Difficile fare peggio



Capita sempre più spesso , a noi che invecchiamo, di fare pensieri ossessivi. Da non dormirci la notte.
Il mio, da un punto di vista professionale, è la legge 107/2015.
Da quando, nonostante le proteste e gli scioperi, questa “riforma” è stata imposta al mondo della scuola, non smetto di chiedermi come sia stato possibile commettere un errore di questa portata, sia dal punto di vista pedagogico, sia da quello politico.
Il primo punto non mi scandalizza più di tanto: dopo gli orrori compiuti dalla Mariastrega, noi docenti, così come tutto il personale della scuola, siamo stati costretti ad osservare e a a subire impotenti ogni orrore pedagogico.
Renzi ed il suo esecutivo hanno infierito sulla scuola, certo, ma non dobbiamo dimenticare nemmeno per un secondo che la Mariastrega, ed il suo dominus Tremonti, hanno fatto passare davanti ai media come una “riforma”, quella che nella realtà era la distruzione della scuola: il depotenziamento del latino nei licei, scientifico e linguistico in primis, la demolizione di materie importantissime quali la storia e, soprattutto, la geografia, la distruzione di sperimentazioni importanti, quali le sezioni di bilinguismo nei licei scientifici, sono solo esempi del modo sconsiderato, sciatto e criminale in cui la scuola è stata avvilita ed affossata.
Quei due hanno fatto da apripista.
Il tutto – non dimentichiamolo mai – per risparmiare, in base all’assunto (che solo ad un commercialista, quale in fondo è Tremonti, poteva venire in mente) che “con la cultura non si mangia”.

Non bisogna dimenticare nemmeno la campagna sconsiderata per imporre le cosiddette “competenze” (che solo pochi esseri al mondo – due o tre, credo – hanno compreso nel loro reale significato), a scapito delle conoscenze, deve ancora essere vendicata.
Ma non va dimenticata.

Intanto i nostri ragazzi “competenti”, in questi anni sono diventati sempre più incapaci di scrivere un testo, sono sempre più in difficoltà nella lettura di brani, anche semplici, a dispetto di tutte le roboanti campagne di misurazione, come nel caso dell’altro gioiello, l’INVALSI.
Su questo cumulo di rovine si è innestata la 107.
Dopo l’arrivo di Renzi al governo le cose sembravano promettere bene: a parole diceva che la scuola sarebbe tornata al centro della politica del governo. Mi pareva un ottimo inizio.
Noi insegnanti aspettavamo segnali confortanti, ne avremmo avuto un maledetto bisogno.
Invece, tutto questo balletto di dichiarazioni è stato l’esordio della rovina, soprattutto politica, per il Governo, ma, di riflesso, anche per noi.
Molte volte mi sono chiesta come sia stato possibile commettere una serie così precisa e così azzeccata di errori di carattere tattico, tali da portare alla distruzione del consenso di cui il PD aveva goduto fino ad allora nel mondo della scuola.
Pura insipienza.
Bisogna possederne parecchia, infatti, per non capire che mettersi contro tutto – ma proprio tutto – il mondo della scuola avrebbe portato al partito ad una pesantissima perdita in termini di consensi in tutto il Paese.
Una perdita capace di minare la stabilità del Governo, di condizionare l’andamento di referendum ed elezioni.
Come è possibile che si sia stati tanto miopi, tanto arroganti?
Quali ricatti politici inconfessabili possono esserci dietro?
Quale ignoranza dei meccanismi del mondo scolastico, anche dei più semplici da capire, si è celata in questo modo ostinato e distruttivo di procedere?
Ecco, questi sono i miei pensieri ossessivi, da un paio di anni a questa parte. E non ne vengo a capo.

Annunci

Considerazioni di fine quadrimestre


bart_scuola

Qualche giorno fa, poco prima della ripresa delle lezioni, discutevo al telefono con la mia più cara amica, anche lei insegnante, delle solite cose: le incombenze burocratiche sempre più insopportabili, la pochezza, dal punto di vista dell’impianto educativo e dei contenuti de “La Buona Scuola”, il deteriorarsi complessivo della qualità del nostro lavoro.

Come è facile capire, dal momento che entrambe ci ritroviamo ad insegnare le stesse materie in tipologie affini di scuole e con classi simili, abbiamo iniziato a fare confronti come”Tu dove sei arrivata di latino?” o “Quali brani sei riuscita ad analizzare per il tale autore?”

