Analfabetismo funzionale


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Qualche anno fa fui catapultata in una scuola nella quale non avevo mai insegnato. Come capita spesso quando si è precari, mi ritrovai a lavorare con classi che non avevo avuto in precedenza. Una in particolare, una quinta, era la fonte delle mie preoccupazioni. In primo luogo, perché avrei dovuto accompagnarli all’esame, ma la cosa che mi impediva di lavorare serenamente era la preparazione complessiva della gran parte dei ragazzi. Non sto parlando delle solite cose: capacità di sviluppare analisi del testo, saggio breve, saper esporre un argomento di letteratura in modo chiaro ed esauriente. Ormai questa è la norma: pochi sanno districarsi bene in quella giungla.

Ciò che mi terrorizzava era il fatto che questi ragazzi – liceali con ben quattro anni di scolarizzazione alle spalle – avevano  gravissime lacune nella grammatica di base e non ne avevano la minima percezione.

Ce n’era uno, in particolare, che era la mia spina nel fianco.

Come capita di fare a molti di noi, ho l’abitudine non solo di segnare in rosso gli errori di ortografia, di sintassi o di scelta lessicale, ma anche di scrivere accanto all’errore la forma corretta, nella (vana) speranza che, prima o poi, questa forma possa essere in qualche modo introiettata dall’alunno, riesca a farla sua.

Questo ragazzo, durante la correzione in classe degli elaborati, quando arrivava il suo turno, si avvicinava alla cattedra con un certo piglio, mi indicava la correzione e subito diceva: “Io non sono d’accordo!”

Io lo guardavo con un certo stupore, perché ricordo bene come, in un paio di casi, l’errore riguardasse parole come “celebrale” o “analfabetizzazione”, ma non si contano i congiuntivi utilizzati “random” o le relative costruite e connesse senza capo né coda.

Invano, per un intero anno scolastico, ho cercato di spiegargli che le regole grammaticali non prevedevano il fatto che lui fosse d’aCorso o meno. Che la struttura, in alcuni casi, è indiscutibile. Credo che, alla fine dell’esame di maturità, sia uscito fuori da quella scuola, convinto di avere subìto torti inenarrabili.

Questo caso e moltissimi altri che mi capita ancora oggi -sempre di più- di osservare,  mi rafforzano nell’idea che noi insegnanti, specialmente noi insegnanti di italiano, dobbiamo concentrarci sul lavoro “umile”, quello meno roboante, quello che apparentemente nessuno nota: il lavoro costante, ossessivo, sulla grammatica, sull’etimologia delle parole, sulla lettura e sulla REALE comprensione di un testo. In alternativa, gli analfabeti funzionali sono destinati a crescere in progressione geometrica.

 

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La resilienza per la sopravvivenza


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Sull’Amaca del 31 dicembre scorso, Michele Serra ha parlato di resilienza.
Si tratta – come lui stesso ha spiegato – di un concetto attualmente applicato alla società, ma derivato da un fenomeno studiato e spiegato dall’ambito scientifico.
Consiste nella capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.
Se ne è parlato molto, recentemente, proprio perché esso descrive esattamente ciò di cui la nostra società ha bisogno, in un periodo buio , come quello che stiamo attraversando.
Dobbiamo – o dovremmo – tutti farci resilienti, stando a ciò che dicono i sociologi.
Dobbiamo imparare ad assorbire gli urti, senza lasciarci travolgere da ciò che ci capita. Questo perché si rende indispensabile una sorta di adattamento ad un mondo che appare, ed è, sempre più ostile.
Nella scuola, però, la resilienza è già conosciuta e praticata da molto tempo.
Almeno da noi insegnanti.
Abbiamo dovuto imparare – come professionisti – a sopportare gli attacchi continui ed ingiustificati diretti contro di noi per anni, senza che nessuno venisse in nostro aiuto. Anzi: con un’opinione pubblica resa sempre più ostile nei nostri confronti.
Abbiamo dovuto imparare a fare resistenza passiva – e dunque ad opporci – ad ogni tempesta o vento di restaurazione, ad ogni tentativo di destrutturazione della scuola, magari mascherato da riforma.
Abbiamo dovuto sopportare da chiunque, fosse anche il primo salumiere che passasse per strada, lezioni su come svolgere meglio il nostro lavoro.
Non solo.
Ci ritroviamo a dover trasmettere questa nostra abilità, quasi per osmosi, ai nostri alunni, sempre più incapaci anche loro di reggere l’urto con la realtà, presi come sono troppo spesso, tra un mondo denso di incognite e genitori che non sempre li spingono a crescere e a capire quello che succede intorno.
Noi abbiamo appreso sul campo la resilienza. Siamo dei pionieri tra tutti i resilienti.
Se non fosse per il fatto che essa è già stata scoperta in ambito scientifico, potremmo anche affermare di averla inventata noi.

