Est modus in rebus


Noi insegnanti spesso ci ritroviamo a discutere se sia o meno opportuno usare tablet e smartphone in classe, unitamente ai veri luoghi di perdizione: i social network.

Meglio bandirli del tutto o utilizzarli?

Non per fare della filosofia alla Catalano, ma sono dell’avviso che utilizzare in classe i supporti ed i social network non sia una scelta di carattere diabolico. Si può rivelare davvero efficace.

Bisogna – come è ovvio – capire quale sia la giusta modalità.

Per quanto mi riguarda, io opero da anni seguendo determinati criteri.

Credo innanzitutto che sia indispensabile tenere i ragazzi informati su ciò che accade nel mondo.

Da molti anni ho l’abitudine di utilizzare articoli di giornale, provenienti dalla testate più disparate, ma dando particolare importanza ad Internazionale, un periodico che propone articoli provenienti da tutto il mondo, con argomenti che vanno dalla psicologia, alla sociologia, dalla scienza alla politica internazionale.

Fino a qualche anno fa, a scuola, si potevano fare delle fotocopie, da leggere in classe.

Poi, sia per una questione di sensibilità ecologica, sia perché il Ministero ha imposto alle scuole delle politiche di austerità, le fotocopie sono diventate un miraggio.

Si è imposta, quindi, l’esigenza di cambiare strategia. In quegli anni avevo appena scoperto i social ed ho avuto un’idea, che poi a pensarci bene è anche ovvia.

Ho cominciato a creare delle pagine Facebook di classe, strutturate come gruppo chiuso, oppure segreto; di questo gruppo fanno parte i ragazzi della classe e anche i colleghi che desiderano farne parte.

In questo modo si possono postare link di articoli, oppure pubblicare screenshot da Internazionale, che, nel mio caso, acquisto in digitale ogni settimana.

Posso pubblicare approfondimenti sulle materie.

I colleghi possono fare altrettanto. Il nostro spazio di classe si rivela utile anche per comunicazioni urgenti o spostamenti degli impegni.

Durante la lezione, faccio accendere i telefonini e, utilizzando i supporti digitali, i ragazzi possono seguire la lettura degli articoli. Tutto molto semplice, veloce e funzionale.

Credo che siano moltissimi i colleghi che lavorano in questo stesso modo, con la consapevolezza che i social non siano necessariamente “il male”, ma che, come in ogni cosa, tutto dipende dal criterio utilizzato.

A pensarci bene, anche un libro, se tirato in testa a qualcuno, può fare del male. L’importante è utilizzarlo nel modo giusto.

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Ragazze, dobbiamo imparare a volerci bene. Davvero.


32D33A5C-89A4-4B2B-8142-0CD62B53A05DProprio ieri sera leggevo, su Internazionale, un bell’articolo di Rebecca Solnit sulla violenza contro le donne.

L’ho messo da parte per leggerlo in classe. Contiene delle osservazioni molto interessanti, su cui ognuna di noi dovrebbe riflettere. Ne voglio parlare con i miei ragazzi.

Soprattutto con le ragazze.

Noi donne non abbiamo ancora imparato a volerci bene.

Decenni di femminismo, almeno nelle società occidentali, non sono bastati a metterci al riparo dalla violenza esercitata dagli uomini.

Parrebbe piuttosto il contrario: da qualche anno a questa parte sembrerebbe essere rientrato dalla finestra ciò che credevamo di aver chiuso fuori dalla nostra porta.

Abbiamo forse sbagliato a dare per scontate vittorie che non erano ancora tali, che avevano bisogno di un consolidamento maggiore.

Il lavoro che abbiamo di fronte è ancora tanto: c’è da costruire, nelle donne che siamo, soprattutto la solidità interiore, la convinzione che non abbiamo bisogno dell’approvazione di nessuno, e men che meno di un uomo, per avere considerazione di noi stesse.

Una donna solida interiormente verrà difficilmente scalfita da un uomo con tendenze distruttive, perché lei non si farà nemmeno avvicinare da una personalità disturbata.

I drammi, infatti, scattano nel momento in cui una donna fragile permette che un uomo disconfermante si infiltri nelle crepe della sua autostima. Se invece l’autostima  è solida, nessuna critica, nessun giudizio negativo potrà arrivare a minare un edificio che nella sua sostanza ha delle buone fondamenta.

La violenza, infatti, non ha a che fare soltanto con i casi di cronaca che, per fortuna, per quanto terribili, sono assai limitati.