Abbiamo concluso che non c’è più la soddisfazione di una volta nello svolgimento dei programmi.

Anzi, si arranca.

Lei era disperata per l’esiguo bottino di capitoli de I Promessi sposi, io perché in una terza ho terminato solo Dante e niente di più.

“Qualche anno fa macinavo capitoli su capitoli!” – si lamentava.

Nonostante una lunga discussione, però, non siamo riuscite a capire che cosa sia accaduto in questi anni, restando comunque convinte che qualcosa è di sicuro avvenuto.

La Gelmini? La Giannini? Renzi? I Maya? Le cavallette?

Io ho assegnato gran parte delle colpe a classi composte di ventisei-trenta ragazzi: anche solo far svolgere e riconsegnare verifiche e portare a termine le interrogazioni porta via tempo prezioso, sottratto al programma, all’approfondimento.

La mia amica se la prendeva (manco a dirlo!) con i telefonini, rei, a suo dire, di avere annacquato i cervelli dei ragazzi, impedendo loro qualsiasi forma di pensiero profondo, senza via di ritorno.

Per un po’ abbiamo crocifisso anche i genitori, rei, a nostro dire, di rendere i loro figli del tutto privi di resilienza, la capacità di resistere alle difficoltà, ma prima ancora, rei di far credere ai medesimi figli che si possa andare avanti nella scuola e nella vita senza un po’ (anche poco!) di sudore della fronte e di tempo trascorso a studiare seriamente.

In realtà, non siamo arrivate ad una conclusione definitiva, non abbiamo individuato la cosiddetta “pistola fumante”, colpevole, senza ombra di dubbio, di avere rammollito i cervelli di figli e alunni.

Sembravamo proprio due di quelle vecchiette che fanno la fila dal dottore, in attesa di misurarsi la pressione e, nel frattempo, esaurita la discussione sulla scomparsa delle mezze stagioni, se la prendono con i giovani che non hanno più valori.

Alla fine della chiacchierata, una volta chiusa la comunicazione telefonica, ho cercato di riprendere il bandolo della matassa.

Nemmeno per conto mio ho trovato una spiegazione chiara di ciò che sta accadendo a scuola, nelle classi.

Di sicuro c’è solo che “qualcosa” è avvenuto.

Credo che ci siano una serie di cose, perfettamente vere e reali, che tutti noi insegnanti stiamo sperimentando, in particolare da cinque-sei anni a questa parte.

I ragazzi hanno tremende difficoltà a soffermarsi in modo serio e solido su un testo. Si tratta di difficoltà serie, che si notano soprattutto nei ragazzi che iniziano il liceo, arrivando dalle medie.

Un elemento che emerge anche dall’analisi dei risultati dei test INVALSI.

I ragazzi troppo spesso si portano dietro uno spaventoso deserto, dal punto di vista lessicale, cosa che impedisce loro di esprimere con esattezza e chiarezza contenuti e, soprattutto, sfumature.

A quel deserto, però, corrisponde una complessità interiore che, invece, avrebbe bisogno delle parole giuste per venir fuori, per essere esplicitata.

Sempre più spesso, invece, ci troviamo di fronte ad inquietanti casi umani, che vivono storie di sofferenza troppo grandi e pesanti per le loro spalle , del tutto sguarnite di zaini per trasportarle e reggerle.

Sono afasici, specie dal punto di vista emotivo.

Talvolta si tratta di figli vittime di genitori che nutrono sogni abnormi sulla loro riuscita e creano, perciò, delle aspettative irrealistiche nei ragazzi, che, oltretutto, sono assolutamente incapaci di autovalutarsi, poiché rientrano in quella categoria che qualcuno, di recente, ha definito “egomostri”.

Quella che noi tocchiamo quotidianamente, guardandoci intorno, tra i banchi, la diffusione sempre più grande di una sofferenza interiore forte, che resta però spesso inespressa, come incistata in quelle menti, così incapaci di guardarsi dentro, perché quello che sentono fa loro paura e preferiscono mettere la polvere sotto il tappeto, piuttosto che toglierla mano mano, con il risultato che l’inciampo genera poi una caduta fragorosa e rovinosa, dal punto di vista psicologico.

