“Scusi, Pippo, ma Lei conosce le Iris?”


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Proprio ieri nella mia scuola abbiamo avuto un ospite illustrissimo: Pippo Giordano.
Per chi non lo conoscesse, si tratta di un ispettore della DIA a riposo, che ha lavorato a fianco di Ninni Cassarà, di Beppe Montana, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino.
È stata un’esperienza molto coinvolgente, per tutte le classi che hanno partecipato, ma in particolare per una mia classe, che da un paio di anni lavora approfonditamente sulle tematiche della storia della mafia e del contrasto alla mentalità mafiosa.
L’anno scorso questi ragazzi si sono trasformati in docenti, per un intero anno scolastico, poiché ogni settimana, da novembre a maggio, ogni alunno ha tenuto una lezione ai compagni sulla storia della mafia, dalle origini, fino alle stragi del 1993.
Il percorso, di tanto in tanto, si è arricchito anche con la visione di documentari e film.
In particolare, molto successo ha riscosso la visione di “La mafia uccide solo d’estate”, un film in cui la mafia viene raccontata con gli occhi di un bambino palermitano.
Ai ragazzi era molto piaciuta la storia delle “Iris”, dolci dall’aspetto davvero delizioso, che il protagonista imparava ad apprezzare su consiglio diretto di Boris Giuliano.
Da lì, tutti abbiamo deciso che, prima della fine del quinquennio, faremo un viaggio a Palermo solo per assaggiare queste benedette Iris.
Quando ieri, durante il suo intervento, Pippo Giordano, palermitano doc, ha fatto una sosta e si è avvicinato a noi, abbiamo subito chiesto: “Pippo, ma Lei conosce le Iris?”.
Abbiamo visto i suoi occhi illuminarsi.
Ci ha subito spiegato le differenze tra le varie tipologie di questo dolce, sostenendo che le migliori Iris sono quelle fritte e farcite di ricotta.
Ora lo sappiamo. La lotta alla mafia passa anche attraverso strade dolci.

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Scusate, ma dov’erano D’Alema e i dalemiani quando il Parlamento votava la 107?


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Leggo dalla stampa che Massimo D’Alema, lo scorso 20 febbraio, durante un convegno  ha espresso pubblicamente un dubbio per lui angosciante.

“Come mai il PD continua ad attaccare gli insegnanti, che, da sempre, sono (stati) la base solida dell’elettorato di sinistra?”

Caro Onorevole D’Alema, come insegnanti e lavoratori della scuola in generale, anche noi da due anni ci poniamo lo stesso interrogativo.

Anche noi vorremmo davvero sapere il perché di tanto accanimento, il perché di tanta perseveranza nell’inseguire idee assurde (vedi: Alternanza Scuola-lavoro, vedi: tutta la legge 107), il perché dell’insistenza folle a voler demolire l’amor proprio di una categoria di lavoratori che di tutto avrebbe avuto bisogno – all’insediamento di un governo di centrosinistra – tranne che di veder prolungare la serie di umiliazioni subite nei dieci anni precedenti.

Tuttavia anche noi insegnanti vorremmo sapere una cosa: dove si trovava Lei, (che ora non siede più in Parlamento, ma ha una grande influenza nel Partito) dove i suoi fedelissimi, all’atto delle votazioni in Parlamento della legge 107/2015? Perché non vi siete opposti fino allo stremo, lasciando che i poveri derelitti (legga: scemi) scioperassero compatti, senza essere ascoltati da nessuno?

In questi i giorni i tassisti bloccano illegalmente  le città e vengono convocati dal governo.

Noi abbiamo correttamente scioperato a decine di migliaia e non siamo stati presi in considerazione.

Saremmo felici di avere una risposta, ma La preghiamo di porsi le domande giuste. Tutte quante!

Grazie.

La scelta più giusta da fare sarebbe quella di diminuire il numero degli alunni in classe…


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Domanda: “Come si fa a lavorare sulla scrittura di un ragazzo, sulle sue difficoltà in particolare, quando ci si trova ad operare con più di trenta alunni in una classe?”

Risposta: “Non si può.”

La scrittura ed il potenziamento di questa capacità  richiedono tempo e percorsi individualizzati all’interno del gruppo classe: non si riesce ad essere efficaci, se ci si deve troppo diluire, come si è costretti a fare oggi.

I ragazzi hanno bisogno di interventi mirati, azioni personalizzate, attenzione per i loro problemi individuali.

