Est modus in rebus


Noi insegnanti spesso ci ritroviamo a discutere se sia o meno opportuno usare tablet e smartphone in classe, unitamente ai veri luoghi di perdizione: i social network.

Meglio bandirli del tutto o utilizzarli?

Non per fare della filosofia alla Catalano, ma sono dell’avviso che utilizzare in classe i supporti ed i social network non sia una scelta di carattere diabolico. Si può rivelare davvero efficace.

Bisogna – come è ovvio – capire quale sia la giusta modalità.

Per quanto mi riguarda, io opero da anni seguendo determinati criteri.

Credo innanzitutto che sia indispensabile tenere i ragazzi informati su ciò che accade nel mondo.

Da molti anni ho l’abitudine di utilizzare articoli di giornale, provenienti dalla testate più disparate, ma dando particolare importanza ad Internazionale, un periodico che propone articoli provenienti da tutto il mondo, con argomenti che vanno dalla psicologia, alla sociologia, dalla scienza alla politica internazionale.

Fino a qualche anno fa, a scuola, si potevano fare delle fotocopie, da leggere in classe.

Poi, sia per una questione di sensibilità ecologica, sia perché il Ministero ha imposto alle scuole delle politiche di austerità, le fotocopie sono diventate un miraggio.

Si è imposta, quindi, l’esigenza di cambiare strategia. In quegli anni avevo appena scoperto i social ed ho avuto un’idea, che poi a pensarci bene è anche ovvia.

Ho cominciato a creare delle pagine Facebook di classe, strutturate come gruppo chiuso, oppure segreto; di questo gruppo fanno parte i ragazzi della classe e anche i colleghi che desiderano farne parte.

In questo modo si possono postare link di articoli, oppure pubblicare screenshot da Internazionale, che, nel mio caso, acquisto in digitale ogni settimana.

Posso pubblicare approfondimenti sulle materie.

I colleghi possono fare altrettanto. Il nostro spazio di classe si rivela utile anche per comunicazioni urgenti o spostamenti degli impegni.

Durante la lezione, faccio accendere i telefonini e, utilizzando i supporti digitali, i ragazzi possono seguire la lettura degli articoli. Tutto molto semplice, veloce e funzionale.

Credo che siano moltissimi i colleghi che lavorano in questo stesso modo, con la consapevolezza che i social non siano necessariamente “il male”, ma che, come in ogni cosa, tutto dipende dal criterio utilizzato.

A pensarci bene, anche un libro, se tirato in testa a qualcuno, può fare del male. L’importante è utilizzarlo nel modo giusto.

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“Da l’altro”: la scomparsa delle preposizioni articolate



Alla metà degli anni Settanta Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera, lamentava la scomparsa delle lucciole; oggi, non solo le lucciole sono scomparse: si è annullata anche, in molti dei ragazzi che scrivono, anche la capacità di mettere insieme preposizioni semplici ed articoli, per dare vita a delle banalissime preposizioni articolate.
Si tratta di un fenomeno che ho cominciato a notare da qualche tempo. Non si tratta di ragazzi DSA, o di allergici cronici alla grammatica: sono spesso i ragazzi più bravi a parlare o a scrivere, che incappano in un errore così banale, ma anche tanto indicativo.
È infatti il sintomo lampante della sciatteria in cui la scuola è scivolata negli ultimi anni. Si diffondono progetti “Smart”e “cool”, ma ci si dedica poco, molto poco, all’umile è poco gratificante grammatica.

Difficile fare peggio



Capita sempre più spesso , a noi che invecchiamo, di fare pensieri ossessivi. Da non dormirci la notte.
Il mio, da un punto di vista professionale, è la legge 107/2015.
Da quando, nonostante le proteste e gli scioperi, questa “riforma” è stata imposta al mondo della scuola, non smetto di chiedermi come sia stato possibile commettere un errore di questa portata, sia dal punto di vista pedagogico, sia da quello politico.
Il primo punto non mi scandalizza più di tanto: dopo gli orrori compiuti dalla Mariastrega, noi docenti, così come tutto il personale della scuola, siamo stati costretti ad osservare e a a subire impotenti ogni orrore pedagogico.
Renzi ed il suo esecutivo hanno infierito sulla scuola, certo, ma non dobbiamo dimenticare nemmeno per un secondo che la Mariastrega, ed il suo dominus Tremonti, hanno fatto passare davanti ai media come una “riforma”, quella che nella realtà era la distruzione della scuola: il depotenziamento del latino nei licei, scientifico e linguistico in primis, la demolizione di materie importantissime quali la storia e, soprattutto, la geografia, la distruzione di sperimentazioni importanti, quali le sezioni di bilinguismo nei licei scientifici, sono solo esempi del modo sconsiderato, sciatto e criminale in cui la scuola è stata avvilita ed affossata.
Quei due hanno fatto da apripista.
Il tutto – non dimentichiamolo mai – per risparmiare, in base all’assunto (che solo ad un commercialista, quale in fondo è Tremonti, poteva venire in mente) che “con la cultura non si mangia”.

