Est modus in rebus


Noi insegnanti spesso ci ritroviamo a discutere se sia o meno opportuno usare tablet e smartphone in classe, unitamente ai veri luoghi di perdizione: i social network.

Meglio bandirli del tutto o utilizzarli?

Non per fare della filosofia alla Catalano, ma sono dell’avviso che utilizzare in classe i supporti ed i social network non sia una scelta di carattere diabolico. Si può rivelare davvero efficace.

Bisogna – come è ovvio – capire quale sia la giusta modalità.

Per quanto mi riguarda, io opero da anni seguendo determinati criteri.

Credo innanzitutto che sia indispensabile tenere i ragazzi informati su ciò che accade nel mondo.

Da molti anni ho l’abitudine di utilizzare articoli di giornale, provenienti dalla testate più disparate, ma dando particolare importanza ad Internazionale, un periodico che propone articoli provenienti da tutto il mondo, con argomenti che vanno dalla psicologia, alla sociologia, dalla scienza alla politica internazionale.

Fino a qualche anno fa, a scuola, si potevano fare delle fotocopie, da leggere in classe.

Poi, sia per una questione di sensibilità ecologica, sia perché il Ministero ha imposto alle scuole delle politiche di austerità, le fotocopie sono diventate un miraggio.

Si è imposta, quindi, l’esigenza di cambiare strategia. In quegli anni avevo appena scoperto i social ed ho avuto un’idea, che poi a pensarci bene è anche ovvia.

Ho cominciato a creare delle pagine Facebook di classe, strutturate come gruppo chiuso, oppure segreto; di questo gruppo fanno parte i ragazzi della classe e anche i colleghi che desiderano farne parte.

In questo modo si possono postare link di articoli, oppure pubblicare screenshot da Internazionale, che, nel mio caso, acquisto in digitale ogni settimana.

Posso pubblicare approfondimenti sulle materie.

I colleghi possono fare altrettanto. Il nostro spazio di classe si rivela utile anche per comunicazioni urgenti o spostamenti degli impegni.

Durante la lezione, faccio accendere i telefonini e, utilizzando i supporti digitali, i ragazzi possono seguire la lettura degli articoli. Tutto molto semplice, veloce e funzionale.

Credo che siano moltissimi i colleghi che lavorano in questo stesso modo, con la consapevolezza che i social non siano necessariamente “il male”, ma che, come in ogni cosa, tutto dipende dal criterio utilizzato.

A pensarci bene, anche un libro, se tirato in testa a qualcuno, può fare del male. L’importante è utilizzarlo nel modo giusto.

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Ragazze, dobbiamo imparare a volerci bene. Davvero.


32D33A5C-89A4-4B2B-8142-0CD62B53A05DProprio ieri sera leggevo, su Internazionale, un bell’articolo di Rebecca Solnit sulla violenza contro le donne.

L’ho messo da parte per leggerlo in classe. Contiene delle osservazioni molto interessanti, su cui ognuna di noi dovrebbe riflettere. Ne voglio parlare con i miei ragazzi.

Soprattutto con le ragazze.

Noi donne non abbiamo ancora imparato a volerci bene.

Decenni di femminismo, almeno nelle società occidentali, non sono bastati a metterci al riparo dalla violenza esercitata dagli uomini.

Parrebbe piuttosto il contrario: da qualche anno a questa parte sembrerebbe essere rientrato dalla finestra ciò che credevamo di aver chiuso fuori dalla nostra porta.

Abbiamo forse sbagliato a dare per scontate vittorie che non erano ancora tali, che avevano bisogno di un consolidamento maggiore.

Il lavoro che abbiamo di fronte è ancora tanto: c’è da costruire, nelle donne che siamo, soprattutto la solidità interiore, la convinzione che non abbiamo bisogno dell’approvazione di nessuno, e men che meno di un uomo, per avere considerazione di noi stesse.

Una donna solida interiormente verrà difficilmente scalfita da un uomo con tendenze distruttive, perché lei non si farà nemmeno avvicinare da una personalità disturbata.

I drammi, infatti, scattano nel momento in cui una donna fragile permette che un uomo disconfermante si infiltri nelle crepe della sua autostima. Se invece l’autostima  è solida, nessuna critica, nessun giudizio negativo potrà arrivare a minare un edificio che nella sua sostanza ha delle buone fondamenta.

La violenza, infatti, non ha a che fare soltanto con i casi di cronaca che, per fortuna, per quanto terribili, sono assai limitati.

La vera violenza contro le donne, come ho letto da qualche parte, “ha le chiavi di casa”, proviene dalle persone con cui troppo spesso, purtroppo, condividiamo la quotidianità.

È diffusissima, capillarmente infiltrata.