Questi interventi possono essere portati a termine in modo efficace solo dall’insegnante della classe, che conosce a fondo i ragazzi, sa dove si deve agire. Sa come agire.

Tutto ciò risulta, però, difficile da realizzare, all’interno dei meccanismi di quella infernale catena di montaggio di cui noi operatori della scuola ormai siamo ormai gli ingranaggi, a partire dalla Mariastrega, fino a giungere alle vuote ciance della cosiddetta Buona Scuola.

Le responsabilità per quello che sta emergendo ci sono. E sono tutte politiche.

Tutti i politici sono stati responsabili. Da chi ha guidato i governi, a chi ha detto che con la cultura non si mangia, a chi ha irresponsabilmente collocato su certe poltrone persone che di scuola non sapevano nulla. Nulla.

Tutti hanno sottratto tempo e risorse importanti alla scuola, quella vera. Alle cose da fare in classe. Sono state tagliate migliaia di cattedre, tagliate via ore di lezione importantissime. È stata eliminata ogni forma di reale approfondimento, per lasciare il posto alla perdita di tempo, ai progetti, alle ciance, appunto.

Il tempo per il lavoro serio è sparito. Non solo: le classi sono state riempite di ragazzi fino a raggiungere numeri insostenibili per un lavoro appena decente.

Come si fa a dedicare tempo alle lacune di un ragazzo se ci si trova davanti a trenta-trentadue persone, tutte bisognose di attenzione e dedizione?

Dove troviamo, noi insegnanti, il tempo e e le energie, la motivazione per fare tutto questo, visto che da anni veniamo derisi, insultati, depressi in ogni modo?

Ah, già! Noi siamo – nella vulgata – la quintessenza dell’essere fannulloni. Non si è giocato forse a screditarci in modo continuo, giocando irresponsabilmente sulla nostra pelle e sul nostro lavoro?

Giornalisti e politici – i Grandi  Moralizzatori della Nazione – non pretendevano – addirittura!- che fossero aumentate le nostre ore di lezione, senza darci nemmeno un euro di aumento dello stipendio?

(E ci si meraviglia, poi, se gli insegnanti, come cittadini, si sono buttati a pesce su ogni forma di populismo, di rabbia popolare? Se, in alcuni casi, hanno anche smesso di lavorare seriamente?)

Ora, dunque, cosa si pretende da noi?

Dovremmo mettere un pannicello caldo sui disastri che tutti ( o quasi) i Ministri della Pubblica Istruzione hanno avallato o provocato da venti anni a questa parte?

La famosa “Lettera dei Seicento” di qualche giorno fa, non fa che sancire una situazione che noi operatori vediamo con i nostri occhi tutti i santi giorni, da anni: essa ha solo reso noto a tutti come – sempre di più- i ragazzi presentino gravissime lacune nella scrittura.

È vero. Proprio vero.

I ragazzi spessissimo non conoscono la grammatica, non conoscono la sintassi, non sanno scrivere, non riescono a capire quello che leggono, usano a sproposito le parole e presentano una allarmante povertà nel loro corredo lessicale.

Tutto vero.

Non sono tutti ridotti così, ma molti sì.

Che fare?

È una domanda che mi pongo di continuo, alla quale cerco di dare una risposta, perché credo che il nostro dovere di insegnanti sia quello di far sì che dalle nostre aule escano delle persone capaci di capire e di farsi capire, due momenti ancora essenziali, ancora importanti in un mondo che sembra dare spazio e importanza solo alla tecnologia.

Al “saper fare”.

E allora, il primo passo da fare è quello di permettere che lavoriamo in classi composte al massimo di venti-ventidue ragazzi.

Ci serve una scuola che ci permetta di lavorare, e bene, con i nostri ragazzi, nelle classi, non nei pollai.

 

 

“Professoressa, non sono d’accordo con Lei!”


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Domenica scorsa, su Il sole 24 ore, Claudio Giunta ha pubblicato un interessante articolo, intitolato “Scrivere bene potrebbe non essere più così importante”, all’interno del quale descrive una situazione molto diffusa: quella degli studenti universitari delle facoltà umanistiche (e non solo), che non sono più in grado di esprimersi in un italiano accettabile dal punto di vista formale, ma che, alla fine, si ritrovano a superare gli esami di italiano, anche scritti, poiché i docenti si rendono conto che quello che quei giovani universitari hanno dato è anche il massimo di quanto potranno mai dare.