Non bisogna dimenticare nemmeno la campagna sconsiderata per imporre le cosiddette “competenze” (che solo pochi esseri al mondo – due o tre, credo – hanno compreso nel loro reale significato), a scapito delle conoscenze, deve ancora essere vendicata.
Ma non va dimenticata.

Intanto i nostri ragazzi “competenti”, in questi anni sono diventati sempre più incapaci di scrivere un testo, sono sempre più in difficoltà nella lettura di brani, anche semplici, a dispetto di tutte le roboanti campagne di misurazione, come nel caso dell’altro gioiello, l’INVALSI.
Su questo cumulo di rovine si è innestata la 107.
Dopo l’arrivo di Renzi al governo le cose sembravano promettere bene: a parole diceva che la scuola sarebbe tornata al centro della politica del governo. Mi pareva un ottimo inizio.
Noi insegnanti aspettavamo segnali confortanti, ne avremmo avuto un maledetto bisogno.
Invece, tutto questo balletto di dichiarazioni è stato l’esordio della rovina, soprattutto politica, per il Governo, ma, di riflesso, anche per noi.
Molte volte mi sono chiesta come sia stato possibile commettere una serie così precisa e così azzeccata di errori di carattere tattico, tali da portare alla distruzione del consenso di cui il PD aveva goduto fino ad allora nel mondo della scuola.
Pura insipienza.
Bisogna possederne parecchia, infatti, per non capire che mettersi contro tutto – ma proprio tutto – il mondo della scuola avrebbe portato al partito ad una pesantissima perdita in termini di consensi in tutto il Paese.
Una perdita capace di minare la stabilità del Governo, di condizionare l’andamento di referendum ed elezioni.
Come è possibile che si sia stati tanto miopi, tanto arroganti?
Quali ricatti politici inconfessabili possono esserci dietro?
Quale ignoranza dei meccanismi del mondo scolastico, anche dei più semplici da capire, si è celata in questo modo ostinato e distruttivo di procedere?
Ecco, questi sono i miei pensieri ossessivi, da un paio di anni a questa parte. E non ne vengo a capo.

Voci di corridoio


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Sarà stata la recente assemblea sindacale, oppure il fatto che tra pochi mesi (forse) voteremo, ma mi capita sempre più spesso di ritrovarmi a parlare di politica con i colleghi. Non con tutti, ovviamente, ma con quelli con i quali mi trovo maggiormente in sintonia, perché, come accade in tutti i luoghi di lavoro, alcuni colleghi si guardano bene dall’esprimere la pur minima opinione personale (non si sa mai!), altri fanno davvero cadere le braccia per il qualunquismo e la superficialità delle loro affermazioni.

Quello che emerge è uno scoramento senza fine, generalizzato.

La batosta del governo Renzi è ancora tutta lì.

La nostra categoria si sente tradita ed avvilita, a causa di una classe politica  (tutta) poco affidabile e totalmente impreparata sulle questioni relative alla scuola.

Ci sono alcuni che credono che basti sventolare le parole “onestà” e “anti-casta” per garantirsi un seguito (è molto spesso, purtroppo, va così). Altri procedono imperterriti lungo i soliti luoghi comuni.

Quello che ci scandalizza di più, tuttavia, è il fatto che – pur risultando clamorosamente impreparati – quasi tutti gli esponenti politici, a prescindere dallo schieramento, hanno sempre in tasca la loro ricetta per mettere ordine nell’indisciplinato mondo dell’istruzione.

E quasi sempre è una “fake-ricetta”. Una fregatura, insomma!