E noi ci ritroviamo lì, ad osservare ed a chiederci perché non siano interessati a Dante o Manzoni.

A prescindere dalla materia, dall’autore, come possiamo catturare la loro attenzione e portarli a lavorare in modo concentrato su qualcosa?

Questa mi pare la sfida da affrontare e vincere.

Cosa significa “scegliere i migliori”?


fantozzi

Ci sono degli aspetti del lavoro del docente che possono essere compresi soltanto da chi svolge questo difficile e, spesso, ingrato lavoro.
Uno di questi riguarda la valutazione del nostro lavoro.
Per quanto mi riguarda, sono da sempre favorevole all’idea della valutazione di ciò che facciamo. Alcuni di noi – lo sappiamo bene – non lavorano bene e non lavorano con la necessaria serenità, con il dovuto scrupolo, elemento importantissimo, dato il materiale umano con cui abbiamo a che fare.
Il problema di fondo, però, come ho più volte sottolineato in questo mio blog, è costituito da “come” valutare.
Come si fa a valutare il lavoro effettivamente svolto da un docente?
Se i criteri devono essere quelli che sono stati portati come onda lunga dell’approvazione della legge 107/2015, devo esprimere il mio aperto e deciso dissenso.
Non solo non posso pensare che la parola definitiva sul mio operato debba derivare da un Dirigente che, come ho potuto osservare attraverso la mia esperienza diretta, potrebbe essere stato un docente non proprio all’altezza (ne ho conosciuto uno in particolare, molti anni fa, all’inizio della mia carriera, che è stato “smascherato” dalle microcamere piazzate dalla polizia, che stava indagando su un traffico di droga all’interno della scuola. Non si indagava su di lui, dunque, ma “incidentalmente” è venuto fuori che in classe leggeva quasi sempre il giornale, mentre intorno a lui c’era la baraonda. Licenziato? No. Un paio di anni dopo era Preside). Quello che mi pare ancora più assurdo è che debba essere pesato sulla bilancia della mia valutazione, soprattutto ciò che faccio “oltre” il mio lavoro in classe. Non il mio insegnamento, ma la mia collaborazione al progettificio.
Il mio compito – il principale, direi – è quello di formare ragazzi e solo su quello dovrei essere valutato.
Ripeto: non sono contraria alla valutazione, ma sono contraria allo svilimento della mia professione. Sono contraria alla scuola di chi sgomita per rendersi visibile.
Non bastasse tutto questo, anche l’idea di affidare ai Dirigenti la possibilità di scegliere gli insegnanti è stata una vera follia.

Riprendiamo l’esempio del Dirigente di cui parlavo poco fa.

Oggi sarà di certo in pensione, ma ammettiamo che dovesse essere uno come lui a dover scegliere un insegnante da ammettere nella scuola da lui diretta.
Quali garanzie mi darebbe il SUO curriculum, quale deontologia professionale potrebbe mai rendermi sicura riguardo alla serenità delle sue scelte?
Le vituperate graduatorie, per quanto permeabili dalla corruzione, hanno quasi sempre funzionato. Titoli ed esami sono il punto di partenza.
Ci dovrebbero poi essere ispettori che regolarmente dovrebbero sorvegliare il lavoro dei nuovi arrivati. Oppure nuove figure da creare ad hoc.
Perché – per esempio – non si potrebbero trasformare i docenti anziani di una scuola in guide degli insegnanti più giovani, sgravando in questo modo in modo almeno parziale i più anziani di noi da un lavoro frontale che diventerà inevitabilmente troppo oneroso per chi ha già 65-67 anni?

