La bellezza della grammatica


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Da qualche tempo sul web circola l’espressione “grammar nazi”, per indicare i maniaci della correttezza grammaticale, quelli che, solo a vedere un congiuntivo sbagliato, una proposizione relativa mal connessa, sono presi da un colpo apoplettico. A me questa espressione piace poco, per la mia formazione politica, soprattutto perché il termine “nazi” mi pare impossibile da accostare – ancora oggi – a qualcosa di scherzoso.

Al di là di questo, mi riconosco nell’atteggiamento: trovo insopportabile la sciatteria nella scrittura, le imprecisioni grammaticali, mi infastidiscono a livello quasi fisico sia nei miei alunni, ma soprattutto in quelli che della grammatica vivono: insegnanti, giornalisti e professionisti della parola, in generale.
Non posso fare a meno di rilevare e di sottolineare, quasi quotidianamente, la leggerezza con cui si affronta la scrittura, soprattutto quando essa viene offerta ad un pubblico vasto, composto, di sicuro, quasi sempre da non addetti ai lavori, che, sempre più spesso, assimilano costrutti, espressioni, strutture, a dir poco claudicanti.

Qualche anno fa, leggendo il libro di Muriel Barbery “L’eleganza del riccio”, sono stata colpita nel profondo dalle parole con cui la scrittrice esalta la bellezza della grammatica.
Perché la grammatica è la base di tutto: dell’organizzazione del pensiero, della possibilità di farsi comprendere da qualcuno tramite un testo scritto, della possibilità di mettere ordine nel mondo che ci circonda.
La grammatica è “kòsmos”, ordine, perché ci costringe ad attenerci ad uno schema, che è condiviso e condivisibile.
Questo schema non è costrittivo: è il binario su cui scorre il treno della comprensibilità, che non può deragliare, anzi: deve arrivare a destinazione e quella destinazione è il fatto che un messaggio chiaro arrivi in modo comprensibile al destinatario, cioè il lettore o l’ascoltatore.
Aristotele per primo ha affermato che un giudizio non è altro che la connessione di un soggetto con un predicato, ponendo le basi di quella che è la logica, una parte del sapere che si attiene a regole pressoché ferree.
Se devo dire dire qualcosa, devo certamente farlo in modo da riuscire comprensibile a tutti e questo può avvenire solo se quello che dico – o che scrivo – si attiene alle regole che sovrintendono a tale leggibilità, a tale comprensibilità.
Ecco perché a scuola la grammatica dovrebbe avere la precedenza su tutto: prima della elaborazione di un articolo di giornale, fatta senza avere le basi grammaticali per portarla a termine, ci dovrebbe essere – a mio avviso – una solida base grammaticale, che si costruisce con un lavoro capillare e costante.

 

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Analfabetismo funzionale


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Qualche anno fa fui catapultata in una scuola nella quale non avevo mai insegnato. Come capita spesso quando si è precari, mi ritrovai a lavorare con classi che non avevo avuto in precedenza. Una in particolare, una quinta, era la fonte delle mie preoccupazioni. In primo luogo, perché avrei dovuto accompagnarli all’esame, ma la cosa che mi impediva di lavorare serenamente era la preparazione complessiva della gran parte dei ragazzi. Non sto parlando delle solite cose: capacità di sviluppare analisi del testo, saggio breve, saper esporre un argomento di letteratura in modo chiaro ed esauriente. Ormai questa è la norma: pochi sanno districarsi bene in quella giungla.

Ciò che mi terrorizzava era il fatto che questi ragazzi – liceali con ben quattro anni di scolarizzazione alle spalle – avevano  gravissime lacune nella grammatica di base e non ne avevano la minima percezione.

Ce n’era uno, in particolare, che era la mia spina nel fianco.

