisi seduta stante che si trattava di responsabilità che non avrei più accettato,  visto che per quell’impegno su più giorni non ero neppure pagata adeguatamente.

Era il 2000.

Non ho mai cambiato idea, da allora e non ho mai più portato fuori una classe per più giorni, con la sola eccezione della partecipazione, una volta, alla Nave della Legalità.

Sono una persona pronta ad assumersi responsabilità, ma nel perimetro del mio luogo di lavoro.

Mi capita di portare i ragazzi a teatro, in visita ad una mostra, ma l’intervallo di tempo deve essere limitato.

Non mi sognerei mai di trascorrere nottate buttata su una sedia nel corridoio di un alberghetto di provincia a controllare la maleducazione incontrollabile di chi passa in bianco intere nottate, spesso ubriacandosi o comportandosi da vandalo o da irresponsabile nelle stanze assegnate.

E poi, come nel tragico caso di oggi, ci sono gli eventi più o meno imponderabili, legati alla stanchezza degli autisti dei pullman, ai mezzi iper sfruttati, o alla combinazione di entrambi i fattori.

Grazie.

Non fa per me. E non mi pare essenziale per il mio lavoro di educatrice.

Come salvare i nostri ragazzi


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Da diversi giorni – su periodici diversi – è riemerso, per fortuna, il dibattito sulla scuola e sulla necessità di trovare risposte  e soluzioni per il naufragio generazionale che stiamo vivendo in questi anni, come genitori, come docenti, come componenti della società di questo Paese.

Ho letto in modo approfondito gli interventi di Susanna Tamaro e di Paolo Crepet. A complicare la questione, i fatti avvenuti in provincia di Ferrara: due poveri genitori fatti a pezzi per volere di un figlio adolescente, aiutato da un complice della stessa età. Tra le motivazioni addotte, anche le tensioni createsi tra genitori e figlio a causa dello scarso rendimento scolastico.

Sedici anni.

Un figlio di sedici anni, che pianifica nei dettagli, raccoglie mille euro per pagare il suo complice, si fabbrica un alibi, decide di buttare i corpi dei suoi genitori nel fiume.

Sedici anni.

Un’età in cui di solito si pianificano i giri col motorino, o le serate in discoteca. In quel sedicenne, invece, c’era già tutto il sangue freddo (e che sangue freddo!) di un pluriomicida consumato.

Sedici anni.

Leggendo questa storia, mi sono tornati in mente subito i due ragazzi di Novi Ligure, che pianificarono ed eseguirono, quasi per gli stessi motivi, lo sterminio della famiglia di lei (pare che il padre sia scampato per un puro caso all’eccidio).

Sedici anni e l’assenza totale di scrupoli.

Certo, la cronaca ciclicamente ripropone casi simili.

Si può dire con certezza che, dal punto di vista statistico, eventi come questi possono accadere e accadranno ancora.

Che i ragazzi sono decine di migliaia e la stragrandissima maggioranza di loro non pensa neppure lontanamente a far fuori i genitori, nemmeno dopo liti e liti, magari per problemi legati ai brutti voti a scuola.

Non possiamo e non dobbiamo generalizzare. Certo che no.

Eppure.

Sedici anni.

Noi insegnanti abbiamo di fronte i sedicenni tutti i giorni.

Sappiamo bene quale materiale umano bislacco siano oggi.

Lo dico da tanto tempo: ho parlato spesso, su questo piccolo blog, della questione degli “egomostri”, del fatto che troppo spesso i ragazzi sono costretti ad essere delle proiezioni malate delle frustrazioni malsane dei loro genitori.

Ci si trova sempre più spesso a dover arginare delle vere e proprie crisi isteriche dei genitori (e non sto esagerando), di fronte ad uno scritto andato male, dopo un’interrogazione che si è conclusa con una insufficienza.

O per un dieci atteso, ma non arrivato. (Certo, anche per un dieci mancato)

La crisi economica ci ha reso, certo “senza pelle”, sensibili – troppo, forse – alle sollecitazioni negative provenienti dall’esterno.

Ma da questo ad abdicare totalmente rispetto al proprio ruolo, da qui a proiettare i nostri sogni irrealistici su queste povere vittime che, troppo spesso, sono i figli, c’è molta strada.