Vengono promossi per sfinimento.

Più o meno cinque anni fa mi sono trovata in una situazione analoga.

Ero stata da poco trasferita in un liceo classico, dopo aver perso posto nella scuola nella quale avevo prestato servizio fino all’anno scolastico precedente.

Come ultima arrivata mi sono ritrovata subito subito con una bella “polpetta avvelenata”: due quinte di circa trenta ragazzi da seguire per italiano e latino, entrambi previsti negli scritti finali.

Una faticata immane.

In una di queste classi Ho avuto a che fare con una situazione difficilissima, con difficoltà diffuse nella produzione scritta (analisi del testo, saggio breve, articolo di giornale…) mai viste in precedenza, in ragazzi di un liceo classico.

Le carenze nelle strutture di base erano allarmanti e non avrei potuto fare proprio nulla in quei pochi mesi.

Nemmeno una bacchetta magica – magari potente – avrebbe potuto rimediare.

Mi colpì – in quella situazione così allarmante – l’atteggiamento di un ragazzo.

I suoi scritti erano gravemente insufficienti, sotto ogni punto di vista: l’ortografia, la consecutio temporum, la coerenza logica, la capacità di partire da un punto di un ragionamento per giungere ad un altro, senza perdersi, senza perdere il filo.

Con molta pazienza, ogni volta mi mettevo a correggere quei terribili “blob” che mi presentava, per  far sì che, almeno, gli si chiarisse qualche cosa, si aprisse in lui uno spiraglio.

Sulla colonna di destra del foglio protocollo, mi ingegnavo a mettere ordine in quel caos, spesso senza riuscirci.

Puntualmente, durante la consegna degli elaborati e la discussione delle correzioni, quel ragazzo si avvicinava alla cattedra, indicava le correzioni, riguardanti parole usate fuori contesto, tempi verbali dissonanti tra loro, ortografia che gridava vendetta al cospetto di Dio e, guardandomi, mi diceva:

“Professoressa, IO non sono d’accordo con lei!”

Quasi balbettando, cercavo di fargli capire che il fatto che gli avessi corretto la grafia della parola “celebrale”, mettendo quella giusta “cerebrale”, non poteva richiedere il suo assenso, o la sua approvazione.

Cercavo di fargli capire che potevano esserci contrasti, o diversità tra di noi sulle idee, ma non sulla forma, poiché la grammatica è – nella stragrande maggioranza dei casi –  una e una soltanto.

Ebbene: in tutto l’anno scolastico la scena si è ripetuta ogni volta e, puntualmente, il poveretto si è allontanato dalla cattedra convinto di avere subito un intollerabile torto. Il suo volto era sempre scontento e frustrato. Mai gli è passato per la mente di essere un ragazzo con lacune gravissime nella lingua italiana.

La cattiva ero io.

Ovviamente è stato promosso all’Esame di Stato.

Leggendo l’articolo di Claudio Giunta, mi è tornato in mente quel ragazzo e tutti quelli come lui, che non hanno la consapevolezza delle enormi lacune che possiedono e magari frequentano, pur con scarso profitto, facoltà umanistiche, con il rischio concreto che questi analfabeti di ritorno arrivino, prima o poi, ad essere docenti in qualche liceo.

Cosa mai potrebbero insegnare a dei ragazzi?

Non sono d’accordo con ciò che Giunta afferma, che la forma corretta dell’italiano sia destinata a sparire o, al massimo, ad essere coltivata all’interno di qualche “enclave” di cultori della bella scrittura.

Continuo a pensarla come Nanni Moretti.

Chi parla (e scrive) male, pensa male e questo non va bene.

Sullo sfacelo linguistico che ci circonda è doveroso e urgente intervenire in qualche modo. Niente di roboante.

Per esempio, si potrebbe  abbandonare al suo destino questa indecenza dell’alternanza scuola-lavoro per ritornare, non dico al dettato ed al copiato, ma alla pratica seria della scrittura.

Questo sì.

La 107/2015 ha davvero creato un Buona Scuola?


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Ho appena terminato di leggere un articolo pubblicato da Lucio Ficara sul sito de “La tecnica della scuola”.

In questo post il giornalista ha analizzato senza mezzi termini la questione – spinosa e assai sgradevole – del bonus premiale che, nelle intenzioni della legge 107, avrebbe dovuto riconoscere dei meriti ai docenti più impegnati nel loro lavoro.