 

Noi professori siamo ormai in balìa degli improvvisatori, oserei dire degli imbonitori: c’è chi promette e giura che abolirà “La Buona Scuola” (e non sa, o non ricorda, che anni fa ci fu chi promise (e giurò) che avrebbe abolito la Riforma Moratti, poi la Riforma Gelmini), chi promette per noi fulgidi orizzonti di gloria, che poi si riveleranno come i soliti fondali di cartone, rubati a qualche produzione cinematografica fallita.

Nessuno che osi proposte concrete come: “rimetteremo al centro il Contratto Collettivo” o “differenzieremo lo stipendio di chi a casa deve lavorare anche nei periodi di festa” o “aboliremo il carico di burocrazia insensata, inventato solo per rendervi la vita impossibile” “diminuirà il numero degli alunni per classe”, e via dicendo.

Ecco, queste sono alcune delle cose che ci interesserebbero davvero. Queste sono le cose di cui parliamo più spesso tra noi, nei corridoi, come carbonari.

Se il mondo politico fosse caratterizzato da persone sagaci – ma non lo è, purtroppo- ascolterebbe con attenzione le voci di corridoio. Nei corridoi di tutta la nazione. Non credo che ne gioirebbe.

 

Assemblea Sindacale


Finalmente un’assemblea sindacale affollata e partecipata!

Oggi, 13 novembre, dovrebbe ripartire il confronto ufficiale tra Sindacati e Governo sul rinnovo contrattuale, un tema molto importante per tutti noi, e stamattina nella mia città c’è stata un’assemblea con una partecipazione di lavoratori della scuola che non si vedeva da anni.

Di sicuro eravamo tutti curiosi di conoscere le iniziative che i sindacati intendono portare avanti per difendere i nostri diritti.

Perché questo chiediamo: che riprendano il ruolo che hanno abbandonato da anni e finalmente spezzino ogni forma di collusione col potere. Abbiamo bisogno di una cosa talmente evidente, da sfiorare il lapalissiano: di un sindacato che faccia il sindacato.

In questi anni di berlusconismo e di renzismo, troppo spesso ci siamo sentiti abbandonati a noi stessi, in balìa di poteri sempre più invadenti e prepotenti. Al neoliberismo della politica berlusconiana si è sostituito un neoliberismo non troppo diverso, sia nelle impostazioni, che nelle imposizioni. Solo che proveniva da chi – almeno in teoria – avrebbe dovuto difendere i nostri diritti, non minarli. Dalla sinistra.

Se ripenso ai giorni, alle settimane, che hanno preceduto l’approvazione della 107/2015, mi torna in mente il senso di stupore, lo stato d’animo proprio di chi ha vissuto sulla propria pelle una delusione cocente ed inaspettata.

Si blaterava di “mettere al centro” la scuola e, di fatto, si umiliava una classe di lavoratori che non aveva certo bisogno di essere ulteriormente svilita.

La nostra rabbia – la reazione esasperata di tanti al referendum di dicembre – arriva tutta da quei giorni.

Se penso a Renzi, mi viene in mente questo: rabbia.

Rabbia, soprattutto per il gigantesco spreco di energie e perché in questo modo è stato svuotato e dissipato un bacino elettorale che, da sempre, costituiva lo zoccolo duro della sinistra.

L’arrivo di Gentiloni ha mitigato un po’ le cose, ma gli insegnanti ormai non si fidano più. Prima di entrare nei seggi elettorali vogliono avere rassicurazione e, soprattutto, concretezza, almeno dai politici. Dai sindacati vogliono una contrattazione degna di questo nome, se non nella parte economica, almeno in quella normativa.

Se non riusciremo in questo prima delle elezioni, non ci sarà più tempo. La destra ci farà a pezzi. Non vedono l’ora!

Questa è l’unica certezza.

…sì, però lui ha cominciato per primo!


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Ho lottato contro l’approvazione della legge 107/2015. L’ho fatto utilizzando tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione dei lavoratori. Ho scioperato. Ho protestato.

Ho perso. Con tutti i miei colleghi.

Nel momento in cui – nonostante la mobilitazione di massa – la legge è stata a tutti i costi  fatta passare, ho criticato e, nel tempo, continuato a criticare tutti gli aspetti che non condividevo della cosiddetta “Buona Scuola”.

Nel fare questo mi sono data una regola: evitare di usare toni sguaiati e aggressivi. Questa scelta non mi è sembrata gravosa: fa parte del mio modo di essere.

Premesso tutto questo, resto un po’ sorpresa dalle affermazioni del Ministro della Pubblica Istruzione, a proposito delle dichiarazioni rese dagli insegnanti.