Paolo, il telefono e la pratica dell’Om


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Mi convinco sempre di più del fatto che, se non si dà una calmata, al mio amico Paolo, collega e amico che insegna in una scuola della mia provincia, verrà un coccolone.
Se la prende troppo, per ogni cosa che accade a scuola, è davvero rétro, rispetto al nuovo che avanza (purtroppo) sempre di più.
Ieri mattina ci siamo visti per andare in giro per mercatini. Cappuccino e chiacchierata. Si vedeva che era furibondo, ma avevamo stabilito prima che non avremmo assolutamente parlato di scuola.
Se ne stava seduto sulla sedia come un supplì che sta friggendo nell’olio.
“Dimmi tutto, avanti!” – ormai ero rassegnata.
“Non ne posso più! Ti giuro! Me ne vado! Me ne vado da quella scuola maledetta!”- ha quasi urlato, facendo voltare molti dei presenti.
“Paolo! Hai bisogno di calmarti! Te lo dico da un bel po’ di tempo, se tu venissi con me a fare yoga, forse riusciresti a farti scivolare addosso certe arrabbiature, che alla fine risultano inutili!”
“Beh! Vedrai che quando ti avrò raccontato cos’è successo, ti arrabbierai anche tu!”
Che era successo?
Mentre se ne stava in classe a ricreazione, Paolo era stato chiamato da una bidella.
“Professore, la vogliono al telefono!”
Lui aveva pensato ad una chiamata dalla segreteria, o dalla Dirigente. Niente di tutto questo.
“Era la mamma di un ragazzo che avevo interrogato alla prima ora e che aveva preso un brutto voto! Voleva conoscere gli argomenti dell’interrogazione!”
“E come mai?”
“Aveva aperto il registro elettronico ed aveva notato il brutto voto, la macchia! La signora voleva sapere le motivazioni dell’insufficienza!”
“Ma è una cosa grave, gravissima! Come mai il centralino si è permesso di passarti quella telefonata?”
“E infatti! Comunque le ho chiarito ben bene che non era settimana di ricevimento e che, qualsiasi cosa avesse da dirmi era quello il momento per parlare con me e non altri! E lo sai che cosa mi ha detto?!”
“Cosa?”
“Che sono uno che si altera troppo facilmente e preferiva non continuare la chiacchierata. Allora io le ho risposto che ero IO a non voler proseguire quella conversazione! Ma dico! Dove vogliamo arrivare? Anche al telefono ci chiamano, pure durante le ore di lezione!”
“Adesso calmati! Vedi, avresti proprio di fare pratica con l’Om, in questo momento, mio caro!” – gli ho risposto, cercando di sdrammatizzare.
Certo che, però, la nostra vita si fa ogni giorno più difficile, stretti come siamo tre esigenze così diverse e contrastanti. Altro che Om: ci vorrebbe calmante a piovere!

Questione di tubi


Chissà quanti tubi intasati doveva avere la nostra Mariastrega, per potersi fregiare addirittura  di un idraulico ufficiale, che le faceva anche da autista. Stando a quel che dicono i giornali, la nostra (per fortuna) ex-Ministra, nel periodo in cui era consigliere regionale in Lombardia, aveva un autista. E fin qui niente di strano: ognuno può decidere di guidare, oppure no.

Questo autista era anche il suo idraulico. E anche in questo  caso nulla da obiettare: hai visto mai che, mentre te ne vai a Milano insieme all’autista, ti si rompe il tubo della lavatrice e ti si allaga tutta casa? Hai la soluzione e la chiave inglese della misura giusta a portata di mano.

Pare, però, (e questo fa nascere in noi brutti pensieri) che la nostra Mariastrega abbia fatto avere al suo autista-idraulico una consulenza da migliaia di euro all’anno pagata dalla Regione Lombardia ( e dunque da noi): questa consulenza pare fosse dovuta a non meglio precisate competenze in possesso dell’uomo.Viene da ridere (o da piangere) pensando al fatto che la nostra Mariastrega ha imposto alla scuola italiana una dieta feroce, tagli dissennati alle ore di lezione, materie che, di punto in bianco, sono scomparse dall’orizzonte (latino al linguistico, storia dell’arte in molti indirizzi e via discorrendo).