Molte di noi sanno, infatti, che senso di paura si prova ad infilare la chiave nella serratura di casa, sapendo che potrebbe succedere qualcosa di tremendo.

Molte di noi hanno provato l’angoscia che si prova a procrastinare il momento di tornare a casa, restando al lavoro con qualsiasi pretesto.

Molte di noi hanno sperimentato l’inquietudine che nasce davanti al weekend, o alle vacanze, troppo pieni di ore da trascorrere “nell’intimità familiare”.

Moltissime di noi sono restate in silenzio, non hanno raccontato che troppo tardi ciò che accadeva in casa, convinte che fosse colpa loro, che nessuno avrebbe creduto. Terrorizzate anche solo all’idea di vedere arrivare in casa la polizia, spaventate dall’idea di essere chiamate a giustificarsi.

Perché, diciamolo: molte di noi sono convinte di avere delle colpe. Che se una persona stimata, ammirata, quale è il loro marito o il loro compagno, reagisce con una violenza tanto pervasiva, una parte delle colpa deve essere loro, delle donne.

È su questo aspetto che noi donne siamo chiamate a lavorare, tanto come educatrici, quanto come autoeducatrici. Finché non avremo introiettato l’idea che il rispetto è una cosa da pretendere, che nessuno a ha il diritto di imporci come dobbiamo essere, gli uomini si arrogheranno tale diritto e nessuna manifestazione con le scarpette rosse inciderà davvero nel profondo.

Allontaniamo da noi i rapporti che ci avvelenano l’anima, prima che sia troppo tardi. Parliamone.

 

 

 

“Da l’altro”: la scomparsa delle preposizioni articolate



Alla metà degli anni Settanta Pier Paolo Pasolini, sul Corriere della Sera, lamentava la scomparsa delle lucciole; oggi, non solo le lucciole sono scomparse: si è annullata anche, in molti dei ragazzi che scrivono, anche la capacità di mettere insieme preposizioni semplici ed articoli, per dare vita a delle banalissime preposizioni articolate.
Si tratta di un fenomeno che ho cominciato a notare da qualche tempo. Non si tratta di ragazzi DSA, o di allergici cronici alla grammatica: sono spesso i ragazzi più bravi a parlare o a scrivere, che incappano in un errore così banale, ma anche tanto indicativo.
È infatti il sintomo lampante della sciatteria in cui la scuola è scivolata negli ultimi anni. Si diffondono progetti “Smart”e “cool”, ma ci si dedica poco, molto poco, all’umile è poco gratificante grammatica.

Difficile fare peggio



Capita sempre più spesso , a noi che invecchiamo, di fare pensieri ossessivi. Da non dormirci la notte.
Il mio, da un punto di vista professionale, è la legge 107/2015.
Da quando, nonostante le proteste e gli scioperi, questa “riforma” è stata imposta al mondo della scuola, non smetto di chiedermi come sia stato possibile commettere un errore di questa portata, sia dal punto di vista pedagogico, sia da quello politico.
Il primo punto non mi scandalizza più di tanto: dopo gli orrori compiuti dalla Mariastrega, noi docenti, così come tutto il personale della scuola, siamo stati costretti ad osservare e a a subire impotenti ogni orrore pedagogico.
Renzi ed il suo esecutivo hanno infierito sulla scuola, certo, ma non dobbiamo dimenticare nemmeno per un secondo che la Mariastrega, ed il suo dominus Tremonti, hanno fatto passare davanti ai media come una “riforma”, quella che nella realtà era la distruzione della scuola: il depotenziamento del latino nei licei, scientifico e linguistico in primis, la demolizione di materie importantissime quali la storia e, soprattutto, la geografia, la distruzione di sperimentazioni importanti, quali le sezioni di bilinguismo nei licei scientifici, sono solo esempi del modo sconsiderato, sciatto e criminale in cui la scuola è stata avvilita ed affossata.
Quei due hanno fatto da apripista.
Il tutto – non dimentichiamolo mai – per risparmiare, in base all’assunto (che solo ad un commercialista, quale in fondo è Tremonti, poteva venire in mente) che “con la cultura non si mangia”.

Non bisogna dimenticare nemmeno la campagna sconsiderata per imporre le cosiddette “competenze” (che solo pochi esseri al mondo – due o tre, credo – hanno compreso nel loro reale significato), a scapito delle conoscenze, deve ancora essere vendicata.
Ma non va dimenticata.