Come capita di fare a molti di noi, ho l’abitudine non solo di segnare in rosso gli errori di ortografia, di sintassi o di scelta lessicale, ma anche di scrivere accanto all’errore la forma corretta, nella (vana) speranza che, prima o poi, questa forma possa essere in qualche modo introiettata dall’alunno, riesca a farla sua.

Questo ragazzo, durante la correzione in classe degli elaborati, quando arrivava il suo turno, si avvicinava alla cattedra con un certo piglio, mi indicava la correzione e subito diceva: “Io non sono d’accordo!”

Io lo guardavo con un certo stupore, perché ricordo bene come, in un paio di casi, l’errore riguardasse parole come “celebrale” o “analfabetizzazione”, ma non si contano i congiuntivi utilizzati “random” o le relative costruite e connesse senza capo né coda.

Invano, per un intero anno scolastico, ho cercato di spiegargli che le regole grammaticali non prevedevano il fatto che lui fosse d’aCorso o meno. Che la struttura, in alcuni casi, è indiscutibile. Credo che, alla fine dell’esame di maturità, sia uscito fuori da quella scuola, convinto di avere subìto torti inenarrabili.

Questo caso e moltissimi altri che mi capita ancora oggi -sempre di più- di osservare,  mi rafforzano nell’idea che noi insegnanti, specialmente noi insegnanti di italiano, dobbiamo concentrarci sul lavoro “umile”, quello meno roboante, quello che apparentemente nessuno nota: il lavoro costante, ossessivo, sulla grammatica, sull’etimologia delle parole, sulla lettura e sulla REALE comprensione di un testo. In alternativa, gli analfabeti funzionali sono destinati a crescere in progressione geometrica.

 

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Voci di corridoio


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Sarà stata la recente assemblea sindacale, oppure il fatto che tra pochi mesi (forse) voteremo, ma mi capita sempre più spesso di ritrovarmi a parlare di politica con i colleghi. Non con tutti, ovviamente, ma con quelli con i quali mi trovo maggiormente in sintonia, perché, come accade in tutti i luoghi di lavoro, alcuni colleghi si guardano bene dall’esprimere la pur minima opinione personale (non si sa mai!), altri fanno davvero cadere le braccia per il qualunquismo e la superficialità delle loro affermazioni.

Quello che emerge è uno scoramento senza fine, generalizzato.

La batosta del governo Renzi è ancora tutta lì.

La nostra categoria si sente tradita ed avvilita, a causa di una classe politica  (tutta) poco affidabile e totalmente impreparata sulle questioni relative alla scuola.

Ci sono alcuni che credono che basti sventolare le parole “onestà” e “anti-casta” per garantirsi un seguito (è molto spesso, purtroppo, va così). Altri procedono imperterriti lungo i soliti luoghi comuni.

Quello che ci scandalizza di più, tuttavia, è il fatto che – pur risultando clamorosamente impreparati – quasi tutti gli esponenti politici, a prescindere dallo schieramento, hanno sempre in tasca la loro ricetta per mettere ordine nell’indisciplinato mondo dell’istruzione.

E quasi sempre è una “fake-ricetta”. Una fregatura, insomma!

 

Noi professori siamo ormai in balìa degli improvvisatori, oserei dire degli imbonitori: c’è chi promette e giura che abolirà “La Buona Scuola” (e non sa, o non ricorda, che anni fa ci fu chi promise (e giurò) che avrebbe abolito la Riforma Moratti, poi la Riforma Gelmini), chi promette per noi fulgidi orizzonti di gloria, che poi si riveleranno come i soliti fondali di cartone, rubati a qualche produzione cinematografica fallita.

Nessuno che osi proposte concrete come: “rimetteremo al centro il Contratto Collettivo” o “differenzieremo lo stipendio di chi a casa deve lavorare anche nei periodi di festa” o “aboliremo il carico di burocrazia insensata, inventato solo per rendervi la vita impossibile” “diminuirà il numero degli alunni per classe”, e via dicendo.