La vera violenza contro le donne, come ho letto da qualche parte, “ha le chiavi di casa”, proviene dalle persone con cui troppo spesso, purtroppo, condividiamo la quotidianità.

È diffusissima, capillarmente infiltrata.

Molte di noi sanno, infatti, che senso di paura si prova ad infilare la chiave nella serratura di casa, sapendo che potrebbe succedere qualcosa di tremendo.

Molte di noi hanno provato l’angoscia che si prova a procrastinare il momento di tornare a casa, restando al lavoro con qualsiasi pretesto.

Molte di noi hanno sperimentato l’inquietudine che nasce davanti al weekend, o alle vacanze, troppo pieni di ore da trascorrere “nell’intimità familiare”.

Moltissime di noi sono restate in silenzio, non hanno raccontato che troppo tardi ciò che accadeva in casa, convinte che fosse colpa loro, che nessuno avrebbe creduto. Terrorizzate anche solo all’idea di vedere arrivare in casa la polizia, spaventate dall’idea di essere chiamate a giustificarsi.

Perché, diciamolo: molte di noi sono convinte di avere delle colpe. Che se una persona stimata, ammirata, quale è il loro marito o il loro compagno, reagisce con una violenza tanto pervasiva, una parte delle colpa deve essere loro, delle donne.

È su questo aspetto che noi donne siamo chiamate a lavorare, tanto come educatrici, quanto come autoeducatrici. Finché non avremo introiettato l’idea che il rispetto è una cosa da pretendere, che nessuno a ha il diritto di imporci come dobbiamo essere, gli uomini si arrogheranno tale diritto e nessuna manifestazione con le scarpette rosse inciderà davvero nel profondo.

Allontaniamo da noi i rapporti che ci avvelenano l’anima, prima che sia troppo tardi. Parliamone.

 

 

 

“Da l’altro”: la scomparsa delle preposizioni articolate



Alla metà degli anni Settanta Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera, lamentava la scomparsa delle lucciole; oggi, non solo le lucciole sono scomparse: si è annullata anche, in molti dei ragazzi che scrivono, anche la capacità di mettere insieme preposizioni semplici ed articoli, per dare vita a delle banalissime preposizioni articolate.
Si tratta di un fenomeno che ho cominciato a notare da qualche tempo. Non si tratta di ragazzi DSA, o di allergici cronici alla grammatica: sono spesso i ragazzi più bravi a parlare o a scrivere, che incappano in un errore così banale, ma anche tanto indicativo.
È infatti il sintomo lampante della sciatteria in cui la scuola è scivolata negli ultimi anni. Si diffondono progetti “Smart”e “cool”, ma ci si dedica poco, molto poco, all’umile è poco gratificante grammatica.

Difficile fare peggio



Capita sempre più spesso , a noi che invecchiamo, di fare pensieri ossessivi. Da non dormirci la notte.
Il mio, da un punto di vista professionale, è la legge 107/2015.
Da quando, nonostante le proteste e gli scioperi, questa “riforma” è stata imposta al mondo della scuola, non smetto di chiedermi come sia stato possibile commettere un errore di questa portata, sia dal punto di vista pedagogico, sia da quello politico.
Il primo punto non mi scandalizza più di tanto: dopo gli orrori compiuti dalla Mariastrega, noi docenti, così come tutto il personale della scuola, siamo stati costretti ad osservare e a a subire impotenti ogni orrore pedagogico.
Renzi ed il suo esecutivo hanno infierito sulla scuola, certo, ma non dobbiamo dimenticare nemmeno per un secondo che la Mariastrega, ed il suo dominus Tremonti, hanno fatto passare davanti ai media come una “riforma”, quella che nella realtà era la distruzione della scuola: il depotenziamento del latino nei licei, scientifico e linguistico in primis, la demolizione di materie importantissime quali la storia e, soprattutto, la geografia, la distruzione di sperimentazioni importanti, quali le sezioni di bilinguismo nei licei scientifici, sono solo esempi del modo sconsiderato, sciatto e criminale in cui la scuola è stata avvilita ed affossata.
Quei due hanno fatto da apripista.
Il tutto – non dimentichiamolo mai – per risparmiare, in base all’assunto (che solo ad un commercialista, quale in fondo è Tremonti, poteva venire in mente) che “con la cultura non si mangia”.