Tutto questo in virtù di una politica del risparmio che – si diceva – si imponeva, almeno stando a ciò che dicevano la Ministra insieme al Ministro Bleso. Nel frattempo quelle stesse risorse, tanto preziose, soprattutto per noi, venivano dirottate verso obiettivi non del tutto limpidi.

Poi ci si lamenta se stiamo diventando tutti forcaioli e qualunquisti.

“Ho il dovere di avere coraggio”


Gaetano_Costa
In questi giorni sto preparando del materiale che mi servirà nel corso del prossimo anno scolastico e sto scrivendo degli articoli per il mio blog (appena agli inizi) sulla storia della mafia.
Per fare ciò mi ritrovo a studiare materiali d’archivio: atti processuali, interrogatori, inchieste varie.
Analizzando la vita del Procuratore Capo di Palermo Gaetano Costa, ucciso dalla mafia il 6 agosto del 1980, mi sono imbattuta in questa sua affermazione: “Ho il dovere di avere coraggio.”
A prima vista può sembrare una frase scontata, quasi banale, ma non è così.
Questo giudice – in anni in cui a Palermo i politici, le autorità, persino gli uomini di Chiesa negavano l’esistenza della mafia – ha sfidato l’isolamento, è andato dritto per la sua strada, non ha avuto paura delle conseguenze (che per lui sono state estreme) pur di mantenere viva una parola, che oggi è del tutto desueta: coraggio.
Questo giudice ha osato avere coraggio. Fino in fondo.
Penso che questa frase possa andar bene per guidarci nei prossimi mesi. Saranno mesi duri, sia che si decida di reagire, sia che si decida di restare a guardare.
Dovremo smettere di guardare la realtà dal chiuso della nostra sala-professori. Da lì non cambieremo niente. Da quella nicchia ovattata nessuno ci vede o ci ascolta.
E’ vero: in quanto nicchia, è protettiva, ma solo in apparenza. Rimanere chiusi lì non ci ha protetto dalla Controriforma della Mariastrega. Rimanere lì non ci ha protetto dalle tante – troppe – distorsioni che sono state operate ai danni del CCNL.
Rimanere lì non ci proteggerà dall’ennesima azione distruttrice voluta da chi di scuola non capisce nulla, da chi parla a favore di telecamera, da chi sa solo ripetere senza riflettere le veline prodotte da un ufficio-stampa.
Noi, che pure ne sappiamo più di loro, che abbiamo fondato la nostra competenza sul campo, abbiamo permesso loro di dirci come e cosa insegnare. Abbiamo permesso loro di intimorirci. Abbiamo permesso loro di fare a pezzi la nostra dignità.
A questo ha contribuito anche l’ignavia di tanti tra noi. Molti di noi hanno pensato che fosse meglio stare a vedere, cercare la protezione del Dirigente, mettere la testa sotto la sabbia.
A questa parte del mondo della scuola bisogna dare la sveglia una volta per tutte, perché se non reagiremo compatti, ci faranno a pezzi.


Effetto camera a gas

Il clima che i docenti respirano nella scuola alla quale appartengono è caratterizzato da un funzionamento analogo a quello che i docenti creano all’interno delle singole classi.
Se un insegnante non riesce ad instaurare con il gruppo classe un clima costruttivo, tutto il lavoro ne risentirà, perché l’aspetto emotivo è fondamentale per la sua riuscita.
Così è per ciò che riguarda i rapporti che si sviluppano tra insegnanti che lavorano in una stessa scuola e tra i dirigenti e gli insegnanti che da loro dipendono.
Un clima di insoddisfazione generalizzato risulta deleterio, porta con sé tensioni che alla fine creano danno a tutto l’istituto.
Mi è venuta in mente questa riflessione poco fa, dopo aver incontrato per strada una collega, depressa, perché in questi giorni, in cui siamo alle prese con le ultime interrogazioni e con gli ultimi compiti in classe, si ritrova ad essere schiacciata da riunioni su riunioni, tutto, a suo dire, per colpa del Dirigente:
“Non puoi capire! Ci impone dipartimenti straordinari, ordini di servizio per fantomatiche commissioni di correzione delle prove Invalsi! Non ne possiamo più, credimi!”
“Scusa, ma non puoi rifiutarti di fare alcune di queste riunioni, in particolare quelle che non sono previste dal piano annuale o dal CCNL, chiedendo una motivazione scritta che citi la norma sulla quale questi eventi straordinari poggiano?”
“Conosci la persona di cui stiamo parlando, no? Sai quanto riesce ad essere impossibile, vero?!” – mi ha risposto.
Certo, conosco la situazione.
Penso anche, come ho detto più volte, che alcuni dirigenti sono ormai in preda al delirio di onnipotenza e ci vorrebbe l’intervento di qualcuno in grado di limitare strapoteri e soprusi, già, perché ormai, sempre più spesso è di soprusi che si parla.
Se queste forzature avessero un senso – oltre che un ritorno dal punto di vista economico – si potrebbero forse anche accettare. Partecipare a riunioni insensate è quanto di più deleterio si possa immaginare, perché non si riesce a capire il criterio dal quale esse sono state originate, o l’obiettivo che hanno.
Quello che è inaccettabile è che molti dirigenti facciano leva sul sempre più diffuso senso di precarietà che ci caratterizza e ne approfittino per sfogare il loro bisogno di dimostrare il potere che hanno, quasi fossero autocrati ed autoreferenziali.
È da queste persone che la Ministra vorrebbe farci valutare? Ne è proprio certa? O forse, prima che siano utilizzati come valutatori, dovrebbero anche loro essere valutati, in particolare riguardo alle capacità che possiedono di “fare squadra”?