Ecco, queste sono alcune delle cose che ci interesserebbero davvero. Queste sono le cose di cui parliamo più spesso tra noi, nei corridoi, come carbonari.

Se il mondo politico fosse caratterizzato da persone sagaci – ma non lo è, purtroppo- ascolterebbe con attenzione le voci di corridoio. Nei corridoi di tutta la nazione. Non credo che ne gioirebbe.

 

Assemblea Sindacale


Finalmente un’assemblea sindacale affollata e partecipata!

Oggi, 13 novembre, dovrebbe ripartire il confronto ufficiale tra Sindacati e Governo sul rinnovo contrattuale, un tema molto importante per tutti noi, e stamattina nella mia città c’è stata un’assemblea con una partecipazione di lavoratori della scuola che non si vedeva da anni.

Di sicuro eravamo tutti curiosi di conoscere le iniziative che i sindacati intendono portare avanti per difendere i nostri diritti.

Perché questo chiediamo: che riprendano il ruolo che hanno abbandonato da anni e finalmente spezzino ogni forma di collusione col potere. Abbiamo bisogno di una cosa talmente evidente, da sfiorare il lapalissiano: di un sindacato che faccia il sindacato.

In questi anni di berlusconismo e di renzismo, troppo spesso ci siamo sentiti abbandonati a noi stessi, in balìa di poteri sempre più invadenti e prepotenti. Al neoliberismo della politica berlusconiana si è sostituito un neoliberismo non troppo diverso, sia nelle impostazioni, che nelle imposizioni. Solo che proveniva da chi – almeno in teoria – avrebbe dovuto difendere i nostri diritti, non minarli. Dalla sinistra.

Se ripenso ai giorni, alle settimane, che hanno preceduto l’approvazione della 107/2015, mi torna in mente il senso di stupore, lo stato d’animo proprio di chi ha vissuto sulla propria pelle una delusione cocente ed inaspettata.

Si blaterava di “mettere al centro” la scuola e, di fatto, si umiliava una classe di lavoratori che non aveva certo bisogno di essere ulteriormente svilita.

La nostra rabbia – la reazione esasperata di tanti al referendum di dicembre – arriva tutta da quei giorni.

Se penso a Renzi, mi viene in mente questo: rabbia.

Rabbia, soprattutto per il gigantesco spreco di energie e perché in questo modo è stato svuotato e dissipato un bacino elettorale che, da sempre, costituiva lo zoccolo duro della sinistra.

L’arrivo di Gentiloni ha mitigato un po’ le cose, ma gli insegnanti ormai non si fidano più. Prima di entrare nei seggi elettorali vogliono avere rassicurazione e, soprattutto, concretezza, almeno dai politici. Dai sindacati vogliono una contrattazione degna di questo nome, se non nella parte economica, almeno in quella normativa.

Se non riusciremo in questo prima delle elezioni, non ci sarà più tempo. La destra ci farà a pezzi. Non vedono l’ora!

Questa è l’unica certezza.

…sì, però lui ha cominciato per primo!


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Ho lottato contro l’approvazione della legge 107/2015. L’ho fatto utilizzando tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione dei lavoratori. Ho scioperato. Ho protestato.

Ho perso. Con tutti i miei colleghi.

Nel momento in cui – nonostante la mobilitazione di massa – la legge è stata a tutti i costi  fatta passare, ho criticato e, nel tempo, continuato a criticare tutti gli aspetti che non condividevo della cosiddetta “Buona Scuola”.

Nel fare questo mi sono data una regola: evitare di usare toni sguaiati e aggressivi. Questa scelta non mi è sembrata gravosa: fa parte del mio modo di essere.

Premesso tutto questo, resto un po’ sorpresa dalle affermazioni del Ministro della Pubblica Istruzione, a proposito delle dichiarazioni rese dagli insegnanti.