Intanto i nostri ragazzi “competenti”, in questi anni sono diventati sempre più incapaci di scrivere un testo, sono sempre più in difficoltà nella lettura di brani, anche semplici, a dispetto di tutte le roboanti campagne di misurazione, come nel caso dell’altro gioiello, l’INVALSI.
Su questo cumulo di rovine si è innestata la 107.
Dopo l’arrivo di Renzi al governo le cose sembravano promettere bene: a parole diceva che la scuola sarebbe tornata al centro della politica del governo. Mi pareva un ottimo inizio.
Noi insegnanti aspettavamo segnali confortanti, ne avremmo avuto un maledetto bisogno.
Invece, tutto questo balletto di dichiarazioni è stato l’esordio della rovina, soprattutto politica, per il Governo, ma, di riflesso, anche per noi.
Molte volte mi sono chiesta come sia stato possibile commettere una serie così precisa e così azzeccata di errori di carattere tattico, tali da portare alla distruzione del consenso di cui il PD aveva goduto fino ad allora nel mondo della scuola.
Pura insipienza.
Bisogna possederne parecchia, infatti, per non capire che mettersi contro tutto – ma proprio tutto – il mondo della scuola avrebbe portato al partito ad una pesantissima perdita in termini di consensi in tutto il Paese.
Una perdita capace di minare la stabilità del Governo, di condizionare l’andamento di referendum ed elezioni.
Come è possibile che si sia stati tanto miopi, tanto arroganti?
Quali ricatti politici inconfessabili possono esserci dietro?
Quale ignoranza dei meccanismi del mondo scolastico, anche dei più semplici da capire, si è celata in questo modo ostinato e distruttivo di procedere?
Ecco, questi sono i miei pensieri ossessivi, da un paio di anni a questa parte. E non ne vengo a capo.

La bellezza della grammatica


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Da qualche tempo sul web circola l’espressione “grammar nazi”, per indicare i maniaci della correttezza grammaticale, quelli che, solo a vedere un congiuntivo sbagliato, una proposizione relativa mal connessa, sono presi da un colpo apoplettico. A me questa espressione piace poco, per la mia formazione politica, soprattutto perché il termine “nazi” mi pare impossibile da accostare – ancora oggi – a qualcosa di scherzoso.

Al di là di questo, mi riconosco nell’atteggiamento: trovo insopportabile la sciatteria nella scrittura, le imprecisioni grammaticali, mi infastidiscono a livello quasi fisico sia nei miei alunni, ma soprattutto in quelli che della grammatica vivono: insegnanti, giornalisti e professionisti della parola, in generale.
Non posso fare a meno di rilevare e di sottolineare, quasi quotidianamente, la leggerezza con cui si affronta la scrittura, soprattutto quando essa viene offerta ad un pubblico vasto, composto, di sicuro, quasi sempre da non addetti ai lavori, che, sempre più spesso, assimilano costrutti, espressioni, strutture, a dir poco claudicanti.

Qualche anno fa, leggendo il libro di Muriel Barbery “L’eleganza del riccio”, sono stata colpita nel profondo dalle parole con cui la scrittrice esalta la bellezza della grammatica.
Perché la grammatica è la base di tutto: dell’organizzazione del pensiero, della possibilità di farsi comprendere da qualcuno tramite un testo scritto, della possibilità di mettere ordine nel mondo che ci circonda.
La grammatica è “kòsmos”, ordine, perché ci costringe ad attenerci ad uno schema, che è condiviso e condivisibile.
Questo schema non è costrittivo: è il binario su cui scorre il treno della comprensibilità, che non può deragliare, anzi: deve arrivare a destinazione e quella destinazione è il fatto che un messaggio chiaro arrivi in modo comprensibile al destinatario, cioè il lettore o l’ascoltatore.
Aristotele per primo ha affermato che un giudizio non è altro che la connessione di un soggetto con un predicato, ponendo le basi di quella che è la logica, una parte del sapere che si attiene a regole pressoché ferree.
Se devo dire dire qualcosa, devo certamente farlo in modo da riuscire comprensibile a tutti e questo può avvenire solo se quello che dico – o che scrivo – si attiene alle regole che sovrintendono a tale leggibilità, a tale comprensibilità.
Ecco perché a scuola la grammatica dovrebbe avere la precedenza su tutto: prima della elaborazione di un articolo di giornale, fatta senza avere le basi grammaticali per portarla a termine, ci dovrebbe essere – a mio avviso – una solida base grammaticale, che si costruisce con un lavoro capillare e costante.

 

Analfabetismo funzionale


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Qualche anno fa fui catapultata in una scuola nella quale non avevo mai insegnato. Come capita spesso quando si è precari, mi ritrovai a lavorare con classi che non avevo avuto in precedenza. Una in particolare, una quinta, era la fonte delle mie preoccupazioni. In primo luogo, perché avrei dovuto accompagnarli all’esame, ma la cosa che mi impediva di lavorare serenamente era la preparazione complessiva della gran parte dei ragazzi. Non sto parlando delle solite cose: capacità di sviluppare analisi del testo, saggio breve, saper esporre un argomento di letteratura in modo chiaro ed esauriente. Ormai questa è la norma: pochi sanno districarsi bene in quella giungla.

