A me questo sciopero degli scrutini sembra una cavolata pazzesca


Tafazzi

Di sicuro sarà perché con l’età la mia capacità di comprendere le cose sta scemando rapidamente, ma non riesco proprio a capire il senso di questo “sciopero” degli scrutini. Mi pare una forma di protesta che riesce a creare danno ad una sola categoria di utenti: quelli che lavorano nella scuola, che di nuovi problemi ed intoppi non hanno certo bisogno.
Infatti questo sciopero non danneggia gli imminenti esami di Stato, perché gli scrutini delle classi finali non possono essere interessati dalla protesta.
Non crea problemi agli alunni, perché tutti – a breve – conosceranno il loro destino.
Per lo stesso motivo non impedisce a nessuno di partire per le agognate ferie, visto che entro giugno tutto sarà completato.
Gli unici che ricaveranno una montagna di problemi sono i professori ed il personale non docente, che, per terminare tutto dovranno fare i doppi, i tripli turni, riunendosi anche a notte fonda, come i Carbonari.
Si può essere più Tafazzi di così?

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Parole rubate a: Informazione Libera (che le ha “rubate” a Pasolini)


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Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…

Pier Paolo Pasolini

I Mille e La Buona Scuola


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Sembra che il governo stia smussando alcuni punti del progetto di riforma chiamato “La Buona Scuola”.
Meglio così.
Le cose da cambiare in quel progetto sono moltissime.
Una delle iniziative più interessanti mi pare quella di voler coinvolgere mille insegnanti nella discussione.
Certo, finora il Governo non ha dato il meglio di sé nel confronto.
Le idee, le “pensate”, che sono uscite fuori dal cilindro della Ministra o dei vari sottosegretari non hanno entusiasmato nessuno, anzi, hanno creato molta rabbia in quelli che lavorano nella scuola. Per i modi e per i contenuti.
Tuttavia è importante tenere presente che le nostre reazioni sono state in qualche modo recepite. Forse, una volta tanto, lassù qualcuno ci ascolta.
Forse.
E allora è il caso di farsi avanti: anche stavolta l’impresa dei Mille servirà a dare una svolta alla situazione.
Avanti, Mille, proponetevi a Ministra e Governo!

Questione di tubi


Chissà quanti tubi intasati doveva avere la nostra Mariastrega, per potersi fregiare addirittura  di un idraulico ufficiale, che le faceva anche da autista. Stando a quel che dicono i giornali, la nostra (per fortuna) ex-Ministra, nel periodo in cui era consigliere regionale in Lombardia, aveva un autista. E fin qui niente di strano: ognuno può decidere di guidare, oppure no.

Questo autista era anche il suo idraulico. E anche in questo  caso nulla da obiettare: hai visto mai che, mentre te ne vai a Milano insieme all’autista, ti si rompe il tubo della lavatrice e ti si allaga tutta casa? Hai la soluzione e la chiave inglese della misura giusta a portata di mano.

Pare, però, (e questo fa nascere in noi brutti pensieri) che la nostra Mariastrega abbia fatto avere al suo autista-idraulico una consulenza da migliaia di euro all’anno pagata dalla Regione Lombardia ( e dunque da noi): questa consulenza pare fosse dovuta a non meglio precisate competenze in possesso dell’uomo.Viene da ridere (o da piangere) pensando al fatto che la nostra Mariastrega ha imposto alla scuola italiana una dieta feroce, tagli dissennati alle ore di lezione, materie che, di punto in bianco, sono scomparse dall’orizzonte (latino al linguistico, storia dell’arte in molti indirizzi e via discorrendo).

Tutto questo in virtù di una politica del risparmio che – si diceva – si imponeva, almeno stando a ciò che dicevano la Ministra insieme al Ministro Bleso. Nel frattempo quelle stesse risorse, tanto preziose, soprattutto per noi, venivano dirottate verso obiettivi non del tutto limpidi.

Poi ci si lamenta se stiamo diventando tutti forcaioli e qualunquisti.

Timeo Danaos et dona ferentes (temo i Danai anche quando portano doni)