Non bisogna dimenticare nemmeno la campagna sconsiderata per imporre le cosiddette “competenze” (che solo pochi esseri al mondo – due o tre, credo – hanno compreso nel loro reale significato), a scapito delle conoscenze, deve ancora essere vendicata.
Ma non va dimenticata.

Intanto i nostri ragazzi “competenti”, in questi anni sono diventati sempre più incapaci di scrivere un testo, sono sempre più in difficoltà nella lettura di brani, anche semplici, a dispetto di tutte le roboanti campagne di misurazione, come nel caso dell’altro gioiello, l’INVALSI.
Su questo cumulo di rovine si è innestata la 107.
Dopo l’arrivo di Renzi al governo le cose sembravano promettere bene: a parole diceva che la scuola sarebbe tornata al centro della politica del governo. Mi pareva un ottimo inizio.
Noi insegnanti aspettavamo segnali confortanti, ne avremmo avuto un maledetto bisogno.
Invece, tutto questo balletto di dichiarazioni è stato l’esordio della rovina, soprattutto politica, per il Governo, ma, di riflesso, anche per noi.
Molte volte mi sono chiesta come sia stato possibile commettere una serie così precisa e così azzeccata di errori di carattere tattico, tali da portare alla distruzione del consenso di cui il PD aveva goduto fino ad allora nel mondo della scuola.
Pura insipienza.
Bisogna possederne parecchia, infatti, per non capire che mettersi contro tutto – ma proprio tutto – il mondo della scuola avrebbe portato al partito ad una pesantissima perdita in termini di consensi in tutto il Paese.
Una perdita capace di minare la stabilità del Governo, di condizionare l’andamento di referendum ed elezioni.
Come è possibile che si sia stati tanto miopi, tanto arroganti?
Quali ricatti politici inconfessabili possono esserci dietro?
Quale ignoranza dei meccanismi del mondo scolastico, anche dei più semplici da capire, si è celata in questo modo ostinato e distruttivo di procedere?
Ecco, questi sono i miei pensieri ossessivi, da un paio di anni a questa parte. E non ne vengo a capo.

La bellezza della grammatica


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Da qualche tempo sul web circola l’espressione “grammar nazi”, per indicare i maniaci della correttezza grammaticale, quelli che, solo a vedere un congiuntivo sbagliato, una proposizione relativa mal connessa, sono presi da un colpo apoplettico. A me questa espressione piace poco, per la mia formazione politica, soprattutto perché il termine “nazi” mi pare impossibile da accostare – ancora oggi – a qualcosa di scherzoso.

Al di là di questo, mi riconosco nell’atteggiamento: trovo insopportabile la sciatteria nella scrittura, le imprecisioni grammaticali, mi infastidiscono a livello quasi fisico sia nei miei alunni, ma soprattutto in quelli che della grammatica vivono: insegnanti, giornalisti e professionisti della parola, in generale.
Non posso fare a meno di rilevare e di sottolineare, quasi quotidianamente, la leggerezza con cui si affronta la scrittura, soprattutto quando essa viene offerta ad un pubblico vasto, composto, di sicuro, quasi sempre da non addetti ai lavori, che, sempre più spesso, assimilano costrutti, espressioni, strutture, a dir poco claudicanti.

Qualche anno fa, leggendo il libro di Muriel Barbery “L’eleganza del riccio”, sono stata colpita nel profondo dalle parole con cui la scrittrice esalta la bellezza della grammatica.
Perché la grammatica è la base di tutto: dell’organizzazione del pensiero, della possibilità di farsi comprendere da qualcuno tramite un testo scritto, della possibilità di mettere ordine nel mondo che ci circonda.
La grammatica è “kòsmos”, ordine, perché ci costringe ad attenerci ad uno schema, che è condiviso e condivisibile.
Questo schema non è costrittivo: è il binario su cui scorre il treno della comprensibilità, che non può deragliare, anzi: deve arrivare a destinazione e quella destinazione è il fatto che un messaggio chiaro arrivi in modo comprensibile al destinatario, cioè il lettore o l’ascoltatore.
Aristotele per primo ha affermato che un giudizio non è altro che la connessione di un soggetto con un predicato, ponendo le basi di quella che è la logica, una parte del sapere che si attiene a regole pressoché ferree.
Se devo dire dire qualcosa, devo certamente farlo in modo da riuscire comprensibile a tutti e questo può avvenire solo se quello che dico – o che scrivo – si attiene alle regole che sovrintendono a tale leggibilità, a tale comprensibilità.
Ecco perché a scuola la grammatica dovrebbe avere la precedenza su tutto: prima della elaborazione di un articolo di giornale, fatta senza avere le basi grammaticali per portarla a termine, ci dovrebbe essere – a mio avviso – una solida base grammaticale, che si costruisce con un lavoro capillare e costante.