Leggere dovrebbe tornare ad essere una cosa bellissima


784d39f959

Mi convinco sempre di più che la rivoluzione all’interno della scuola deve partire da noi. Dobbiamo darci un imperativo: insegnare ai nostri ragazzi quale meravigliosa avventura sia apprendere le cose. In poche parole, dobbiamo essere essere veicoli di entusiasmo e per fare questo è indispensabile liberarci di alcune zavorre che il Ministero – dove pochi sanno realmente cosa significhi insegnare, pochi hanno calcato davvero il pavimento di una classe – ci ha imposto, facendole passare per chissà quale manna piovuta dal cielo. Per quanto riguarda le mie materie, (insegno italiano e latino) da qualche anno sto progressivamente buttando via tutta o quasi la narratologia (tranne alcuni aspetti importanti, ma, nel complesso, poche cose). Basta! Non ne posso più di vedere vivisezionate in quel modo le pagine meravigliose di tanti scrittori. Basta dare pochi – solidi – elementi ai ragazzi per orizzontarsi nella lettura di un testo e poi tutti in classe ci godiamo la lettura per la lettura. In prima faccio così da molti anni e vedo che i ragazzi si divertono a leggere novelle e parti di romanzi, quasi random. Dedico inoltre un’ora al mese alla discussione del “libro del mese” che tutti (me compresa) ci leggiamo, discutendo poi insieme ed analizzando personaggi e fatti. Nel tempo ho visto nascere moltissimi “lettori seriali”, motivati, non opportunisti e questo mi conforta sulla giustezza della scelta. E chi se ne importa se i miei ragazzi non conoscono bene il significato dell’espressione “narratore eterodiegetico”, ma si limitano a parlare di narratore esterno!

Cip l’Arcipoliziotto e la trappola del cosiddetto “aggiornamento obbligatorio”


CAW17dmUUAA99cs.jpg-small

Oggi pomeriggio mi sono sentita proprio come un personaggio di Jacovitti – uno dei miei preferiti: Cip l’Arcipoliziotto, quello che in continuazione, durante le sue indagini, pronunciava la frase “Lo supponevo!”
Ebbene: all’uscita dalla prima “lezione” di un corso di aggiornamento che si è rivelato assai peggio di quanto tutti noi colleghi temessimo, ho pronunciato anch’io quella frase: “Lo supponevo!”
Facciamo un passo indietro.
Quando, qualche mese fa, è stata approvata la famigerata legge, che porta il nome “La buona scuola”, uno dei pochi aspetti che avevo trovato interessanti, mi era sembrato proprio l’intento di obbligarci a scegliere una formazione continua.
Nella mia visione ingenua delle cose avevo fatto una mia catena di ragionamenti. Uno dei rischi che corriamo, come docenti, è quello di fossilizzarci. Se siamo “costretti” ad aggiornarci, potremo di nuovo varcare le soglie dell’Università, iscriverci a dei corsi agganciati alle materie che insegniamo. In questo modo saremo sempre in contatto con la ricerca e troveremo nuova linfa, che darà un impulso positivo al nostro lavoro.
Detto, fatto.
Settembre.
La città in cui lavoro è anche sede universitaria. Mi sono fatta la mia brava fila in segreteria degli studenti, ho chiesto quanto costasse l’iscrizione ad un corso singolo, ho preso i miei bravi moduli, poi ho telefonato alla Dirigente per sapere quale fosse l’esatta procedura da seguire.
E qui è arrivata la doccia gelata. L’università, o almeno, i corsi universitari annuali non sono considerati momenti formativi per i docenti.
E’ obbligatorio scegliere tra “enti formatori” riconosciuti dal Ministero.
E, a quel punto, mi sono cadute le braccia, perché stavo già immaginando i soggetti con cui avrei avuto a che fare: quelli che, da decenni, gestiscono i corsi di aggiornamento nelle scuole.
Gente azzeppatissima che della pratica del “formatore” ha fatto una vera e propria arte.
Purtroppo per me il Collegio dei Docenti della mia scuola ha stabilito che quest’anno ognuno di noi avrebbe dovuto fare almeno 15 ore di aggiornamento e, non avendo affatto voglia di farmi spolpare con la frequenza di un corso a pagamento, ne ho scelto uno tra quelli proposti dall’USR della mia regione.
Tremenda scelta da parte mia.
Oggi, all’apertura della prima slide, letta dal “formatore” come se stesse salmodiando durante un rito sacro, ho fatto quello che fanno gli alunni in classe: mi sono posizionata nella ultime file ed ho acceso lo smartphone, cercando sollievo su facebook, mentre aspettavo che la tempesta passasse.
All’uscita da quella tortura (la prima di tre, da tre ore) ho pronunciato ad alta voce la frase incriminata: “Lo supponevo!”