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Finora ho preferito ascoltare ciò che il Ministro ed il Governo avessero da dire a proposito dell’ennesima (e non richiesta) riforma della scuola.
Insegno da un numero di anni sufficiente a farmi pronunciare la famosa frase “Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare” senza per questo risultare esagerata.
Ho visto transitare tanti ministri. Molti improbabili, altri pretenziosi. Pochissimi davvero competenti.
Pochi (forse, in realtà nessuno) che avessero mai messo davvero piede in una scuola per lavorarci.
Stavolta, però, non volevo farmi influenzare dal pregiudizio. Ho cercato di ascoltare e di leggere.
Ad un certo punto dei miei ascolti e delle mie letture, ho sentito agitarsi il mio sesto senso (ma sarebbe bastato assai meno, sarebbe stato sufficiente ascoltare le viscere, credo).
E’ stato precisamente quando, verso la fine dell’estate, mentre eravamo tutti a bearci sotto l’ombrellone, mi è capitato di sentire innalzarsi sviolinate tutte indirizzate a noi insegnanti.
“Beati voi, che svolgete questa professione!” “Voi sì, che contate! Voi che avete in mano un compito così delicato!” – dicevano quelli che intanto manovravano zitti zitti il dietro le quinte.
“Siete bravissimi!” “Meritate molti di più!” – dichiaravano garrule stagiste pagate a peso d’oro.
“Va bene così, ma vi diciamo noi quali sono le strade più giuste da seguire!” – dettavano alle agenzie nazionali tosti giovinotti che della parola “scuola” non conoscevano con esattezza nemmeno la grafia.
Sotto sotto c’erano degli aspetti dissonanti, come le espressioni “Eh, ma fate troppe ferie!”, “Eh, ma solo diciotto ore!”, “Eh, ma sono quasi solo donne e tutte anziane!”.
Ma molti di noi – abbagliati dall’improvvisa ondata di notorietà non legata a fatti di cronaca nera – hanno abboccato.
“Vedi, vedi questo Renzi, finalmente uno che ci darà la giusta considerazione!” – gongolavano.
E invece c’è poco da gongolare.
La polpetta avvelenata che la Mariastrega e il perfido Brunetta volevano farci ingoiare, una volta rilavorata e riempita di spezie, sta per essere servita su un piatto d’argento. No, forse di peltro.
Sta a noi rimandare indietro questo piatto indigesto. Sta a noi mettere in guardia tutta la categoria, circa il pericolo che si profila subito dietro l’orizzonte. Sta a noi.
A meno che non arrivi dal mare il serpente, pronto a stritolarci come Laocoonte.

Sono un privilegiato e me ne vanto!


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Avevo sempre pensato che i privilegiati fossero quelli che svolgono funzioni, pur importanti nell’apparato dello Stato, ma tali da garantire stipendi eccellenti e bonus, quali una segretaria, l’auto blu, passaggi in treno o in aereo gratis, et similia.
Mi ero persuasa che i privilegiati fossero quelli inseriti in Consigli di Amministrazione creati ad hoc, con gettoni mensili pari a ciò che ricevono dieci pensionati in un mese e stipendi da Presidente che farebbero impallidire qualsiasi operaio metalmeccanico, magari con trent’anni di anzianità.
A lungo avevo nutrito la convinzione che privilegiati fossero certi “rampolli”, figli di noti politici, con capacità e competenze ridotte al minimo sindacale, chiamati, non si sa bene perché, a svolgere incarichi importanti, e dunque ben pagati, solo in virtù del nome che, loro malgrado, portano.
Scopro invece – con grande meraviglia – di essere IO una privilegiata.
Da tutte le parti non si fa che leggere degli orrendi privilegi di una categoria – quella degli insegnanti – che viene additata da tempo al pubblico ludibrio.
Molto bene.
Mi sono messa a fare un piccolo elenco dei privilegi di cui godo e che, da questo momento in poi, mi ripeterò di continuo, elencandoli come mantra, per autoconvincermi che sono stati proprio loro a portare l’Italia sull’orlo del baratro.
1)Godo del privilegio di trascorrere – da ottobre a maggio – tutti i fine settimana a correggere compiti in classe (in genere circa mille elaborati ad anno scolastico, il che significa bruciare circa duecento ore, MIE, personali, NON PAGATE, ore sottratte alla famiglia ed al riposo!)
2)Godo del privilegio di dover raggiungere il posto di lavoro a mie spese, senza poter godere di alcun rimborso per abbonamenti, o benzina, o diesel, o propulsione atomica che dir si voglia.
3)Godo del privilegio di non avere buoni pasto e di mangiare in sala professori, prima delle riunioni pomeridiane, il panino che mi sono preparata a casa, la mattina presto, per risparmiare sui costi, per me ormai insostenibili, del bar sotto la scuola.
4)Godo del privilegio di partecipare alle visite di istruzione senza essere pagata un solo centesimo in più per tutte le ore extra di cui mi faccio carico, giorno e notte. Non solo: ricevo un foglio di nomina scritto dal D.S. sul quale sono stampati, nero su bianco, tutti i rischi – di ambito civile e penale – che mi assumo a partire dall’attimo in cui i giovinastri mi sono affidati dalle famiglie.
5)Godo del privilegio di lavorare in ambienti sempre più dominati dallo zerbinismo, dallo scendilettismo e dall’uso intensivo della lingua felpata.
Grazie comunque, Signore che, per compensare tutti questi privilegi, hai almeno appesantito la mia vita, regalandomi la considerazione e la stima di genitori ed opinione pubblica. Ma questi – si sa – sono gli oneri dei privilegiati.