Suk


Ogni volta che penso al ministro Berlinguer, mi viene un moto di rabbia.
Già, perché è a partire dal suo ministero che le cose per la scuola e l’università hanno cominciato la loro discesa verso il basso, o comunque sono cambiate in modo del tutto negativo dal punto di vista della qualità.
Berlinguer è stato l’ennesimo ministro della Pubblica Istruzione arrivato dall’Università, ignaro dei più elementari meccanismi alla base del funzionamento della suola superiore; una volta insediatosi, ha applicato ricette giunte da chissà quale pensatoio, ben lontano dalla quotidiana realtà scolastica.
È a lui che è venuto in mente l’orrendo concetto di Piano dell’Offerta Formativa, che ha trasformato il mondo di chi crea cultura (Scuola ed Università) in un gigantesco suk.
Molti di noi conoscono bene il rito dell’orientamento e parecchi hanno fatto da accompagnatori della classi quinte della scuola secondaria superiore durante le giornate organizzate dalle università.
Qualche anno fa mi è capitato di fare da accompagnatrice ad una quinta; siamo andati alla Fiera di Roma e forse, come si dice in latino, anche in questo caso, nomen omen: una gazzarra incredibile, una fiera, appunto.
Eravamo circondati da stand, da cui si protendevano hostess, tutte prese dall’incombenza di distribuire gadget, depliants, cartelle colorate. Intorno una ressa di persone pronte ad accaparrarsi penne colorate e specchietti.
Un suk.
Ne sono uscita sconvolta.
Era questo il modo di avvicinarsi all’università? Si può scegliere il proprio futuro influenzati da una messa in scena stile “carosello”?
Per gli istituti superiori le cose non vanno certo meglio: ogni anno scatta la concorrenza all’ultimo cliente.
Bisogna rendere appetibile il Piano dell’Offerta Formativa.
È estremamente penoso vedere interi collegi dei docenti che cercano di escogitare “esche” in grado di attirare nuovi iscritti, assemblee che propongono nuovi indirizzi, quanto più possibile accattivanti, nati magari a scapito di altri, troppo “tradizionali”
“Ma lo sai che è successo nella scuola di Giuseppe?” – mi ha raccontato qualche giorno fa il mio amico Paolo – “durante il collegio dei docenti sono stati costretti a votare per un nuovo indirizzo – molto alla moda e “glamour”. Quando una collega si è al alzata per dire che, se fosse passata la proposta del Dirigente, lei, che lavorava su un indirizzo ormai vecchio e privo di “allure”, avrebbe perso delle ore e anche la titolarità sulla cattedra, il preside si è alzato inviperito e l’ha accusata di egoismo e di non capire la bontà della richiesta proveniente dall’utenza!”
Già.
Chi cerca di difendere il posto di lavoro diventa egoista, mentre è giusto entrare nell’agone della concorrenza, del “mercato”, nuovo dio in terra.
È il suk è ormai la nuova dimensione della formazione.

“Chi avete avuto l’anno scorso?”