Ho avuto in classe ragazzi depressi, anoressici, in preda a crisi di panico, incontinenti (sì, incontinenti!) e scavando, nemmeno troppo, nel cosiddetto background, ho quasi sempre scoperto che, alle spalle di questi adolescenti, c’erano non dei genitori, ma dei tredicenni mai cresciuti, che non hanno mai pensato di allenare i figli alle asprezze della vita, ma li hanno consapevolmente o meno, condannati ad un’esistenza da talpe, ad una vita angosciata ed angosciante.

Questa è, come molti sottolineano, la vera emergenza del nostro Paese, a mio avviso.

Considerazioni di fine quadrimestre


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Qualche giorno fa, poco prima della ripresa delle lezioni, discutevo al telefono con la mia più cara amica, anche lei insegnante, delle solite cose: le incombenze burocratiche sempre più insopportabili, la pochezza, dal punto di vista dell’impianto educativo e dei contenuti de “La Buona Scuola”, il deteriorarsi complessivo della qualità del nostro lavoro.

Come è facile capire, dal momento che entrambe ci ritroviamo ad insegnare le stesse materie in tipologie affini di scuole e con classi simili, abbiamo iniziato a fare confronti come”Tu dove sei arrivata di latino?” o “Quali brani sei riuscita ad analizzare per il tale autore?”

Abbiamo concluso che non c’è più la soddisfazione di una volta nello svolgimento dei programmi.

Anzi, si arranca.

Lei era disperata per l’esiguo bottino di capitoli de I Promessi sposi, io perché in una terza ho terminato solo Dante e niente di più.

“Qualche anno fa macinavo capitoli su capitoli!” – si lamentava.

Nonostante una lunga discussione, però, non siamo riuscite a capire che cosa sia accaduto in questi anni, restando comunque convinte che qualcosa è di sicuro avvenuto.

La Gelmini? La Giannini? Renzi? I Maya? Le cavallette?

Io ho assegnato gran parte delle colpe a classi composte di ventisei-trenta ragazzi: anche solo far svolgere e riconsegnare verifiche e portare a termine le interrogazioni porta via tempo prezioso, sottratto al programma, all’approfondimento.

La mia amica se la prendeva (manco a dirlo!) con i telefonini, rei, a suo dire, di avere annacquato i cervelli dei ragazzi, impedendo loro qualsiasi forma di pensiero profondo, senza via di ritorno.

Per un po’ abbiamo crocifisso anche i genitori, rei, a nostro dire, di rendere i loro figli del tutto privi di resilienza, la capacità di resistere alle difficoltà, ma prima ancora, rei di far credere ai medesimi figli che si possa andare avanti nella scuola e nella vita senza un po’ (anche poco!) di sudore della fronte e di tempo trascorso a studiare seriamente.

In realtà, non siamo arrivate ad una conclusione definitiva, non abbiamo individuato la cosiddetta “pistola fumante”, colpevole, senza ombra di dubbio, di avere rammollito i cervelli di figli e alunni.

Sembravamo proprio due di quelle vecchiette che fanno la fila dal dottore, in attesa di misurarsi la pressione e, nel frattempo, esaurita la discussione sulla scomparsa delle mezze stagioni, se la prendono con i giovani che non hanno più valori.

Alla fine della chiacchierata, una volta chiusa la comunicazione telefonica, ho cercato di riprendere il bandolo della matassa.

Nemmeno per conto mio ho trovato una spiegazione chiara di ciò che sta accadendo a scuola, nelle classi.

Di sicuro c’è solo che “qualcosa” è avvenuto.

Credo che ci siano una serie di cose, perfettamente vere e reali, che tutti noi insegnanti stiamo sperimentando, in particolare da cinque-sei anni a questa parte.

I ragazzi hanno tremende difficoltà a soffermarsi in modo serio e solido su un testo. Si tratta di difficoltà serie, che si notano soprattutto nei ragazzi che iniziano il liceo, arrivando dalle medie.

Un elemento che emerge anche dall’analisi dei risultati dei test INVALSI.

I ragazzi troppo spesso si portano dietro uno spaventoso deserto, dal punto di vista lessicale, cosa che impedisce loro di esprimere con esattezza e chiarezza contenuti e, soprattutto, sfumature.

A quel deserto, però, corrisponde una complessità interiore che, invece, avrebbe bisogno delle parole giuste per venir fuori, per essere esplicitata.

Sempre più spesso, invece, ci troviamo di fronte ad inquietanti casi umani, che vivono storie di sofferenza troppo grandi e pesanti per le loro spalle , del tutto sguarnite di zaini per trasportarle e reggerle.