Se le voci che girano dovessero risultare vere, allora dobbiamo manifestare!


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Credo che quasi tutti abbiano letto le deliranti dichiarazioni della Ministra e del Sottosegretario.
Va detto subito e con chiarezza: solo chi non sa nulla di scuola può parlare in quel modo. Solo chi da anni non mette piede nell’aula di una scuola può riunire in poche parole tanti luoghi comuni sul nostro mondo, solo chi ha delle fette di prosciutto sugli occhi ( e belle spesse, direi!) può usare la parola “privilegio”, parlando del modo in cui siamo costretti a lavorare, non solo dai tempi della Mariastrega, ma direi da Berlinguer a questa parte.
“Privilegiati, a chi?” (lo dicevo in un post di qualche tempo fa)
Dunque, hanno scelto il periodo in cui agire nel modo più sleale.
(“Sono tutti in vacanza!” – si saranno detti – “Possiamo fare quello che vogliamo!”)
A parte il fatto che moltissimi di noi non sanno nemmeno più cosa significhi, la parola “vacanza”. Con degli stipendi che non consentono molto più che la mera sopravvivenza, è da anni che d’estate non ci muoviamo dalle nostre abitazioni.
E’ da anni che assistiamo passivamente alle nefandezze che vengono attuate contro di noi.
E allora?
Qualcuno ha detto: “Non abbiamo da perdere che le nostre catene”, quindi noi faremo della tentata fregatura il nostro punto di forza.
Lasciamo stare la maggior parte dei sindacati, che con i CAF hanno ricevuto le loro misere lenticchie e non faranno niente per difenderci, se non emettere qualche debole miagolìo di circostanza.
Siamo in vacanza?
Benissimo! Allora possiamo andare a Roma a manifestare quando vogliamo, possiamo mettere insieme una manifestazione, senza il rischio che ci vengano decurtati i 120 euro che l’adesione ad uno sciopero comporta.
Andiamo a farci sentire, in tanti. Fermi e risoluti.
Questo per l’immediato, o quasi.
Poi una serie di cose da fare non appena ricomincia l’anno: RIFIUTIAMO TUTTI, IN MASSA, QUALSIASI TIPO DI INCARICO, dall’elaborazione dell’orario, alle vicepresidenze, giù giù fino al coordinamento delle classi.
Dobbiamo fare capire anche ai soliti scendiletto e leccapiedi che questo è il momento dell’unità e della compattezza, ne va della nostra dignità di lavoratori.

I colpi di mano sono sempre scorretti


Mi capita di dirlo da mesi: del nuovo contratto e della sua articolazione si deve discutere.
Quello che è inaccettabile, tuttavia, è vedere ancora una volta passare sulle nostre teste decisioni di fondamentale importanza sulle quali veniamo informati a cose praticamente fatte.
Da quello che in queste ore si apprende dai giornali – di sicuro in parte montato ad arte per ottenere certe reazioni – pare che l’orario di lavoro dei docenti verrà raddoppiato e che resteremo a scuola per buona parte della giornata lavorativa.
Resta da capire quali saranno i mezzi che consentiranno tutto ciò: se il governo non ha i soldi per pagare gli aumenti di stipendio di chi lavora nella scuola, da dove verranno quelli per il riscaldamento, per le bollette della luce e tutto il resto?
Non è questo, tuttavia, ad indignarmi, non è tanto l’aumento delle ore di lavoro, che in parte posso anche condividere, per i motivi che ho più volte spiegato.
Ciò che mi indigna è il fatto che si sia aspettato il momento dell’anno più propizio ai colpi di mano, alle scorrettezze, dal momento che gli insegnanti a luglio, ad agosto, non possono mettere in atto alcun tipo di lotta.
Non a caso – dunque – è stato selezionato il momento.
E pare che in vacanza siano già (ma, in un certo senso lo sono da un bel pezzo) tutti i sindacati, che hanno digerito le schifezze della Mariastrega senza farsi troppi problemi.
I sindacati restano in silenzio.
Sembra dunque che non abbiamo nessuno di cui fidarci davvero.
Visto che l’inizio è già all’insegna della scorrettezza, per quale motivo dovremmo fidarci di chi si comporta così? Perché non c’è stata quella consultazione degli insegnanti più volte sbandierata?
Quegli eroi che sono stati così spesso elogiati, si ritrovano a subire il destino che nel corso della storia è toccato a molti eroi: essere presi a calci nel didietro. Altro che monumento!