Secondo il Ministro, troppo spesso essi sono offensivi, soprattutto quando parlano di “Presidi-sceriffi”, riferendosi ai nuovi poteri dei DS, o di ” deportazioni”, a proposito del caos-trasferimenti dello scorso autunno.

Vorrei tanto che il medesimo richiamo alla moderazione fosse stato, nel tempo, prevalente nella classe politica, specie quando si parla di scuola.

Gli attacchi più sguaiati nei nostri confronti sono invece arrivati da lì. Le osservazioni maggiormente impegnate di qualunquismo, le ho ascoltate dalla classe politica.

Non si calcolano le aggressioni ( spesso pesanti) perpetrate ai nostri danni negli ultimi anni: dapprima siamo stati indicati come i fannulloni per eccellenza (tre mesi di vacanza, solo diciotto ore di lavoro a settimana); poi come i colpevoli del degrado complessivo della scuola. Qualcuno ci ha accusato addirittura di praticare una sorta di luddismo.

Il caro Silvio, nel 2011, affermava che gli insegnanti sono in gran parte caratterizzati da “valori contrari alla famiglia”. Sempre nello stesso anno la Mariastrega (si potrà dire? o è troppo offensivo, chiamarla così?), riferendosi a chi contestava la sua riforma, insinuava che i contestatori che scendevano in piazza avevano però i figli nelle scuole private.

Sempre nello stesso anno,  sempre la Mary, per giustificare il fatto che la categoria – nonostante lei lo avesse auspicato e promesso- non avrebbe avuto aumento salariale, spiegò la sua retromarcia dicendo: “Avremmo voluto pagare i docenti di più, ma crescono all’infinito e la paga si è proletarizzata!”

(…questi insegnanti che sembrano riprodursi per partenogenesi, sono particolarmente inquietanti…)

Con la destra è stato un disastro, ma con il governo di sinistra (?) le cose sono spesso peggiorate.

Nell’autunno del 2014 il sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Faraone, giustificava le occupazioni delle scuole da parte degli studenti come “lotta all’apatia”.

Insegnanti apatici, dunque.

Tuttavia, questo va detto, il premio “The winner is…” va a furor di popolo a Rondolino, che, di fronte alle proteste dei docenti, nel 2015, sperava proprio che la polizia riempisse di botte coloro che avevano osato protestare in piazza contro il governo.

Si potrebbero citare decine di esempi di aggressioni, verbali e non, verso gli insegnanti, ma è chiaro che sembra un po’ comico che arrivi proprio dalla classe politica, che ha iniziato da lunghissimo tempo la sua manovra di attacco al mondo della scuola, l’invito a moderare i toni.

E fa ancora più ridere il fatto che l’invito a moderare i toni passi attraverso la minaccia di sanzioni e licenziamenti.

Da parte di una donna che di mestiere ha fatto la sindacalista per buona parte della sua vita.

Questo non fa ridere.

Bah…

“…e poi ti guardano torvi, come se tu ostacolassi la loro vena artistica!”


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Sapete bene che il mio collega Paolo ha l’arrabbiatura facile.

Mi capita spesso di ascoltare  e di calmare – tra un caffè ed un cappuccino – i suoi sfoghi, mentre ce ne stiamo seduti al bar, a fare due chiacchiere.

Giovedì era inviperito per un’abitudine che si è diffusa nella sua scuola, un istituto tecnico della nostra provincia.

Qualcuno ha deciso che, per incrementare la “creatività” degli alunni, tutte le aule di quella scuola verranno decorate con disegni realizzati e colorati dagli stessi ragazzi.

Ormai è una moda.

Un’altra collega pochi giorni fa mi ha descritto un’attività quasi identica, portata avanti nella sua scuola per motivi diversi, però.

“Dobbiamo coprire i buchi sulle pareti della palestra, mia cara!  Lo sai perché? Proviamo vergogna per i ragazzi che arrivano dall’estero, quelli dell’Erasmus. Lassù hanno scuole bellissime, nuovissime! Noi abbiamo dei buchi orrendi sulle pareti e l’unico modo per risolvere la situazione è coprire con dei pannelli colorati quei buchi, sperando che le voragini non si notino troppo!”