Secondo il Ministro, troppo spesso essi sono offensivi, soprattutto quando parlano di “Presidi-sceriffi”, riferendosi ai nuovi poteri dei DS, o di ” deportazioni”, a proposito del caos-trasferimenti dello scorso autunno.

Vorrei tanto che il medesimo richiamo alla moderazione fosse stato, nel tempo, prevalente nella classe politica, specie quando si parla di scuola.

Gli attacchi più sguaiati nei nostri confronti sono invece arrivati da lì. Le osservazioni maggiormente impegnate di qualunquismo, le ho ascoltate dalla classe politica.

Non si calcolano le aggressioni ( spesso pesanti) perpetrate ai nostri danni negli ultimi anni: dapprima siamo stati indicati come i fannulloni per eccellenza (tre mesi di vacanza, solo diciotto ore di lavoro a settimana); poi come i colpevoli del degrado complessivo della scuola. Qualcuno ci ha accusato addirittura di praticare una sorta di luddismo.

Il caro Silvio, nel 2011, affermava che gli insegnanti sono in gran parte caratterizzati da “valori contrari alla famiglia”. Sempre nello stesso anno la Mariastrega (si potrà dire? o è troppo offensivo, chiamarla così?), riferendosi a chi contestava la sua riforma, insinuava che i contestatori che scendevano in piazza avevano però i figli nelle scuole private.

Sempre nello stesso anno,  sempre la Mary, per giustificare il fatto che la categoria – nonostante lei lo avesse auspicato e promesso- non avrebbe avuto aumento salariale, spiegò la sua retromarcia dicendo: “Avremmo voluto pagare i docenti di più, ma crescono all’infinito e la paga si è proletarizzata!”

(…questi insegnanti che sembrano riprodursi per partenogenesi, sono particolarmente inquietanti…)

Con la destra è stato un disastro, ma con il governo di sinistra (?) le cose sono spesso peggiorate.

Nell’autunno del 2014 il sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Faraone, giustificava le occupazioni delle scuole da parte degli studenti come “lotta all’apatia”.

Insegnanti apatici, dunque.

Tuttavia, questo va detto, il premio “The winner is…” va a furor di popolo a Rondolino, che, di fronte alle proteste dei docenti, nel 2015, sperava proprio che la polizia riempisse di botte coloro che avevano osato protestare in piazza contro il governo.

Si potrebbero citare decine di esempi di aggressioni, verbali e non, verso gli insegnanti, ma è chiaro che sembra un po’ comico che arrivi proprio dalla classe politica, che ha iniziato da lunghissimo tempo la sua manovra di attacco al mondo della scuola, l’invito a moderare i toni.

E fa ancora più ridere il fatto che l’invito a moderare i toni passi attraverso la minaccia di sanzioni e licenziamenti.

Da parte di una donna che di mestiere ha fatto la sindacalista per buona parte della sua vita.

Questo non fa ridere.

Bah…

“…e poi ti guardano torvi, come se tu ostacolassi la loro vena artistica!”


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Sapete bene che il mio collega Paolo ha l’arrabbiatura facile.

Mi capita spesso di ascoltare  e di calmare – tra un caffè ed un cappuccino – i suoi sfoghi, mentre ce ne stiamo seduti al bar, a fare due chiacchiere.

Giovedì era inviperito per un’abitudine che si è diffusa nella sua scuola, un istituto tecnico della nostra provincia.

Qualcuno ha deciso che, per incrementare la “creatività” degli alunni, tutte le aule di quella scuola verranno decorate con disegni realizzati e colorati dagli stessi ragazzi.

Ormai è una moda.

Un’altra collega pochi giorni fa mi ha descritto un’attività quasi identica, portata avanti nella sua scuola per motivi diversi, però.