Sono afasici, specie dal punto di vista emotivo.

Talvolta si tratta di figli vittime di genitori che nutrono sogni abnormi sulla loro riuscita e creano, perciò, delle aspettative irrealistiche nei ragazzi, che, oltretutto, sono assolutamente incapaci di autovalutarsi, poiché rientrano in quella categoria che qualcuno, di recente, ha definito “egomostri”.

Quella che noi tocchiamo quotidianamente, guardandoci intorno, tra i banchi, la diffusione sempre più grande di una sofferenza interiore forte, che resta però spesso inespressa, come incistata in quelle menti, così incapaci di guardarsi dentro, perché quello che sentono fa loro paura e preferiscono mettere la polvere sotto il tappeto, piuttosto che toglierla mano mano, con il risultato che l’inciampo genera poi una caduta fragorosa e rovinosa, dal punto di vista psicologico.

E noi ci ritroviamo lì, ad osservare ed a chiederci perché non siano interessati a Dante o Manzoni.

A prescindere dalla materia, dall’autore, come possiamo catturare la loro attenzione e portarli a lavorare in modo concentrato su qualcosa?

Questa mi pare la sfida da affrontare e vincere.

La resilienza per la sopravvivenza


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Sull’Amaca del 31 dicembre scorso, Michele Serra ha parlato di resilienza.
Si tratta – come lui stesso ha spiegato – di un concetto attualmente applicato alla società, ma derivato da un fenomeno studiato e spiegato dall’ambito scientifico.
Consiste nella capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.
Se ne è parlato molto, recentemente, proprio perché esso descrive esattamente ciò di cui la nostra società ha bisogno, in un periodo buio , come quello che stiamo attraversando.
Dobbiamo – o dovremmo – tutti farci resilienti, stando a ciò che dicono i sociologi.
Dobbiamo imparare ad assorbire gli urti, senza lasciarci travolgere da ciò che ci capita. Questo perché si rende indispensabile una sorta di adattamento ad un mondo che appare, ed è, sempre più ostile.
Nella scuola, però, la resilienza è già conosciuta e praticata da molto tempo.
Almeno da noi insegnanti.
Abbiamo dovuto imparare – come professionisti – a sopportare gli attacchi continui ed ingiustificati diretti contro di noi per anni, senza che nessuno venisse in nostro aiuto. Anzi: con un’opinione pubblica resa sempre più ostile nei nostri confronti.
Abbiamo dovuto imparare a fare resistenza passiva – e dunque ad opporci – ad ogni tempesta o vento di restaurazione, ad ogni tentativo di destrutturazione della scuola, magari mascherato da riforma.
Abbiamo dovuto sopportare da chiunque, fosse anche il primo salumiere che passasse per strada, lezioni su come svolgere meglio il nostro lavoro.
Non solo.
Ci ritroviamo a dover trasmettere questa nostra abilità, quasi per osmosi, ai nostri alunni, sempre più incapaci anche loro di reggere l’urto con la realtà, presi come sono troppo spesso, tra un mondo denso di incognite e genitori che non sempre li spingono a crescere e a capire quello che succede intorno.
Noi abbiamo appreso sul campo la resilienza. Siamo dei pionieri tra tutti i resilienti.
Se non fosse per il fatto che essa è già stata scoperta in ambito scientifico, potremmo anche affermare di averla inventata noi.

La nostra è la peggiore scuola d’Europa?


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Ho letto l’articolo scritto da Curzio Maltese su Repubblica, a proposito della scuola pubblica italiana. Come al solito, quelli che parlano di scuola, senza conoscere il nostro mondo, tendono a generalizzare. Ma forse l’importante è parlare di noi,  non dimenticarci.

A mio avviso, l’unico elemento positivo va visto nell’indignazione che anima il giornalista, per le condizioni in cui versa la nostra scuola oggi, anche se avremmo visto volentieri tanta indignazione sulle colonne di Repubblica anche durante la lotta che i docenti hanno condotto contro la 107/2015. Invece sui quotidiani e sui mass-media siamo stati spesso bollati come settari, se non fannulloni.

Ma allora cosa c’è da dire sulla scuola italiana oggi?

Diciamo che la nostra scuola pubblica ha avuto finora i peggiori Ministri della Pubblica Istruzione tra quelli possibili in Europa, che la nostra scuola è oggi la migliore possibile per noi che la facciamo quotidianamente, tenendo presenti gli attacchi, i tagli alle risorse e le politiche distruttive e insensate via via imposte al nostro mondo da Ministri paracadutati sullo scranno per meriti non sempre proprio contigui al mondo della cultura e dell’istruzione.