Nell’istituto di Paolo, tuttavia, invece di fare come si fa nella gran parte delle scuole, che considerano tutte queste, compresa la pittura nelle aule, come attività accessorie e pomeridiane, tutto accade durante la mattinata, mentre si dovrebbero svolgere le lezioni: nei corridoi c’è un continuo via vai di persone che migrano verso il laboratorio di disegno. Un flusso ininterrotto.

“Ti pare possibile? Arrivo in classe. Non ho nemmeno il tempo di firmare, di aprire il registro elettronico e subito vedo levarsi per aria la selva di mani di quelli che chiedono il permesso di andare a disegnare!”

“E tu?!”

“Scherzi?! Io non li faccio uscire! Pretendo che rimangano a fare lezione! Abbiamo perso una quantità incredibile di tempo con la pausa didattica, con i progetti più insensati, magari per andare a vedere il ciclo di riproduzione delle primule nei boschi! Le varie Alternanze scuola- lavoro sottraggono ore ed ore alle lezioni ed io dovrei pure mandarli ad imbrattare una tela durante le poche ore che restano di attività vera?!”

“…e loro? Come reagiscono? E tu? Perché sei così intollerante? Guarda che la tua Dirigente non la prenderà tanto bene. Ostinarsi a fare lezione secondo i soliti, vecchi, scontati modi, non fa di te un insegnante moderno! Sei a rischio trasferimento!”

Paolo si è messo  a ridere. Sa bene che stavo scherzando.

L’anno scorso mi ha descritto lo stesso fenomeno con i medesimi toni indignati ed io ho approvato la sua indignazione.

“Loro mi guardano con uno sguardo torvo, carico di odio. È chiaro che mi giudicano come quello che impedisce la realizzazione di un talento artistico in potenza. Restano seduti nei banchi, ma friggono di rabbia e vorrebbero essere altrove! Di sicuro non a fare lezione con me!”

Si parla tanto – in questi giorni- dell’incapacità che molti giovani hanno di leggere, comprendere ed analizzare un testo complesso. Dell’incapacità di elaborare e scrivere un testo complesso.

Come volete che si apprenda a scrivere un testo, a capire un testo, se non lavorando sulla complessità della lingua? Come si può pensare di riuscirci,  se non esercitandosi nella lettura e nella scrittura, ora dopo ora, nel silenzio della classe?

Bisogna tornare all’artigianato, nel nostro mestiere.

Ma questo non è molto “smart”.

 

 

Scusate, ma dov’erano D’Alema e i dalemiani quando il Parlamento votava la 107?


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Leggo dalla stampa che Massimo D’Alema, lo scorso 20 febbraio, durante un convegno  ha espresso pubblicamente un dubbio per lui angosciante.

“Come mai il PD continua ad attaccare gli insegnanti, che, da sempre, sono (stati) la base solida dell’elettorato di sinistra?”

Caro Onorevole D’Alema, come insegnanti e lavoratori della scuola in generale, anche noi da due anni ci poniamo lo stesso interrogativo.

Anche noi vorremmo davvero sapere il perché di tanto accanimento, il perché di tanta perseveranza nell’inseguire idee assurde (vedi: Alternanza Scuola-lavoro, vedi: tutta la legge 107), il perché dell’insistenza folle a voler demolire l’amor proprio di una categoria di lavoratori che di tutto avrebbe avuto bisogno – all’insediamento di un governo di centrosinistra – tranne che di veder prolungare la serie di umiliazioni subite nei dieci anni precedenti.

Tuttavia anche noi insegnanti vorremmo sapere una cosa: dove si trovava Lei, (che ora non siede più in Parlamento, ma ha una grande influenza nel Partito) dove i suoi fedelissimi, all’atto delle votazioni in Parlamento della legge 107/2015? Perché non vi siete opposti fino allo stremo, lasciando che i poveri derelitti (legga: scemi) scioperassero compatti, senza essere ascoltati da nessuno?

In questi i giorni i tassisti bloccano illegalmente  le città e vengono convocati dal governo.

Noi abbiamo correttamente scioperato a decine di migliaia e non siamo stati presi in considerazione.

Saremmo felici di avere una risposta, ma La preghiamo di porsi le domande giuste. Tutte quante!

Grazie.

La scelta più giusta da fare sarebbe quella di diminuire il numero degli alunni in classe…


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Domanda: “Come si fa a lavorare sulla scrittura di un ragazzo, sulle sue difficoltà in particolare, quando ci si trova ad operare con più di trenta alunni in una classe?”