 

Analfabetismo funzionale


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Qualche anno fa fui catapultata in una scuola nella quale non avevo mai insegnato. Come capita spesso quando si è precari, mi ritrovai a lavorare con classi che non avevo avuto in precedenza. Una in particolare, una quinta, era la fonte delle mie preoccupazioni. In primo luogo, perché avrei dovuto accompagnarli all’esame, ma la cosa che mi impediva di lavorare serenamente era la preparazione complessiva della gran parte dei ragazzi. Non sto parlando delle solite cose: capacità di sviluppare analisi del testo, saggio breve, saper esporre un argomento di letteratura in modo chiaro ed esauriente. Ormai questa è la norma: pochi sanno districarsi bene in quella giungla.

Ciò che mi terrorizzava era il fatto che questi ragazzi – liceali con ben quattro anni di scolarizzazione alle spalle – avevano  gravissime lacune nella grammatica di base e non ne avevano la minima percezione.

Ce n’era uno, in particolare, che era la mia spina nel fianco.

Come capita di fare a molti di noi, ho l’abitudine non solo di segnare in rosso gli errori di ortografia, di sintassi o di scelta lessicale, ma anche di scrivere accanto all’errore la forma corretta, nella (vana) speranza che, prima o poi, questa forma possa essere in qualche modo introiettata dall’alunno, riesca a farla sua.

Questo ragazzo, durante la correzione in classe degli elaborati, quando arrivava il suo turno, si avvicinava alla cattedra con un certo piglio, mi indicava la correzione e subito diceva: “Io non sono d’accordo!”

Io lo guardavo con un certo stupore, perché ricordo bene come, in un paio di casi, l’errore riguardasse parole come “celebrale” o “analfabetizzazione”, ma non si contano i congiuntivi utilizzati “random” o le relative costruite e connesse senza capo né coda.

Invano, per un intero anno scolastico, ho cercato di spiegargli che le regole grammaticali non prevedevano il fatto che lui fosse d’aCorso o meno. Che la struttura, in alcuni casi, è indiscutibile. Credo che, alla fine dell’esame di maturità, sia uscito fuori da quella scuola, convinto di avere subìto torti inenarrabili.

Questo caso e moltissimi altri che mi capita ancora oggi -sempre di più- di osservare,  mi rafforzano nell’idea che noi insegnanti, specialmente noi insegnanti di italiano, dobbiamo concentrarci sul lavoro “umile”, quello meno roboante, quello che apparentemente nessuno nota: il lavoro costante, ossessivo, sulla grammatica, sull’etimologia delle parole, sulla lettura e sulla REALE comprensione di un testo. In alternativa, gli analfabeti funzionali sono destinati a crescere in progressione geometrica.

 

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Voci di corridoio


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Sarà stata la recente assemblea sindacale, oppure il fatto che tra pochi mesi (forse) voteremo, ma mi capita sempre più spesso di ritrovarmi a parlare di politica con i colleghi. Non con tutti, ovviamente, ma con quelli con i quali mi trovo maggiormente in sintonia, perché, come accade in tutti i luoghi di lavoro, alcuni colleghi si guardano bene dall’esprimere la pur minima opinione personale (non si sa mai!), altri fanno davvero cadere le braccia per il qualunquismo e la superficialità delle loro affermazioni.

Quello che emerge è uno scoramento senza fine, generalizzato.

La batosta del governo Renzi è ancora tutta lì.

La nostra categoria si sente tradita ed avvilita, a causa di una classe politica  (tutta) poco affidabile e totalmente impreparata sulle questioni relative alla scuola.

Ci sono alcuni che credono che basti sventolare le parole “onestà” e “anti-casta” per garantirsi un seguito (è molto spesso, purtroppo, va così). Altri procedono imperterriti lungo i soliti luoghi comuni.

Quello che ci scandalizza di più, tuttavia, è il fatto che – pur risultando clamorosamente impreparati – quasi tutti gli esponenti politici, a prescindere dallo schieramento, hanno sempre in tasca la loro ricetta per mettere ordine nell’indisciplinato mondo dell’istruzione.