“Dobbiamo coprire i buchi sulle pareti della palestra, mia cara!  Lo sai perché? Proviamo vergogna per i ragazzi che arrivano dall’estero, quelli dell’Erasmus. Lassù hanno scuole bellissime, nuovissime! Noi abbiamo dei buchi orrendi sulle pareti e l’unico modo per risolvere la situazione è coprire con dei pannelli colorati quei buchi, sperando che le voragini non si notino troppo!”

Nell’istituto di Paolo, tuttavia, invece di fare come si fa nella gran parte delle scuole, che considerano tutte queste, compresa la pittura nelle aule, come attività accessorie e pomeridiane, tutto accade durante la mattinata, mentre si dovrebbero svolgere le lezioni: nei corridoi c’è un continuo via vai di persone che migrano verso il laboratorio di disegno. Un flusso ininterrotto.

“Ti pare possibile? Arrivo in classe. Non ho nemmeno il tempo di firmare, di aprire il registro elettronico e subito vedo levarsi per aria la selva di mani di quelli che chiedono il permesso di andare a disegnare!”

“E tu?!”

“Scherzi?! Io non li faccio uscire! Pretendo che rimangano a fare lezione! Abbiamo perso una quantità incredibile di tempo con la pausa didattica, con i progetti più insensati, magari per andare a vedere il ciclo di riproduzione delle primule nei boschi! Le varie Alternanze scuola- lavoro sottraggono ore ed ore alle lezioni ed io dovrei pure mandarli ad imbrattare una tela durante le poche ore che restano di attività vera?!”

“…e loro? Come reagiscono? E tu? Perché sei così intollerante? Guarda che la tua Dirigente non la prenderà tanto bene. Ostinarsi a fare lezione secondo i soliti, vecchi, scontati modi, non fa di te un insegnante moderno! Sei a rischio trasferimento!”

Paolo si è messo  a ridere. Sa bene che stavo scherzando.

L’anno scorso mi ha descritto lo stesso fenomeno con i medesimi toni indignati ed io ho approvato la sua indignazione.

“Loro mi guardano con uno sguardo torvo, carico di odio. È chiaro che mi giudicano come quello che impedisce la realizzazione di un talento artistico in potenza. Restano seduti nei banchi, ma friggono di rabbia e vorrebbero essere altrove! Di sicuro non a fare lezione con me!”

Si parla tanto – in questi giorni- dell’incapacità che molti giovani hanno di leggere, comprendere ed analizzare un testo complesso. Dell’incapacità di elaborare e scrivere un testo complesso.

Come volete che si apprenda a scrivere un testo, a capire un testo, se non lavorando sulla complessità della lingua? Come si può pensare di riuscirci,  se non esercitandosi nella lettura e nella scrittura, ora dopo ora, nel silenzio della classe?

Bisogna tornare all’artigianato, nel nostro mestiere.

Ma questo non è molto “smart”.

 

 

“Scusi, Pippo, ma Lei conosce le Iris?”


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Proprio ieri nella mia scuola abbiamo avuto un ospite illustrissimo: Pippo Giordano.
Per chi non lo conoscesse, si tratta di un ispettore della DIA a riposo, che ha lavorato a fianco di Ninni Cassarà, di Beppe Montana, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino.
È stata un’esperienza molto coinvolgente, per tutte le classi che hanno partecipato, ma in particolare per una mia classe, che da un paio di anni lavora approfonditamente sulle tematiche della storia della mafia e del contrasto alla mentalità mafiosa.
L’anno scorso questi ragazzi si sono trasformati in docenti, per un intero anno scolastico, poiché ogni settimana, da novembre a maggio, ogni alunno ha tenuto una lezione ai compagni sulla storia della mafia, dalle origini, fino alle stragi del 1993.
Il percorso, di tanto in tanto, si è arricchito anche con la visione di documentari e film.
In particolare, molto successo ha riscosso la visione di “La mafia uccide solo d’estate”, un film in cui la mafia viene raccontata con gli occhi di un bambino palermitano.
Ai ragazzi era molto piaciuta la storia delle “Iris”, dolci dall’aspetto davvero delizioso, che il protagonista imparava ad apprezzare su consiglio diretto di Boris Giuliano.
Da lì, tutti abbiamo deciso che, prima della fine del quinquennio, faremo un viaggio a Palermo solo per assaggiare queste benedette Iris.
Quando ieri, durante il suo intervento, Pippo Giordano, palermitano doc, ha fatto una sosta e si è avvicinato a noi, abbiamo subito chiesto: “Pippo, ma Lei conosce le Iris?”.
Abbiamo visto i suoi occhi illuminarsi.
Ci ha subito spiegato le differenze tra le varie tipologie di questo dolce, sostenendo che le migliori Iris sono quelle fritte e farcite di ricotta.
Ora lo sappiamo. La lotta alla mafia passa anche attraverso strade dolci.