DIciamo con chiarezza che se la scuola pubblica sta ancora abbastanza in piedi è perché gli insegnanti riescono a farla funzionare, nonostante le Direttive, i Protocolli, le Indicazioni che dicono tutto e il contrario di tutto. Nonostante concetti di “pedagogia” che fanno accapponare la pelle, per la loro pochezza.

Diciamo con chiarezza che noi insegnanti tentiamo di dare istruzione a classi composte da trenta persone o più, all’interno delle quali i casi umani, le vittime designate dei loro genitori, i ragazzi afflitti da ansia patologica, sono sempre di più.

Diciamo che ci sarebbe un urgentissimo bisogno di riformare il buco nero che è diventata la vecchia scuola media inferiore, dove i bulli la fanno sempre più da padroni e dove molti colleghi, non tutti, certo, hanno da tempo tirato i remi in barca, forse terrorizzati dal clima che i prepotenti riescono ad imporre, nonostante la loro giovane età.

Diciamo che ogni anno la qualità del lavoro che facciamo peggiora, non perché noi lavoriamo male, ma perché siamo sempre più diluiti in attività che tolgono tempo al lavoro pesante e pensante.

Diciamo che quella cosa insensata che è l’Alternanza Scuola-lavoro sottrae lavoro alla classe, fa perdere tempo e rende ancora più superficiali ragazzi che avrebbero bisogno di profondità, come un pesce, un mammifero hanno bisogno di ossigeno per vivere.

Diciamo tutto questo, per favore.

 

 

Il ministro e i giovani


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Sono di ieri le incredibili parole del ministro del Lavoro Poletti, che, come hanno fatto prima di lui anche altri, vedi Tommaso Padoa Schioppa, ha parlato pubblicamente e con disprezzo dei giovani, dimostrando di non saperne nulla. Facendo una figura meschina.

Una figura, come si direbbe a Roma, da “peracottaro”.

Ci voleva la risposta ferma e circostanziata di una giovane ricercatrice italiana costretta ad emigrare in Francia, per dire al ministro come stanno effettivamente le cose.

Per raccontare la terribile solitudine dei giovani italiani di oggi. Della solitudine delle loro famiglie, l’unica oasi di concretezza che i nostri ragazzi hanno alle spalle.

Per il resto, lo Stato semplicemente non c’è. O meglio, c’è, ma solo per prendere, mai per dare.

Intorno, il deserto.

Per questo motivo i ragazzi partono, se ne vanno, si “tolgono dalle scatole”, per dirla con il Ministro. La realtà è molto diversa da come lui la dipinge.

Del resto cosa ne può sapere della realtà uno come lui, che al massimo percepisce la gente dai vetri oscurati della sua auto blu?

Il vecchio caro Mao Tse Tung, forse lo avrebbe spedito a meditare in qualche risaia, ma dubito che avremmo ottenuto una qualche forma di rinsavimento da un arrogante simile.

Ma che ne sa, lui, della disperazione che serpeggia tra i giovani?

Come fa a capire quanto è difficile per noi insegnanti motivare i giovani, farli credere nel futuro, nell’impegno e nel frutto che esso può dare, quando sappiamo benissimo che davanti a loro ci sono spesso solo labirinti senza uscita?

Come si permette di mancare di rispetto a tutta la gente, giovani, insegnanti e genitori, che cerca con le unghie e con i denti di sostenere un mondo che la politica ha abbandonato da tempo?

Alla politica noi chiediamo lungimiranza, saggezza e senso della realtà, tutte cose che si sono volatilizzate da tempo dalle teste di tutti quelli che si sono arrampicati sulla montagna del potere.

Questa montagna, di cui si sono impossessati e da cui non pensano certo di scendere. Tuttavia l’altezza della montagna impedisce loro di capire la realtà sottostante. La sua complessità.

Allora il potere, che non ha tempo da perdere con la complessità, si adagia sul luogo comune, banalizza. E dice cazzate.

Questo è lo stesso meccanismo che ha portato all’imposizione nella scuola della legge 107/2015, una legge dovuta alla sciatteria, all’arroganza, alla assoluta incapacità di ascolto.

Tutto questo ha anche portato alla sconfitta del governo al referendum.

Perseverare diabolicum