E quasi sempre è una “fake-ricetta”. Una fregatura, insomma!

 

Noi professori siamo ormai in balìa degli improvvisatori, oserei dire degli imbonitori: c’è chi promette e giura che abolirà “La Buona Scuola” (e non sa, o non ricorda, che anni fa ci fu chi promise (e giurò) che avrebbe abolito la Riforma Moratti, poi la Riforma Gelmini), chi promette per noi fulgidi orizzonti di gloria, che poi si riveleranno come i soliti fondali di cartone, rubati a qualche produzione cinematografica fallita.

Nessuno che osi proposte concrete come: “rimetteremo al centro il Contratto Collettivo” o “differenzieremo lo stipendio di chi a casa deve lavorare anche nei periodi di festa” o “aboliremo il carico di burocrazia insensata, inventato solo per rendervi la vita impossibile” “diminuirà il numero degli alunni per classe”, e via dicendo.

Ecco, queste sono alcune delle cose che ci interesserebbero davvero. Queste sono le cose di cui parliamo più spesso tra noi, nei corridoi, come carbonari.

Se il mondo politico fosse caratterizzato da persone sagaci – ma non lo è, purtroppo- ascolterebbe con attenzione le voci di corridoio. Nei corridoi di tutta la nazione. Non credo che ne gioirebbe.

 

…sì, però lui ha cominciato per primo!


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Ho lottato contro l’approvazione della legge 107/2015. L’ho fatto utilizzando tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione dei lavoratori. Ho scioperato. Ho protestato.

Ho perso. Con tutti i miei colleghi.

Nel momento in cui – nonostante la mobilitazione di massa – la legge è stata a tutti i costi  fatta passare, ho criticato e, nel tempo, continuato a criticare tutti gli aspetti che non condividevo della cosiddetta “Buona Scuola”.

Nel fare questo mi sono data una regola: evitare di usare toni sguaiati e aggressivi. Questa scelta non mi è sembrata gravosa: fa parte del mio modo di essere.

Premesso tutto questo, resto un po’ sorpresa dalle affermazioni del Ministro della Pubblica Istruzione, a proposito delle dichiarazioni rese dagli insegnanti.

Secondo il Ministro, troppo spesso essi sono offensivi, soprattutto quando parlano di “Presidi-sceriffi”, riferendosi ai nuovi poteri dei DS, o di ” deportazioni”, a proposito del caos-trasferimenti dello scorso autunno.

Vorrei tanto che il medesimo richiamo alla moderazione fosse stato, nel tempo, prevalente nella classe politica, specie quando si parla di scuola.

Gli attacchi più sguaiati nei nostri confronti sono invece arrivati da lì. Le osservazioni maggiormente impegnate di qualunquismo, le ho ascoltate dalla classe politica.

Non si calcolano le aggressioni ( spesso pesanti) perpetrate ai nostri danni negli ultimi anni: dapprima siamo stati indicati come i fannulloni per eccellenza (tre mesi di vacanza, solo diciotto ore di lavoro a settimana); poi come i colpevoli del degrado complessivo della scuola. Qualcuno ci ha accusato addirittura di praticare una sorta di luddismo.

Il caro Silvio, nel 2011, affermava che gli insegnanti sono in gran parte caratterizzati da “valori contrari alla famiglia”. Sempre nello stesso anno la Mariastrega (si potrà dire? o è troppo offensivo, chiamarla così?), riferendosi a chi contestava la sua riforma, insinuava che i contestatori che scendevano in piazza avevano però i figli nelle scuole private.

Sempre nello stesso anno,  sempre la Mary, per giustificare il fatto che la categoria – nonostante lei lo avesse auspicato e promesso- non avrebbe avuto aumento salariale, spiegò la sua retromarcia dicendo: “Avremmo voluto pagare i docenti di più, ma crescono all’infinito e la paga si è proletarizzata!”

(…questi insegnanti che sembrano riprodursi per partenogenesi, sono particolarmente inquietanti…)

Con la destra è stato un disastro, ma con il governo di sinistra (?) le cose sono spesso peggiorate.

Nell’autunno del 2014 il sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Faraone, giustificava le occupazioni delle scuole da parte degli studenti come “lotta all’apatia”.

Insegnanti apatici, dunque.

Tuttavia, questo va detto, il premio “The winner is…” va a furor di popolo a Rondolino, che, di fronte alle proteste dei docenti, nel 2015, sperava proprio che la polizia riempisse di botte coloro che avevano osato protestare in piazza contro il governo.