Scusate, ma dov’erano D’Alema e i dalemiani quando il Parlamento votava la 107?


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Leggo dalla stampa che Massimo D’Alema, lo scorso 20 febbraio, durante un convegno  ha espresso pubblicamente un dubbio per lui angosciante.

“Come mai il PD continua ad attaccare gli insegnanti, che, da sempre, sono (stati) la base solida dell’elettorato di sinistra?”

Caro Onorevole D’Alema, come insegnanti e lavoratori della scuola in generale, anche noi da due anni ci poniamo lo stesso interrogativo.

Anche noi vorremmo davvero sapere il perché di tanto accanimento, il perché di tanta perseveranza nell’inseguire idee assurde (vedi: Alternanza Scuola-lavoro, vedi: tutta la legge 107), il perché dell’insistenza folle a voler demolire l’amor proprio di una categoria di lavoratori che di tutto avrebbe avuto bisogno – all’insediamento di un governo di centrosinistra – tranne che di veder prolungare la serie di umiliazioni subite nei dieci anni precedenti.

Tuttavia anche noi insegnanti vorremmo sapere una cosa: dove si trovava Lei, (che ora non siede più in Parlamento, ma ha una grande influenza nel Partito) dove i suoi fedelissimi, all’atto delle votazioni in Parlamento della legge 107/2015? Perché non vi siete opposti fino allo stremo, lasciando che i poveri derelitti (legga: scemi) scioperassero compatti, senza essere ascoltati da nessuno?

In questi i giorni i tassisti bloccano illegalmente  le città e vengono convocati dal governo.

Noi abbiamo correttamente scioperato a decine di migliaia e non siamo stati presi in considerazione.

Saremmo felici di avere una risposta, ma La preghiamo di porsi le domande giuste. Tutte quante!

Grazie.

La scelta più giusta da fare sarebbe quella di diminuire il numero degli alunni in classe…


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Domanda: “Come si fa a lavorare sulla scrittura di un ragazzo, sulle sue difficoltà in particolare, quando ci si trova ad operare con più di trenta alunni in una classe?”

Risposta: “Non si può.”

La scrittura ed il potenziamento di questa capacità  richiedono tempo e percorsi individualizzati all’interno del gruppo classe: non si riesce ad essere efficaci, se ci si deve troppo diluire, come si è costretti a fare oggi.

I ragazzi hanno bisogno di interventi mirati, azioni personalizzate, attenzione per i loro problemi individuali.

Questi interventi possono essere portati a termine in modo efficace solo dall’insegnante della classe, che conosce a fondo i ragazzi, sa dove si deve agire. Sa come agire.

Tutto ciò risulta, però, difficile da realizzare, all’interno dei meccanismi di quella infernale catena di montaggio di cui noi operatori della scuola ormai siamo ormai gli ingranaggi, a partire dalla Mariastrega, fino a giungere alle vuote ciance della cosiddetta Buona Scuola.

Le responsabilità per quello che sta emergendo ci sono. E sono tutte politiche.