I miei dubbi sull’affidabilità del metodo INVALSI


images

Qualche settimana fa ero alle prese con un Collegio Docenti-fiume nel quale la mia attenzione entrava e usciva, provata (come spesso capita a noi docenti) dalle chiacchiere estenuanti di colleghi che da un bel pezzo, ormai, si stavano divertendo a giocare al “Lei non sa chi sono io”.
Ad un certo punto, però, mi sono concentrata su un battibecco nato tra la Dirigente ed un collega RSU, a proposito dei test INVALSI, che nella Scuola Secondaria superiore si svolge ad Aprile.
Oggetto del contendere era la possibilità di risalire, tramite l’analisi delle prove, all’operato dei singoli docenti e, di conseguenza, la possibilità, reale o remota, di valutare il lavoro del docente di matematica o di italiano.
Non è certo una novità e non c’è nemmeno da scandalizzarsi: se le prove hanno un codice, è evidente che si possa risalire ai docenti “responsabili” dei cattivi risultati.
Mi sono però ricordata di una situazione molto particolare che ho visto coi miei occhi qualche anno fa, nel liceo in cui ho insegnato prima di quello attuale.
La mia Dirigente di allora, precorrendo i tempi, aveva la mania delle statistiche e si era messa in capo di studiare il livello di preparazione delle classi seconde. Arrivò a stilare una sorta di classifica. Ne venne fuori, naturalmente, la classe migliore, affiancata, all’altro estremo, da quella peggiore.
Fu un problema fare un “cazziatone” all’insegnante responsabile della performance negativa, perché era la stessa persona responsabile di quella eccellente e quell’insegnante ero io.
Avevo da due anni queste due classi, insegnavo le stesse materie, (italiano e latino) con lo stesso numero di ore (anzi: nella “migliore” avevo un’ora in meno, perché partecipava ad un progetto che si avvaleva del 20% del monte ore annuale).
Eppure – nonostante tutti i miei sforzi – (e ne feci moltissimi) non sono mai riuscita a colmare il gap tra i due gruppi-classe. In che modo avrei dovuto essere valutata?
Da allora i miei dubbi sull’INVALSI sono rimasti abbarbicati a questa che è una situazione-limite, certo, ma indicativa della infondatezza di questa smania di misurazione e di valutazione del nostro operato, che certi enti vorrebbero imporre in modo capillare.

Sottrazioni


images

Pare che la Ministra Giannini abbia dato forfait rispetto a due incontri pubblici che avrebbe dovuto avere oggi, a Palermo e a Viterbo.
Che abbia avuto paura di un confronto pubblico? Che abbia temuto il ripetersi delle urla (che a me non sono tanto piaciute) sentite in Senato?
Oppure è stata semplicemente la difficoltà di riuscire a trovare (senza i suggeritori adatti) risposte convincenti rispetto alle tante domande puntuali che tanti insegnanti avrebbero voluto porle? Perché dare forfait?
Ah, saperlo! (come direbbe Dagospia…)

A me questo sciopero degli scrutini sembra una cavolata pazzesca


Tafazzi

Di sicuro sarà perché con l’età la mia capacità di comprendere le cose sta scemando rapidamente, ma non riesco proprio a capire il senso di questo “sciopero” degli scrutini. Mi pare una forma di protesta che riesce a creare danno ad una sola categoria di utenti: quelli che lavorano nella scuola, che di nuovi problemi ed intoppi non hanno certo bisogno.
Infatti questo sciopero non danneggia gli imminenti esami di Stato, perché gli scrutini delle classi finali non possono essere interessati dalla protesta.
Non crea problemi agli alunni, perché tutti – a breve – conosceranno il loro destino.
Per lo stesso motivo non impedisce a nessuno di partire per le agognate ferie, visto che entro giugno tutto sarà completato.
Gli unici che ricaveranno una montagna di problemi sono i professori ed il personale non docente, che, per terminare tutto dovranno fare i doppi, i tripli turni, riunendosi anche a notte fonda, come i Carbonari.
Si può essere più Tafazzi di così?