Premetto che da anni scrivo di essere favorevole alla valutazione del nostro lavoro. Tuttavia sono del parere che su questo punto – come su moltissimi altri -‘la legge ha miseramente fallito. Anzi, ha peggiorato le cose, cosa quasi impossibile, sulla carta, in partenza.

Questo tristo “bonus”, infatti, ha favorito due categorie di persone (mi riferisco alle scuole di cui ho avuto modo di conoscere la situazione ed i criteri di attribuzione): il cosiddetto “cerchio magico”, che comprende tutti quelli che ruotano intorno alla dirigenza e, in secondo luogo, tutti quelli che dimostrano di essere molto idaffarati nelle attività pomeridiane e negli impegni “extra”.

Si arriva al paradosso che chi ha dedicato e dedica la gran parte delle energie all’interno della classe, operando in prevalenza sulla “materia prima”, cioè sugli alunni, senza scalpitare per ottenere ” visibilità”, sia stato e sia destinato a rimanere fuori dal bonus, perché il suo lavoro : 1) si dà per scontato 2) non è facilmente quantificabile.

A parole tutti gli esclusi affermano di non dare importanza al fatto di essere rimasti fuori dal riconoscimento economico.
Nei fatti – come fa rilevare anche Ficara – tutto ciò ha creato un clima non positivo all’interno delle scuole.
Molti si guardano in cagnesco.
Qualche giorno fa ne discutevo con una collega di un istituto della mia città. Si lamentava della situazione grottesca che si è venuta a creare da lei, dal momento che ad essere premiati sono stati quelli più “malleabili” rispetto alla Dirigenza e gli scansafatiche storici.
“Nella scuola in cui si lavora, si sa bene come vanno le cose: c’è chi lavora, chi tira a campare, chi detesta questo lavoro, ma si è trovato a farlo e resta lì. Spesso, pure di stare lontani dalla classe, alcuni scelgono di fare “altro” e per questo vengono pure premiati. Ma ti pare giusto?”
No, non mi pare giusto.
Le cose sarebbero dovute andare diversamente: si poteva scegliere, per scempio, di dare un riconoscimento a quelli che ogni anno si ritrovano a correggere centinaia di elaborati, trovandosi costretti a sacrificare il sabato e la domenica per portare a termine un lavoro che non viene valutato dal punto di vista economico.
Ci sarebbero stati anche in quel caso degli esclusi, ma a ragion veduta.
Già quello sarebbe stato un passo avanti verso l’equità, visto che un insegnante di lettere, di lingue o di matematica riceve lo stesso stipendio di un collega che non impegna il tempo libero in attività di correzione o di elaborazione dei compiti scritti.
La cosiddetta Buona Scuola ha scontentato quasi tutti e non ha messo mano ai reali problemi del nostro mondo.
Che dire?

“Venghino, siori, venghino!”


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Credo che l’inizio della disfatta sia cominciato quando una bella mattina a qualche buontempone del Ministero della Pubblica Istruzione è venuta in mente l’idea di mettere le scuole in competizione le une contro le altre.

“Perché non creiamo tra le scuole una bella gara, ogni anno? In palio, le iscrizioni, che fanno vincere ( o perdere!) posti di lavoro! Vediamo cosa si inventano, questi tapini!”

Voi giornalisti cercavate l’archè? Il motivo per cui l’insegnamento (anche quello dell’italiano) nelle scuole è entrato in crisi?

Eccoci nel punto giusto. Nell’origo criminis.

Già, è stato proprio questo il momento in cui la qualità ha cominciato a vacillare, a scendere a patti con le regole del mercato.

Nel momento del “Si salvi chi può!”.

Da quel punto in poi, niente è stato più come prima.

Facevo questa triste riflessione proprio oggi, nel pomeriggio, mentre mi trovavo ad assistere ad una conferenza programmatica sul fenomeno del bullismo, all’interno della quale alcune scuole hanno presentato le loro azioni di contrasto verso questo tremendo fenomeno.

Una di queste scuole non ha resistito all’impulso di mostrare alla platea il filmato di presentazione dell’istituto, che ormai ogni scuola che si rispetti deve avere in archivio.

Musica da discoteca, danze, coretti, palloncini, siparietti, scene ludiche.

A guardare quei fotogrammi sembrava di essere in vacanza, non a scuola.

Ogni inquadratura sembrava dire: “Si, vabbè, si chiama Liceo, ma, vedete? Qui è sempre un Carnevale! Non si studia mica! Noooo! Qui ci rilassiamo e facciamo amicizia tra noi! Si studierà domani, casomai!”