Si potrebbero citare decine di esempi di aggressioni, verbali e non, verso gli insegnanti, ma è chiaro che sembra un po’ comico che arrivi proprio dalla classe politica, che ha iniziato da lunghissimo tempo la sua manovra di attacco al mondo della scuola, l’invito a moderare i toni.

E fa ancora più ridere il fatto che l’invito a moderare i toni passi attraverso la minaccia di sanzioni e licenziamenti.

Da parte di una donna che di mestiere ha fatto la sindacalista per buona parte della sua vita.

Questo non fa ridere.

Bah…

“…e poi ti guardano torvi, come se tu ostacolassi la loro vena artistica!”


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Sapete bene che il mio collega Paolo ha l’arrabbiatura facile.

Mi capita spesso di ascoltare  e di calmare – tra un caffè ed un cappuccino – i suoi sfoghi, mentre ce ne stiamo seduti al bar, a fare due chiacchiere.

Giovedì era inviperito per un’abitudine che si è diffusa nella sua scuola, un istituto tecnico della nostra provincia.

Qualcuno ha deciso che, per incrementare la “creatività” degli alunni, tutte le aule di quella scuola verranno decorate con disegni realizzati e colorati dagli stessi ragazzi.

Ormai è una moda.

Un’altra collega pochi giorni fa mi ha descritto un’attività quasi identica, portata avanti nella sua scuola per motivi diversi, però.

“Dobbiamo coprire i buchi sulle pareti della palestra, mia cara!  Lo sai perché? Proviamo vergogna per i ragazzi che arrivano dall’estero, quelli dell’Erasmus. Lassù hanno scuole bellissime, nuovissime! Noi abbiamo dei buchi orrendi sulle pareti e l’unico modo per risolvere la situazione è coprire con dei pannelli colorati quei buchi, sperando che le voragini non si notino troppo!”

Nell’istituto di Paolo, tuttavia, invece di fare come si fa nella gran parte delle scuole, che considerano tutte queste, compresa la pittura nelle aule, come attività accessorie e pomeridiane, tutto accade durante la mattinata, mentre si dovrebbero svolgere le lezioni: nei corridoi c’è un continuo via vai di persone che migrano verso il laboratorio di disegno. Un flusso ininterrotto.

“Ti pare possibile? Arrivo in classe. Non ho nemmeno il tempo di firmare, di aprire il registro elettronico e subito vedo levarsi per aria la selva di mani di quelli che chiedono il permesso di andare a disegnare!”

“E tu?!”

“Scherzi?! Io non li faccio uscire! Pretendo che rimangano a fare lezione! Abbiamo perso una quantità incredibile di tempo con la pausa didattica, con i progetti più insensati, magari per andare a vedere il ciclo di riproduzione delle primule nei boschi! Le varie Alternanze scuola- lavoro sottraggono ore ed ore alle lezioni ed io dovrei pure mandarli ad imbrattare una tela durante le poche ore che restano di attività vera?!”

“…e loro? Come reagiscono? E tu? Perché sei così intollerante? Guarda che la tua Dirigente non la prenderà tanto bene. Ostinarsi a fare lezione secondo i soliti, vecchi, scontati modi, non fa di te un insegnante moderno! Sei a rischio trasferimento!”

Paolo si è messo  a ridere. Sa bene che stavo scherzando.

L’anno scorso mi ha descritto lo stesso fenomeno con i medesimi toni indignati ed io ho approvato la sua indignazione.

“Loro mi guardano con uno sguardo torvo, carico di odio. È chiaro che mi giudicano come quello che impedisce la realizzazione di un talento artistico in potenza. Restano seduti nei banchi, ma friggono di rabbia e vorrebbero essere altrove! Di sicuro non a fare lezione con me!”

Si parla tanto – in questi giorni- dell’incapacità che molti giovani hanno di leggere, comprendere ed analizzare un testo complesso. Dell’incapacità di elaborare e scrivere un testo complesso.

Come volete che si apprenda a scrivere un testo, a capire un testo, se non lavorando sulla complessità della lingua? Come si può pensare di riuscirci,  se non esercitandosi nella lettura e nella scrittura, ora dopo ora, nel silenzio della classe?

Bisogna tornare all’artigianato, nel nostro mestiere.

Ma questo non è molto “smart”.