Stipendio e valutazione: due strade diverse


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In queste settimane è forte il tono della polemica su due punti dolenti del nostro lavoro: stipendio e valutazione. 

Non nascondo di essere favorevole alla valutazione del nostro operato, perché vorrei che non ci fossero più colleghi che decidono – a loro insindacabile giudizio – chi debba avanzare e chi debba essere fermato, pronunciando sproloqui come: “Questa qui non è da liceo, perché non capisce niente di latino” (detto di una persona proveniente dal Kurdistan, che, sì, effettivamente aveva problemi con il latino, come ne avrebbe avuti l’idiota che ha pronunciato quella frase, se fosse stata spedita in Cina a tradurre poesie dal cinese antico), non vorrei più vedere davanti a me docimologi che, tutti tronfi, affermano nei dipartimenti: “Dalla mia penna non esce mai più di sette!”, dimenticando che noi siamo tenuti ad utilizzare la scala decimale per intero e che gli eventuali voti alti non ci vengono sottratti dallo stipendio.

Sul “come” organizzare la valutazione si può di sicuro ampiamente discutere.

Non sono d’accordo sul fatto che che l’aumento di stipendio debba essere legato alla valutazione del lavoro. Sono due campi diversi.

Credo che l’aumento di stipendio debba essere legato al carico di lavoro.

Voglio che le cento-duecento ore che svolgo in più per le correzioni degli elaborati, per la preparazione delle esercitazioni scritte e dei compiti in classe, siano pagate e, se questo significa creare una differenziazione a livello retributivo, ben venga.

Come si fa a quantificare questo lavoro?

Basta restare a scuola delle ore in più (fino alle due, come negli uffici) e correggere gli elaborati in quel lasso di tempo. In questo modo emergerebbe tutto il lavoro nero che svolgiamo e,  una volta tornati a casa, non saremmo più oppressi da cumuli di compiti che avvelenano il nostro tempo libero, che proprio per questo alla fine non risulta mai tale.

E’ così difficile da pensare?

 

Evviva l’ispettore!


In questi giorni si è riacceso il dibattito relativo al “merito”.
Mi capita di vedere, sia su facebook, che sulla rete in generale, affermazioni di rifiuto netto del principio meritocratico, a priori, senza discussione.
Forse è il caso di andare controcorrente.
Il criterio del merito va introdotto, se con la parola ‘merito’ ci si riferisce alla valutazione della diversità dei carichi di lavoro.
Gli insegnanti hanno dei carichi di lavoro molto diversi.
Chi passa duecento ore dell’anno scolastico a correggere compiti in classe, deve vedere in qualche modo riconosciuto questo tempo in più speso nel lavoro.
Credo che questo debba diventare un principio riconosciuto.
“Per quale motivo dovrei impegnare i miei pomeriggi, tempo sacrosanto della mia vita privata ed avere la stessa retribuzione di chi invece è sempre libero, a partire dall’ora di pranzo?”
So bene quali possono essere le critiche a questo ragionamento.
In questo modo si rischia di spaccare il fronte della categoria, creando da una parte ‘i sommersi’, dall’altra ‘i salvati’.
Una aristocrazia operaia contro i semplici proletari della conoscenza.
L’unità di questo fronte è però in realtà fittizia e per capirlo basta passare qualche ora in sala professori ed ascoltare i mugugni di chi si è stancato di dedicare tante ore al lavoro per ottenere la stessa paga di chi se ne sta beato a casa a curare il giardino o a guardare la televisione.
Questo è un primo tabù che va infranto.
Il secondo riguarda il controllo sul nostro lavoro.
Se ben strutturato (e questo è il prerequisito) il controllo va richiesto a gran voce.
Troppi, tra di noi, lavorano male, o poco, o poco e male.
Si potrà dire?
Tutti noi siamo a rischio di burnout, anche quelli che tra noi lavorano, o credono di lavorare bene. Tutti noi potremmo cominciare a cedere alla pigrizia, a ripetere stancamente il solito programma, senza curare minimamente l’approfondimento, fidandoci del mestiere.
Potremmo cedere alla stanchezza, cominciare a trattare male gli alunni, man mano che diventiamo vecchi e saremo costretti a stare dietro alla cattedra a settant’anni suonati.
Ci deve essere qualcuno a sorvegliare il nostro lavoro.
Per fare questo ci serve un ispettore – ministeriale – dunque “terzo” rispetto a noi e ai Dirigenti.
È così difficile organizzare una struttura di questo tipo?
C’è qualcosa di male ad avere un punto di riferimento stabile che sorvegli il mio lavoro e quello degli altri?