Era talmente attrattivo, il filmato che – perdinci! – se le iscrizioni non si fossero chiuse ormai da un giorno buono, anche io domattina avrei preteso di riprendere il mio percorso tra i banchi, come liceale!

Sembra uno scherzo, ma non lo è. I ragazzi prima di iscriversi devono sentirsi rassicurati.

Avendo partecipato all’orientamento nella mia scuola, mi sono ritrovata a coccolare genitori ansiosi per le temute fatiche (?) future dei pargoli.

“Ma nooo! Il latino non è poi così difficile!… Quanto bisogna studiare?!…Beeeeh!…”

(e qui le mie ascelle hanno cominciato a sudare: come fare a dire che il latino va studiato a memoria, senza tanti mezzi termini? Semplicissimo! Non si dice! O si utilizzano lunghissime ed incomprensibili perifrasi; alla terza giravolta, genitori e alunni, non avendo capito nulla, sorrideranno ed annuiranno…)

“Grazie, professoressa, per le cose che ci ha detto! Il nostro Giampieroluca, verrà certamente a studiare qui!”

Sospiro di sollievo.

Hai già perso posto due volte, in vita tua, sei in questa scuola da un po’, la graduatoria sembra sorriderti.

Anche per quest’anno tu ed i colleghi, gli ATA, i collaboratori potrete dormire sonni tranquilli.

Ogni mattina un Istituto comincia a correre…

“Il re è nudo!”: si potrà dire?


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Ho terminato da qualche minuto una lunga telefonata con la mia più cara amica, anche lei, come me, insegnante di italiano.

Preoccupata, per come siamo messi. Anche io, lo sono.

Oggetto della nostra discussione, la lettera pubblicata dai 600 docenti universitari, nella quale vengono evidenziate le carenze degli studenti universitari nella produzione scritta, perché è vero che essi hanno una sempre più diffusa difficoltà a padroneggiare le strutture grammaticali e sintattiche della nostra lingua. Anche quelle semplici.

I docenti italiani si sentono chiamati in causa: quelli che insegnano nelle scuole superiori se la prendono con il presunto lassismo dei colleghi della medie, questi ultimi accusano le maestre delle elementari, perché non fanno il loro dovere.

A chi appartiene la responsabilità?

Difficile appurarlo: il dato di fatto, sotto gli occhi di tutti, è che i ragazzi troppo spesso non sanno scrivere e non sono nemmeno in grado di sintetizzare a parole un testo, anche breve.

Lo si osserva da anni. Noi tutti lo sappiamo. Noi docenti cerchiamo da anni di porre rimedio a questo fenomeno, spesso riuscendo ad arginarlo solo parzialmente. A volte invece resta lì, tutto intero, nonostante i nostri sforzi.

Abbiamo invano atteso un aiuto dalla politica. Invano.

Invece di cercare di risolvere questo problema, potenziando il lavoro a scuola, aumentando le ore di italiano, di storia e di geografia, si è scelto il percorso inverso: tagliare senza pietà.

Disperdere in mille rivoli insensati il lavoro dei docenti di questa disciplina, che è alla base di tutte le altre discipline, perché se non si sa scrivere in modo corretto e non si sa esporre in modo corretto, non si procede bene in nessun altro ambito.

La necessità, l’urgenza, erano quelle che avrebbero dovuto portare ad un potenziamento dell’attività di riflessione, all’eliminazione di tutti i progettifici, per favorire una maggiore concentrazione delle forze dei nostri alunni sulla scrittura, sullo studio della grammatica di base, sulla lettura, uccisa da quell’orrore rappresentato dalla diffusione forzata della narratologia, imposta a viva forza da qualche mente contorta, responsabile della scomparsa, da anni, di ragazzi in grado di apprezzare come si deve la lettura di un brano, di un libro, per quello che sono. Momenti piacevoli di approfondimento e riflessione.

Abbiamo messo sul tavolo di dissezione la letteratura e l’abbiamo trasformata in un cadavere.

Dopo lo scempio operato dalla Mariastrega, inoltre, sembrava che il fondo dell’abiezione fosse stato in qualche modo raggiunto, che non si potesse peggiorare.

E invece no.

Ci aspettavamo un colpo di spugna dal governo Renzi, ed in effetti c’è stato. Solo per cancellare quel poco di accettabile che ancora restava.