Tutti i politici sono stati responsabili. Da chi ha guidato i governi, a chi ha detto che con la cultura non si mangia, a chi ha irresponsabilmente collocato su certe poltrone persone che di scuola non sapevano nulla. Nulla.

Tutti hanno sottratto tempo e risorse importanti alla scuola, quella vera. Alle cose da fare in classe. Sono state tagliate migliaia di cattedre, tagliate via ore di lezione importantissime. È stata eliminata ogni forma di reale approfondimento, per lasciare il posto alla perdita di tempo, ai progetti, alle ciance, appunto.

Il tempo per il lavoro serio è sparito. Non solo: le classi sono state riempite di ragazzi fino a raggiungere numeri insostenibili per un lavoro appena decente.

Come si fa a dedicare tempo alle lacune di un ragazzo se ci si trova davanti a trenta-trentadue persone, tutte bisognose di attenzione e dedizione?

Dove troviamo, noi insegnanti, il tempo e e le energie, la motivazione per fare tutto questo, visto che da anni veniamo derisi, insultati, depressi in ogni modo?

Ah, già! Noi siamo – nella vulgata – la quintessenza dell’essere fannulloni. Non si è giocato forse a screditarci in modo continuo, giocando irresponsabilmente sulla nostra pelle e sul nostro lavoro?

Giornalisti e politici – i Grandi  Moralizzatori della Nazione – non pretendevano – addirittura!- che fossero aumentate le nostre ore di lezione, senza darci nemmeno un euro di aumento dello stipendio?

(E ci si meraviglia, poi, se gli insegnanti, come cittadini, si sono buttati a pesce su ogni forma di populismo, di rabbia popolare? Se, in alcuni casi, hanno anche smesso di lavorare seriamente?)

Ora, dunque, cosa si pretende da noi?

Dovremmo mettere un pannicello caldo sui disastri che tutti ( o quasi) i Ministri della Pubblica Istruzione hanno avallato o provocato da venti anni a questa parte?

La famosa “Lettera dei Seicento” di qualche giorno fa, non fa che sancire una situazione che noi operatori vediamo con i nostri occhi tutti i santi giorni, da anni: essa ha solo reso noto a tutti come – sempre di più- i ragazzi presentino gravissime lacune nella scrittura.

È vero. Proprio vero.

I ragazzi spessissimo non conoscono la grammatica, non conoscono la sintassi, non sanno scrivere, non riescono a capire quello che leggono, usano a sproposito le parole e presentano una allarmante povertà nel loro corredo lessicale.

Tutto vero.

Non sono tutti ridotti così, ma molti sì.

Che fare?

È una domanda che mi pongo di continuo, alla quale cerco di dare una risposta, perché credo che il nostro dovere di insegnanti sia quello di far sì che dalle nostre aule escano delle persone capaci di capire e di farsi capire, due momenti ancora essenziali, ancora importanti in un mondo che sembra dare spazio e importanza solo alla tecnologia.

Al “saper fare”.

E allora, il primo passo da fare è quello di permettere che lavoriamo in classi composte al massimo di venti-ventidue ragazzi.

Ci serve una scuola che ci permetta di lavorare, e bene, con i nostri ragazzi, nelle classi, non nei pollai.

 

 

“Professoressa, non sono d’accordo con Lei!”


punto interrogativo

Domenica scorsa, su Il sole 24 ore, Claudio Giunta ha pubblicato un interessante articolo, intitolato “Scrivere bene potrebbe non essere più così importante”, all’interno del quale descrive una situazione molto diffusa: quella degli studenti universitari delle facoltà umanistiche (e non solo), che non sono più in grado di esprimersi in un italiano accettabile dal punto di vista formale, ma che, alla fine, si ritrovano a superare gli esami di italiano, anche scritti, poiché i docenti si rendono conto che quello che quei giovani universitari hanno dato è anche il massimo di quanto potranno mai dare.

Vengono promossi per sfinimento.