Risposta: “Non si può.”

La scrittura ed il potenziamento di questa capacità  richiedono tempo e percorsi individualizzati all’interno del gruppo classe: non si riesce ad essere efficaci, se ci si deve troppo diluire, come si è costretti a fare oggi.

I ragazzi hanno bisogno di interventi mirati, azioni personalizzate, attenzione per i loro problemi individuali.

Questi interventi possono essere portati a termine in modo efficace solo dall’insegnante della classe, che conosce a fondo i ragazzi, sa dove si deve agire. Sa come agire.

Tutto ciò risulta, però, difficile da realizzare, all’interno dei meccanismi di quella infernale catena di montaggio di cui noi operatori della scuola ormai siamo ormai gli ingranaggi, a partire dalla Mariastrega, fino a giungere alle vuote ciance della cosiddetta Buona Scuola.

Le responsabilità per quello che sta emergendo ci sono. E sono tutte politiche.

Tutti i politici sono stati responsabili. Da chi ha guidato i governi, a chi ha detto che con la cultura non si mangia, a chi ha irresponsabilmente collocato su certe poltrone persone che di scuola non sapevano nulla. Nulla.

Tutti hanno sottratto tempo e risorse importanti alla scuola, quella vera. Alle cose da fare in classe. Sono state tagliate migliaia di cattedre, tagliate via ore di lezione importantissime. È stata eliminata ogni forma di reale approfondimento, per lasciare il posto alla perdita di tempo, ai progetti, alle ciance, appunto.

Il tempo per il lavoro serio è sparito. Non solo: le classi sono state riempite di ragazzi fino a raggiungere numeri insostenibili per un lavoro appena decente.

Come si fa a dedicare tempo alle lacune di un ragazzo se ci si trova davanti a trenta-trentadue persone, tutte bisognose di attenzione e dedizione?

Dove troviamo, noi insegnanti, il tempo e e le energie, la motivazione per fare tutto questo, visto che da anni veniamo derisi, insultati, depressi in ogni modo?

Ah, già! Noi siamo – nella vulgata – la quintessenza dell’essere fannulloni. Non si è giocato forse a screditarci in modo continuo, giocando irresponsabilmente sulla nostra pelle e sul nostro lavoro?

Giornalisti e politici – i Grandi  Moralizzatori della Nazione – non pretendevano – addirittura!- che fossero aumentate le nostre ore di lezione, senza darci nemmeno un euro di aumento dello stipendio?

(E ci si meraviglia, poi, se gli insegnanti, come cittadini, si sono buttati a pesce su ogni forma di populismo, di rabbia popolare? Se, in alcuni casi, hanno anche smesso di lavorare seriamente?)

Ora, dunque, cosa si pretende da noi?

Dovremmo mettere un pannicello caldo sui disastri che tutti ( o quasi) i Ministri della Pubblica Istruzione hanno avallato o provocato da venti anni a questa parte?

La famosa “Lettera dei Seicento” di qualche giorno fa, non fa che sancire una situazione che noi operatori vediamo con i nostri occhi tutti i santi giorni, da anni: essa ha solo reso noto a tutti come – sempre di più- i ragazzi presentino gravissime lacune nella scrittura.

È vero. Proprio vero.

I ragazzi spessissimo non conoscono la grammatica, non conoscono la sintassi, non sanno scrivere, non riescono a capire quello che leggono, usano a sproposito le parole e presentano una allarmante povertà nel loro corredo lessicale.

Tutto vero.

Non sono tutti ridotti così, ma molti sì.

Che fare?

È una domanda che mi pongo di continuo, alla quale cerco di dare una risposta, perché credo che il nostro dovere di insegnanti sia quello di far sì che dalle nostre aule escano delle persone capaci di capire e di farsi capire, due momenti ancora essenziali, ancora importanti in un mondo che sembra dare spazio e importanza solo alla tecnologia.

Al “saper fare”.

E allora, il primo passo da fare è quello di permettere che lavoriamo in classi composte al massimo di venti-ventidue ragazzi.

Ci serve una scuola che ci permetta di lavorare, e bene, con i nostri ragazzi, nelle classi, non nei pollai.