Il governo di centrosinistra (?) ha tirato fuori dal cilindro il coniglio putrefatto: l’alternanza scuola-lavoro, un’idea che più idiota non potrebbe essere.

Sarebbe stato necessario potenziare il tempo da dedicare al lavoro in classe ed abbiamo ottenuto che i ragazzi del triennio fossero dispersi in mille grotteschi progetti, tramite  i quali buttano via ogni anno ottanta ore potenziali di lavoro in classe, per andare ad aiutare la biglietteria di un teatro, o andare a passare del tempo in un orto botanico o distribuire i libri in una biblioteca universitaria.

Va detto con sincerità: sono tutte ore dissipate in modo insensato.
Si potrà dire o no che il re è nudo?

Si può dire che abbiamo creato un Esame di Stato che già da anni  è la quintessenza del ridicolo, a maggior ragione ora che durante la discussione dell’orale si dovrà parlare delle esperienze di “lavoro” effettuate nel triennio?

E non si replichi che il mondo di oggi richiede questo, perché non è vero.

Il mondo richiede – oggi più che mai- la capacità di riflette in modo serio sulla realtà circostante e questa capacità si ottiene leggendo, scrivendo, pensando.

Tutto questo si ottiene – sarò controcorrente a dirlo – restando in classe, occupando il tempo ad aumentare la complessità del pensiero, ad accrescere la capacità di analisi.

Ci indicano in continuazione le meraviglie dei sistemi di insegnamento delle altre nazioni. Direi che invece sarebbe ora di smetterla con questo modo di fare schizofrenico e distruttivo.

Basta superficialità e improvvisazione. Torniamo a lavorare con la classe, in classe.

La media del sei per l’ammissione agli Esami di Stato


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Si leggono in giro articoli indignati contro la proposta del Ministero di introdurre la media del sei, come requisito per l’ammissione agli Esami di Stato.

Molti, tuttavia, sembrano dimenticare, come spesso accade in questo Paese, che fino a qualche anno fa andava così, per l’esattezza fino al 2010.

Si arrivava a sostenere gli esami con qualche insufficienza al momento dello scrutinio e quasi nessuno esprimeva disagio o si scandalizzava.

È stata la nostra amica Mariastrega ad imporre la sufficienza in tutte le materie, per poter essere ammessi all’esame.

Tuttavia questa non è una nota a suo merito. Se ha fatto qualcosa di buono, sarà avvenuto per puro caso. Questione di statistica, non di scelte avvedute.

Non è affatto accaduto, comunque, che dopo quella data – magicamente- gli alunni svogliati abbiano avuto un rigurgito di coscienza ed abbiano deciso di rigare dritto, mettendosi a studiare per non essere bocciati prima di giungere a sostenere l’esame.

Semplicemente, è avvenuto che i consigli di classe, al momento dello scrutinio, hanno trovato di fronte alla loro strada un bivio: bocciare il reprobo (raramente) oppure (caso più frequente) il professore che avesse osato mettere delle insufficienze – magari nelle materie di indirizzo – si appellava al consiglio di classe e, tramite il voto di consiglio, l’insufficienza si tramutava magicamente in sufficienza.

Tutto qui.

L’Esame di Stato, ancora oggi, presenta moltissimi problemi, tanti aspetti poco convincenti, ma quello della media del sei non sembra essere il più grave, anche se può portare a situazioni grottesche, come quella dell’alunno che scientemente abbandona una disciplina, sapendo che comunque l’insufficienza non risulterà determinante per la sua bocciatura.

Altri sono gli aspetti insopportabili dell’Esame di Stato.

Ne vogliamo vedere uno? La farsa delle “tesine”, può bastare?

Che bello! Se ne va via le terza prova!


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Non tutto quello che si sta elaborando dalle parti di via Trastevere desta in me inquietudine.
Il novanta per cento mi inquieta, ma forse c’è un dieci per cento in cui, a ben guardare, c’è qualcosa di accettabile. Forse.
Si parla della possibilità di eliminare la terza prova dell’Esame di Stato.
Bene.
Sto commentando notizie uscite sulle agenzie, o pubblicate sui quotidiani, dunque, per ora, soltanto delle indiscrezioni, ma quello che ho letto crea in me un’aspettativa positiva.
Per ora.