 

 

La scelta più giusta da fare sarebbe quella di diminuire il numero degli alunni in classe…


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Domanda: “Come si fa a lavorare sulla scrittura di un ragazzo, sulle sue difficoltà in particolare, quando ci si trova ad operare con più di trenta alunni in una classe?”

Risposta: “Non si può.”

La scrittura ed il potenziamento di questa capacità  richiedono tempo e percorsi individualizzati all’interno del gruppo classe: non si riesce ad essere efficaci, se ci si deve troppo diluire, come si è costretti a fare oggi.

I ragazzi hanno bisogno di interventi mirati, azioni personalizzate, attenzione per i loro problemi individuali.

Questi interventi possono essere portati a termine in modo efficace solo dall’insegnante della classe, che conosce a fondo i ragazzi, sa dove si deve agire. Sa come agire.

Tutto ciò risulta, però, difficile da realizzare, all’interno dei meccanismi di quella infernale catena di montaggio di cui noi operatori della scuola ormai siamo ormai gli ingranaggi, a partire dalla Mariastrega, fino a giungere alle vuote ciance della cosiddetta Buona Scuola.

Le responsabilità per quello che sta emergendo ci sono. E sono tutte politiche.

Tutti i politici sono stati responsabili. Da chi ha guidato i governi, a chi ha detto che con la cultura non si mangia, a chi ha irresponsabilmente collocato su certe poltrone persone che di scuola non sapevano nulla. Nulla.

Tutti hanno sottratto tempo e risorse importanti alla scuola, quella vera. Alle cose da fare in classe. Sono state tagliate migliaia di cattedre, tagliate via ore di lezione importantissime. È stata eliminata ogni forma di reale approfondimento, per lasciare il posto alla perdita di tempo, ai progetti, alle ciance, appunto.

Il tempo per il lavoro serio è sparito. Non solo: le classi sono state riempite di ragazzi fino a raggiungere numeri insostenibili per un lavoro appena decente.

Come si fa a dedicare tempo alle lacune di un ragazzo se ci si trova davanti a trenta-trentadue persone, tutte bisognose di attenzione e dedizione?

Dove troviamo, noi insegnanti, il tempo e e le energie, la motivazione per fare tutto questo, visto che da anni veniamo derisi, insultati, depressi in ogni modo?

Ah, già! Noi siamo – nella vulgata – la quintessenza dell’essere fannulloni. Non si è giocato forse a screditarci in modo continuo, giocando irresponsabilmente sulla nostra pelle e sul nostro lavoro?

Giornalisti e politici – i Grandi  Moralizzatori della Nazione – non pretendevano – addirittura!- che fossero aumentate le nostre ore di lezione, senza darci nemmeno un euro di aumento dello stipendio?

(E ci si meraviglia, poi, se gli insegnanti, come cittadini, si sono buttati a pesce su ogni forma di populismo, di rabbia popolare? Se, in alcuni casi, hanno anche smesso di lavorare seriamente?)

Ora, dunque, cosa si pretende da noi?

Dovremmo mettere un pannicello caldo sui disastri che tutti ( o quasi) i Ministri della Pubblica Istruzione hanno avallato o provocato da venti anni a questa parte?

La famosa “Lettera dei Seicento” di qualche giorno fa, non fa che sancire una situazione che noi operatori vediamo con i nostri occhi tutti i santi giorni, da anni: essa ha solo reso noto a tutti come – sempre di più- i ragazzi presentino gravissime lacune nella scrittura.

È vero. Proprio vero.

I ragazzi spessissimo non conoscono la grammatica, non conoscono la sintassi, non sanno scrivere, non riescono a capire quello che leggono, usano a sproposito le parole e presentano una allarmante povertà nel loro corredo lessicale.

Tutto vero.

Non sono tutti ridotti così, ma molti sì.

Che fare?

È una domanda che mi pongo di continuo, alla quale cerco di dare una risposta, perché credo che il nostro dovere di insegnanti sia quello di far sì che dalle nostre aule escano delle persone capaci di capire e di farsi capire, due momenti ancora essenziali, ancora importanti in un mondo che sembra dare spazio e importanza solo alla tecnologia.

Al “saper fare”.

E allora, il primo passo da fare è quello di permettere che lavoriamo in classi composte al massimo di venti-ventidue ragazzi.

Ci serve una scuola che ci permetta di lavorare, e bene, con i nostri ragazzi, nelle classi, non nei pollai.