La differenza tra un uomo pieno di sé ed uno pieno di se


renzimatteo-199x300
A molti il decisionismo del nostro Presidente del Consiglio piace. Ricorda un po’ il modo di fare di Craxi, anche se ad alcuni fa venire in mente il nostro Lui, oppure Berlusconi, che però non era certo un decisionista, tutt’altro.
In politica avere chiaro l’obiettivo e puntare dritto nella sua direzione, senza lasciarsi fuorviare da nessuno, non sempre si rivela utile, anche se apparentemente può dare all’opinione pubblica l’dea di essere – appunto – “decisionisti”, di essere, cioè, persone capaci di fare a meno di estenuanti trattative, di non perdersi nelle paludi della mediazione politica.
Spesso il decisionista è un uomo pieno di sé, ha un Ego ipertrofico, può tranquillamente fare a meno del confronto, dal momento che egli basta a se stesso.
Se nella vita privata un atteggiamento simile può essere non tanto accettato, quanto tollerato, nella vita pubblica, nell’azione politica esso si rivela spesso controproducente.
L’uomo pieno di “se” funziona meglio. Bisogna dare ascolto, mediare, cercare un punto di arrivo, lasciarsi cogliere dal dubbio, cosa che significa avere l’apertura mentale che consente di capire anche le ragioni dell’avversario, a prescindere dal risultato finale.
Questa mentalità non appartiene al nostro Renzi – uomo pieno di sé.
Non ha voluto, in modo pervicace, confrontarsi davvero con noi insegnanti, non ha voluto ascoltare le nostre ragioni, capire i nostri dubbi, dal momento che per lui – forse – la parola “dubbio ” è un tabù.
Se lo avesse fatto avrebbe capito una cosa importante: che i docenti sono persone desiderose di dare il loro contributo e stanche di essere umiliate.
E le persone umiliate hanno la memoria ed il rancore molto lunghi.

Il ragionier Fantozzi e la poltrona di pelle umana


fantozzi

Ormai nelle cene tra colleghi non si parla di altro, di questo accidente di riforma, così che – vuoi l’età, vuoi il cambio di stagione – si torna a casa con un magone tale, che un bidone di Maalox allevia appena il bruciore.
Ieri sera è andata così.
Nonostante il saggio di turno avesse ammonito:”Però non parliamo di scuola, capito?!”, in realtà non abbiamo fatto altro che questo, dall’antipasto all’ammazzacaffè.
Comunque la si guardi, comunque la si analizzi, questa “riforma” fa acqua da tutte le parti: dal punto di vista del metodo, perché si sarebbe potuta costruire con un processo dal basso che avrebbe contenuto l’entusiasmo e la creatività dei docenti, che di entusiasmo e creatività hanno ancora parecchie riserve, mentre si è scelta l’opzione peggiore, che ci ha messo di fronte al fatto compiuto e compiuto male.
Dal punto dei vista dei contenuti, perché in larghissima parte i punti della “riforma”sembrano tolti da quei manuali di autoaiuto che tanto piacciono alla cultura anglosassone, e hanno uno spessore di cultura pedagogica pari allo zero.
E poi c’è l’ombelico di tutto il processo: i poteri del Dirigente.
Mentre addentavamo, sempre più tristi ed arrabbiate, la nostra Margherita, Anna mi ha raccontato i particolari della vicenda di una collega, da tempo malata. Sono mesi che non va a scuola.
Sapevo qualcosa della sua vicenda e le ho chiesto come stesse procedendo.
“Lei è stata una vittima del mobbing, lo sai?”
“Mobbing!Oh, mio Dio, non lo sapevo! Come è successo?”
“Beh, il suo Dirigente l’ha presa di mira. Non le ha dato respiro, mai. Non passava settimana che lei non fosse convocata in Presidenza per via di qualche mancanza, di qualche imprecisione. La conosci, è una donna forte, ma alla fine ha ceduto. Non si resiste al fatto di essere spiate, di subire la doppiezza dei colleghi, che parlano con te solo in attesa di andare a riferire in Presidenza. Quel disgraziato alla fine ha fatto esplodere in lei quelle crisi di panico che la tormentano e che sul piano fisico non hanno altra spiegazione che quella psicosomatica!”
Mi dispiace per questa collega. Restiamo per un po’ in silenzio. La pizza intanto si raffredda mestamente.
“Immaginiamo come potranno andare le cose a partire dall’anno prossimo!” – ho osservato, bevendo un po’ di CocaCola per tirarmi su.
“Tu lo sai, vero, che farai la fine del ragionier Fantozzi? Lo sai, vero, che andrai a finire con la tua cattedra nello sgabuzzino del sottoscala a riempire le tue cartuccelle?” – mi ha gridato dall’altra parte della tavolata una collega, che conosce bene il mio essere una testa calda e irragionevole.
“Cameriere!”- ho detto ad un certo punto – “Mi porti del Gaviscon, ma di un’annata buona, mi raccomando!”