Ho sempre considerato una iattura l’Esame di Stato, per come è stato concepito, sia per la parte riguardante gli scritti, sia per l’orale. Per le idee che ha alla sua base.
Fin dalla pubblicazione della legge che lo istituiva – nel dicembre del 1997 – e dal primo esordio, nell’estate del 1999, c’è stato qualcosa di poco convincente in questa nuova modalità di mettere fine al percorso della scuola superiore.
Non che l’Esame di Maturità non avesse bisogno di aggiornamento.
Era stato, anzi, pensato come una forma provvisoria ed era restato lì, immarcescibile, anno dopo anno, fino al progetto fortemente voluto dal Ministro Berlinguer.
Non ho mai apprezzato le riforme volute da Berlinguer, in blocco.
Non mi piace la trasformazione delle singole scuole in entità indipendenti e nemmeno la concorrenza senza regole tra scuole – è nata in quel momento – con la continua ricerca di “clienti”, perché è stato in quel momento che abbiamo cominciato ad usare quella parola tanto disgraziata, quale “utenza”.
Quando poi una riforma della scuola viene calata così, dall’alto, senza confronto approfondito con chi – concretamente – nella scuola lavora, ma proviene unicamente dal mondo universitario, che con la scuola, intesa come pratica quotidiana, a ben poco a che fare, automaticamente mi trovo in disaccordo, quasi a prescindere.
L’Esame di Stato si poneva come una sgargiante novità, che ci avrebbe dovuto portare ad una competizione alla pari con gli altri Stati dell’Europa.
Perché gli Stati dell’Europa erano inevitabilmente più avanzati rispetto all’Italia che, per definizione, sembrava essere culturalmente arretrata ed incapace, tramite il suo obsoleto sistema scolastico, di sfornare giovani adeguati alle sfide dei luminosi anni duemila.
Questa la superficie.
In realtà, è stato proprio a partire da quel momento che è iniziata la corsa alla banalizzazione, alla superficialità, alla produzione seriale di giovani incapaci di comprendere un testo poco più che complesso e di elaborarne uno che potesse essere considerato accettabile.
A questo proposito risulta istruttiva le lettura sul sito “La letteratura e noi” di due articoli: “Revisione della prova scritta di italiano. Una proposta” di Luperini e “Requisitoria contro la tipologia B dell’Esame di Stato” di Lo Vetere.
Ne emerge un quadro desolante.
A tutto questo va aggiunta la serie di problemi nati con la Terza Prova, il cosiddetto “quiz”, perché proprio quello è diventata: una triste banalizzazione, un terno al Lotto, per di più, perché, come ben sa chi l’ha dovuta praticare per anni, sono stati quasi sempre gli elementi più validi delle classi ad essere penalizzati in questa prova, a volte paradossalmente proprio nei test elaborati dai docenti della classe, spesso desiderosi di non “fare cattiva figura” coi colleghi esterni.
Ad essere onesti, circolano da sempre anche leggende metropolitane riguardanti risposte fornite in largo anticipo ai ragazzi dai colleghi interni, sempre per non “fare cattiva figura” coi colleghi esterni.
Qualcuno osserverà che questi quiz sarebbero dovuti essere anche una sorta di trampolino di lancio per i test di ammissione all’Università.
Infatti contesto anche questa forma di banalizzazione e di omogeneizzazione della cultura, quali questi test di ammissione Alla varie Facoltà , troppo spesso buoni solo per ingrassare le società che preparano a suon di euro dei poveri ragazzi, colpevoli solo di essere desiderosi di seguire le loro inclinazioni.
Se la riforma dell’Esame di Stato portasse ad una serie di miglioramenti, che dovrebbero riguardare in particolare l’aspetto qualitativo, ne saremmo tutti contenti.
Comincio, tuttavia, a nutrire dei dubbi.
Già ora.

Considerazioni di fine quadrimestre


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Qualche giorno fa, poco prima della ripresa delle lezioni, discutevo al telefono con la mia più cara amica, anche lei insegnante, delle solite cose: le incombenze burocratiche sempre più insopportabili, la pochezza, dal punto di vista dell’impianto educativo e dei contenuti de “La Buona Scuola”, il deteriorarsi complessivo della qualità del nostro lavoro.

Come è facile capire, dal momento che entrambe ci ritroviamo ad insegnare le stesse materie in tipologie affini di scuole e con classi simili, abbiamo iniziato a fare confronti come”Tu dove sei arrivata di latino?” o “Quali brani sei riuscita ad analizzare per il tale autore?”

Abbiamo concluso che non c’è più la soddisfazione di una volta nello svolgimento dei programmi.