Più o meno cinque anni fa mi sono trovata in una situazione analoga.

Ero stata da poco trasferita in un liceo classico, dopo aver perso posto nella scuola nella quale avevo prestato servizio fino all’anno scolastico precedente.

Come ultima arrivata mi sono ritrovata subito subito con una bella “polpetta avvelenata”: due quinte di circa trenta ragazzi da seguire per italiano e latino, entrambi previsti negli scritti finali.

Una faticata immane.

In una di queste classi Ho avuto a che fare con una situazione difficilissima, con difficoltà diffuse nella produzione scritta (analisi del testo, saggio breve, articolo di giornale…) mai viste in precedenza, in ragazzi di un liceo classico.

Le carenze nelle strutture di base erano allarmanti e non avrei potuto fare proprio nulla in quei pochi mesi.

Nemmeno una bacchetta magica – magari potente – avrebbe potuto rimediare.

Mi colpì – in quella situazione così allarmante – l’atteggiamento di un ragazzo.

I suoi scritti erano gravemente insufficienti, sotto ogni punto di vista: l’ortografia, la consecutio temporum, la coerenza logica, la capacità di partire da un punto di un ragionamento per giungere ad un altro, senza perdersi, senza perdere il filo.

Con molta pazienza, ogni volta mi mettevo a correggere quei terribili “blob” che mi presentava, per  far sì che, almeno, gli si chiarisse qualche cosa, si aprisse in lui uno spiraglio.

Sulla colonna di destra del foglio protocollo, mi ingegnavo a mettere ordine in quel caos, spesso senza riuscirci.

Puntualmente, durante la consegna degli elaborati e la discussione delle correzioni, quel ragazzo si avvicinava alla cattedra, indicava le correzioni, riguardanti parole usate fuori contesto, tempi verbali dissonanti tra loro, ortografia che gridava vendetta al cospetto di Dio e, guardandomi, mi diceva:

“Professoressa, IO non sono d’accordo con lei!”

Quasi balbettando, cercavo di fargli capire che il fatto che gli avessi corretto la grafia della parola “celebrale”, mettendo quella giusta “cerebrale”, non poteva richiedere il suo assenso, o la sua approvazione.

Cercavo di fargli capire che potevano esserci contrasti, o diversità tra di noi sulle idee, ma non sulla forma, poiché la grammatica è – nella stragrande maggioranza dei casi –  una e una soltanto.

Ebbene: in tutto l’anno scolastico la scena si è ripetuta ogni volta e, puntualmente, il poveretto si è allontanato dalla cattedra convinto di avere subito un intollerabile torto. Il suo volto era sempre scontento e frustrato. Mai gli è passato per la mente di essere un ragazzo con lacune gravissime nella lingua italiana.

La cattiva ero io.

Ovviamente è stato promosso all’Esame di Stato.

Leggendo l’articolo di Claudio Giunta, mi è tornato in mente quel ragazzo e tutti quelli come lui, che non hanno la consapevolezza delle enormi lacune che possiedono e magari frequentano, pur con scarso profitto, facoltà umanistiche, con il rischio concreto che questi analfabeti di ritorno arrivino, prima o poi, ad essere docenti in qualche liceo.

Cosa mai potrebbero insegnare a dei ragazzi?

Non sono d’accordo con ciò che Giunta afferma, che la forma corretta dell’italiano sia destinata a sparire o, al massimo, ad essere coltivata all’interno di qualche “enclave” di cultori della bella scrittura.

Continuo a pensarla come Nanni Moretti.

Chi parla (e scrive) male, pensa male e questo non va bene.

Sullo sfacelo linguistico che ci circonda è doveroso e urgente intervenire in qualche modo. Niente di roboante.

Per esempio, si potrebbe  abbandonare al suo destino questa indecenza dell’alternanza scuola-lavoro per ritornare, non dico al dettato ed al copiato, ma alla pratica seria della scrittura.

Questo sì.