Il nostro mestiere è a rischio ‘delirio di onnipotenza’. Ogni insegnante, si sa, nel suo intimo è convinto di non avere rivali su questa terra quanto a carisma, simpatia, competenze sulle sue materie.
Questa convinzione si palesa ogni volta che gli capita di prendere in mano una nuova classe, alla fine di un biennio o magari in sostituzione di un collega andato (beato lui!) in pensione.
Dopo le prime settimane di analisi della situazione quasi sempre sulle sue labbra affiora la fatidica frase (che è, a ben vedere, una interrogativa retorica): ‘Chi avete avuto l’anno scorso?’ oppure: ‘Ma il prof. Tizio, non vi ha spiegato questo aspetto basilare?’
Nella classe, ovviamente, un coro di testoline che fanno segno di no, è ovvio che non hanno fatto (bene) l’aoristo, o il congiuntivo esortativo o l’analisi del periodo, ecc. ecc.
Ecco una forma di narcisismo alla quale non dovremmo mai ricorrere (ma è molto difficile resistere…); troppo spesso, infatti dimentichiamo che all’interno della classe gli adulti dovremmo essere noi e saremmo obbligati al rispetto di chi ci ha preceduto, in primo luogo perché è segno di buona educazione, in secondo luogo perché la nemesi è sempre dietro l’angolo e l’anno prossimo le parti potrebbero invertirsi a nostro svantaggio.
La rivalità coi colleghi è una parte del nostro lavoro difficile da gestire, perché ha a che fare con parti di noi molto profonde e piuttosto viscerali; oltre a ciò bisogna capire che nessun corso di formazione ci ha insegnato a padroneggiare emozioni come queste ed è facile scivolare nella critica del lavoro altrui, o, peggio ancora, nella aperta denigrazione del collega davanti alla classe, magari perché quel collega ci è antipatico, o anche solo perché ci è sembrato poco competente.
Ricordo, alcuni anni fa, una collega che, per mettere alla berlina dei professori della sua stessa scuola, si esibiva di fronte ala classe in imitazioni di tic e piccole manie dei poveretti. Un’altra – davvero molto, molto scorretta – ha addirittura fatto sottrarre ad un’alunna un compito in classe, che poi ha corretto davanti alla ragazza, esprimendo un giudizio (ovviamente negativo) sull’elaborato corretto dal collega.
Queste sono ‘vittorie’ che non dovremmo mai cercare; sono sintomo di infantilismo, la spia di un ego ipertrofico che oltretutto arreca un danno all’immagine dell’istituzione in sé. Quale idea si faranno del mondo degli adulti i ragazzi, se vedono che un insegnante tiene un comportamento scorretto verso un collega? Riusciranno mai a dominare impulsi analoghi? Che opinione avranno rispetto alla sincerità?

Ma dove erano tutti quelli che oggi protestano per la scomparsa dello studio della storia dell’arte, quando la Mariastrega faceva a pezzi la scuola italiana?


In questi giorni circolano sul web messaggi di protesta per la scomparsa dell’insegnamento della storia dell’arte da molti degli indirizzi delle scuole medie superiori.

La protesta mi appare giusta. 

Il nostro è il paese che possiede la quantità più rilevante al mondo di beni culturali, ma è anche quello in cui tanti ragazzi escono da molti corsi di studi senza possedere gli strumenti culturali per stabilire se quella che hanno di fronte è una chiesa romanica o il tempio di Venere.

Tutto questo rammarico è giusto.

Tuttavia è in ritardo.

La Mariastrega Gelmini (o meglio: chi era dietro di lei…) anni addietro ha fatto a pezzi la scuola italiana. 

E nessuno si è mosso in modo efficace.

Lo studio del latino allo scientifico è stato reso una ben misera cosa ed i ragazzi già oggi non sono più in grado di affrontare l’analisi e la traduzione di un testo complesso, come invece prima accadeva.

Lo studio della geografia, accorpata alla storia, è stato deformato in modo da creare nelle teste dei ragazzi un guazzabuglio degno solo dell’identico guazzabuglio che si muove nel cervello dell’ideatore di questa schifezza.

Simili nefandezze sono state commesse, a livello di strutturazione delle materie, per tutti gli indirizzi scolastici.

Nel momento in cui esse sono state imposte, però, pochi si sono mossi con altrettanto zelo e con un martellamento mediatico che facesse capire all’opinione pubblica dove si sarebbe giunti.

Di sicuro non i sindacati, (ammorbiditi dalla torta dei Centri di Consulenza Fiscale) che si sono limitati a miagolare qualche timida obiezione, ma non hanno scatenato la guerra.

Nemmeno i docenti – me compresa – hanno fatto tutto quello che dovevano, salvo poi capire bene quando hanno capito (come è capitato a me) cosa significhi perdere posto e dover abbandonare la scuola in cui si lavorava e che si amava tanto e questo solo perché un Ministro della Repubblica, nella sua furia distruttrice della scuola italiana, si è mosso sulla base del suo principio “Con la cultura non si mangia”.