 

 

“Professoressa, non sono d’accordo con Lei!”


punto interrogativo

Domenica scorsa, su Il sole 24 ore, Claudio Giunta ha pubblicato un interessante articolo, intitolato “Scrivere bene potrebbe non essere più così importante”, all’interno del quale descrive una situazione molto diffusa: quella degli studenti universitari delle facoltà umanistiche (e non solo), che non sono più in grado di esprimersi in un italiano accettabile dal punto di vista formale, ma che, alla fine, si ritrovano a superare gli esami di italiano, anche scritti, poiché i docenti si rendono conto che quello che quei giovani universitari hanno dato è anche il massimo di quanto potranno mai dare.

Vengono promossi per sfinimento.

Più o meno cinque anni fa mi sono trovata in una situazione analoga.

Ero stata da poco trasferita in un liceo classico, dopo aver perso posto nella scuola nella quale avevo prestato servizio fino all’anno scolastico precedente.

Come ultima arrivata mi sono ritrovata subito subito con una bella “polpetta avvelenata”: due quinte di circa trenta ragazzi da seguire per italiano e latino, entrambi previsti negli scritti finali.

Una faticata immane.

In una di queste classi Ho avuto a che fare con una situazione difficilissima, con difficoltà diffuse nella produzione scritta (analisi del testo, saggio breve, articolo di giornale…) mai viste in precedenza, in ragazzi di un liceo classico.

Le carenze nelle strutture di base erano allarmanti e non avrei potuto fare proprio nulla in quei pochi mesi.

Nemmeno una bacchetta magica – magari potente – avrebbe potuto rimediare.

Mi colpì – in quella situazione così allarmante – l’atteggiamento di un ragazzo.

I suoi scritti erano gravemente insufficienti, sotto ogni punto di vista: l’ortografia, la consecutio temporum, la coerenza logica, la capacità di partire da un punto di un ragionamento per giungere ad un altro, senza perdersi, senza perdere il filo.

Con molta pazienza, ogni volta mi mettevo a correggere quei terribili “blob” che mi presentava, per  far sì che, almeno, gli si chiarisse qualche cosa, si aprisse in lui uno spiraglio.

Sulla colonna di destra del foglio protocollo, mi ingegnavo a mettere ordine in quel caos, spesso senza riuscirci.

Puntualmente, durante la consegna degli elaborati e la discussione delle correzioni, quel ragazzo si avvicinava alla cattedra, indicava le correzioni, riguardanti parole usate fuori contesto, tempi verbali dissonanti tra loro, ortografia che gridava vendetta al cospetto di Dio e, guardandomi, mi diceva:

“Professoressa, IO non sono d’accordo con lei!”

Quasi balbettando, cercavo di fargli capire che il fatto che gli avessi corretto la grafia della parola “celebrale”, mettendo quella giusta “cerebrale”, non poteva richiedere il suo assenso, o la sua approvazione.

Cercavo di fargli capire che potevano esserci contrasti, o diversità tra di noi sulle idee, ma non sulla forma, poiché la grammatica è – nella stragrande maggioranza dei casi –  una e una soltanto.

Ebbene: in tutto l’anno scolastico la scena si è ripetuta ogni volta e, puntualmente, il poveretto si è allontanato dalla cattedra convinto di avere subito un intollerabile torto. Il suo volto era sempre scontento e frustrato. Mai gli è passato per la mente di essere un ragazzo con lacune gravissime nella lingua italiana.

La cattiva ero io.

Ovviamente è stato promosso all’Esame di Stato.

Leggendo l’articolo di Claudio Giunta, mi è tornato in mente quel ragazzo e tutti quelli come lui, che non hanno la consapevolezza delle enormi lacune che possiedono e magari frequentano, pur con scarso profitto, facoltà umanistiche, con il rischio concreto che questi analfabeti di ritorno arrivino, prima o poi, ad essere docenti in qualche liceo.

Cosa mai potrebbero insegnare a dei ragazzi?

Non sono d’accordo con ciò che Giunta afferma, che la forma corretta dell’italiano sia destinata a sparire o, al massimo, ad essere coltivata all’interno di qualche “enclave” di cultori della bella scrittura.

Continuo a pensarla come Nanni Moretti.

Chi parla (e scrive) male, pensa male e questo non va bene.

Sullo sfacelo linguistico che ci circonda è doveroso e urgente intervenire in qualche modo. Niente di roboante.

Per esempio, si potrebbe  abbandonare al suo destino questa indecenza dell’alternanza scuola-lavoro per ritornare, non dico al dettato ed al copiato, ma alla pratica seria della scrittura.

Questo sì.