Anzi, si arranca.

Lei era disperata per l’esiguo bottino di capitoli de I Promessi sposi, io perché in una terza ho terminato solo Dante e niente di più.

“Qualche anno fa macinavo capitoli su capitoli!” – si lamentava.

Nonostante una lunga discussione, però, non siamo riuscite a capire che cosa sia accaduto in questi anni, restando comunque convinte che qualcosa è di sicuro avvenuto.

La Gelmini? La Giannini? Renzi? I Maya? Le cavallette?

Io ho assegnato gran parte delle colpe a classi composte di ventisei-trenta ragazzi: anche solo far svolgere e riconsegnare verifiche e portare a termine le interrogazioni porta via tempo prezioso, sottratto al programma, all’approfondimento.

La mia amica se la prendeva (manco a dirlo!) con i telefonini, rei, a suo dire, di avere annacquato i cervelli dei ragazzi, impedendo loro qualsiasi forma di pensiero profondo, senza via di ritorno.

Per un po’ abbiamo crocifisso anche i genitori, rei, a nostro dire, di rendere i loro figli del tutto privi di resilienza, la capacità di resistere alle difficoltà, ma prima ancora, rei di far credere ai medesimi figli che si possa andare avanti nella scuola e nella vita senza un po’ (anche poco!) di sudore della fronte e di tempo trascorso a studiare seriamente.

In realtà, non siamo arrivate ad una conclusione definitiva, non abbiamo individuato la cosiddetta “pistola fumante”, colpevole, senza ombra di dubbio, di avere rammollito i cervelli di figli e alunni.

Sembravamo proprio due di quelle vecchiette che fanno la fila dal dottore, in attesa di misurarsi la pressione e, nel frattempo, esaurita la discussione sulla scomparsa delle mezze stagioni, se la prendono con i giovani che non hanno più valori.

Alla fine della chiacchierata, una volta chiusa la comunicazione telefonica, ho cercato di riprendere il bandolo della matassa.

Nemmeno per conto mio ho trovato una spiegazione chiara di ciò che sta accadendo a scuola, nelle classi.

Di sicuro c’è solo che “qualcosa” è avvenuto.

Credo che ci siano una serie di cose, perfettamente vere e reali, che tutti noi insegnanti stiamo sperimentando, in particolare da cinque-sei anni a questa parte.

I ragazzi hanno tremende difficoltà a soffermarsi in modo serio e solido su un testo. Si tratta di difficoltà serie, che si notano soprattutto nei ragazzi che iniziano il liceo, arrivando dalle medie.

Un elemento che emerge anche dall’analisi dei risultati dei test INVALSI.

I ragazzi troppo spesso si portano dietro uno spaventoso deserto, dal punto di vista lessicale, cosa che impedisce loro di esprimere con esattezza e chiarezza contenuti e, soprattutto, sfumature.

A quel deserto, però, corrisponde una complessità interiore che, invece, avrebbe bisogno delle parole giuste per venir fuori, per essere esplicitata.

Sempre più spesso, invece, ci troviamo di fronte ad inquietanti casi umani, che vivono storie di sofferenza troppo grandi e pesanti per le loro spalle , del tutto sguarnite di zaini per trasportarle e reggerle.

Sono afasici, specie dal punto di vista emotivo.

Talvolta si tratta di figli vittime di genitori che nutrono sogni abnormi sulla loro riuscita e creano, perciò, delle aspettative irrealistiche nei ragazzi, che, oltretutto, sono assolutamente incapaci di autovalutarsi, poiché rientrano in quella categoria che qualcuno, di recente, ha definito “egomostri”.

Quella che noi tocchiamo quotidianamente, guardandoci intorno, tra i banchi, la diffusione sempre più grande di una sofferenza interiore forte, che resta però spesso inespressa, come incistata in quelle menti, così incapaci di guardarsi dentro, perché quello che sentono fa loro paura e preferiscono mettere la polvere sotto il tappeto, piuttosto che toglierla mano mano, con il risultato che l’inciampo genera poi una caduta fragorosa e rovinosa, dal punto di vista psicologico.

E noi ci ritroviamo lì, ad osservare ed a chiederci perché non siano interessati a Dante o Manzoni.

A prescindere dalla materia, dall’autore, come possiamo catturare la loro attenzione e portarli a lavorare in modo concentrato su qualcosa?

Questa mi pare la sfida da affrontare e vincere.