Ciò che mi terrorizzava era il fatto che questi ragazzi – liceali con ben quattro anni di scolarizzazione alle spalle – avevano  gravissime lacune nella grammatica di base e non ne avevano la minima percezione.

Ce n’era uno, in particolare, che era la mia spina nel fianco.

Come capita di fare a molti di noi, ho l’abitudine non solo di segnare in rosso gli errori di ortografia, di sintassi o di scelta lessicale, ma anche di scrivere accanto all’errore la forma corretta, nella (vana) speranza che, prima o poi, questa forma possa essere in qualche modo introiettata dall’alunno, riesca a farla sua.

Questo ragazzo, durante la correzione in classe degli elaborati, quando arrivava il suo turno, si avvicinava alla cattedra con un certo piglio, mi indicava la correzione e subito diceva: “Io non sono d’accordo!”

Io lo guardavo con un certo stupore, perché ricordo bene come, in un paio di casi, l’errore riguardasse parole come “celebrale” o “analfabetizzazione”, ma non si contano i congiuntivi utilizzati “random” o le relative costruite e connesse senza capo né coda.

Invano, per un intero anno scolastico, ho cercato di spiegargli che le regole grammaticali non prevedevano il fatto che lui fosse d’aCorso o meno. Che la struttura, in alcuni casi, è indiscutibile. Credo che, alla fine dell’esame di maturità, sia uscito fuori da quella scuola, convinto di avere subìto torti inenarrabili.

Questo caso e moltissimi altri che mi capita ancora oggi -sempre di più- di osservare,  mi rafforzano nell’idea che noi insegnanti, specialmente noi insegnanti di italiano, dobbiamo concentrarci sul lavoro “umile”, quello meno roboante, quello che apparentemente nessuno nota: il lavoro costante, ossessivo, sulla grammatica, sull’etimologia delle parole, sulla lettura e sulla REALE comprensione di un testo. In alternativa, gli analfabeti funzionali sono destinati a crescere in progressione geometrica.

 

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Voci di corridoio


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Sarà stata la recente assemblea sindacale, oppure il fatto che tra pochi mesi (forse) voteremo, ma mi capita sempre più spesso di ritrovarmi a parlare di politica con i colleghi. Non con tutti, ovviamente, ma con quelli con i quali mi trovo maggiormente in sintonia, perché, come accade in tutti i luoghi di lavoro, alcuni colleghi si guardano bene dall’esprimere la pur minima opinione personale (non si sa mai!), altri fanno davvero cadere le braccia per il qualunquismo e la superficialità delle loro affermazioni.

Quello che emerge è uno scoramento senza fine, generalizzato.

La batosta del governo Renzi è ancora tutta lì.

La nostra categoria si sente tradita ed avvilita, a causa di una classe politica  (tutta) poco affidabile e totalmente impreparata sulle questioni relative alla scuola.

Ci sono alcuni che credono che basti sventolare le parole “onestà” e “anti-casta” per garantirsi un seguito (è molto spesso, purtroppo, va così). Altri procedono imperterriti lungo i soliti luoghi comuni.

Quello che ci scandalizza di più, tuttavia, è il fatto che – pur risultando clamorosamente impreparati – quasi tutti gli esponenti politici, a prescindere dallo schieramento, hanno sempre in tasca la loro ricetta per mettere ordine nell’indisciplinato mondo dell’istruzione.

E quasi sempre è una “fake-ricetta”. Una fregatura, insomma!

 

Noi professori siamo ormai in balìa degli improvvisatori, oserei dire degli imbonitori: c’è chi promette e giura che abolirà “La Buona Scuola” (e non sa, o non ricorda, che anni fa ci fu chi promise (e giurò) che avrebbe abolito la Riforma Moratti, poi la Riforma Gelmini), chi promette per noi fulgidi orizzonti di gloria, che poi si riveleranno come i soliti fondali di cartone, rubati a qualche produzione cinematografica fallita.

Nessuno che osi proposte concrete come: “rimetteremo al centro il Contratto Collettivo” o “differenzieremo lo stipendio di chi a casa deve lavorare anche nei periodi di festa” o “aboliremo il carico di burocrazia insensata, inventato solo per rendervi la vita impossibile” “diminuirà il numero degli alunni per classe”, e via dicendo.

Ecco, queste sono alcune delle cose che ci interesserebbero davvero. Queste sono le cose di cui parliamo più spesso tra noi, nei corridoi, come carbonari.

Se il mondo politico fosse caratterizzato da persone sagaci – ma non lo è, purtroppo- ascolterebbe con attenzione le voci di corridoio. Nei corridoi di tutta la nazione. Non credo che ne gioirebbe.

 

Assemblea Sindacale


Finalmente un’assemblea sindacale affollata e partecipata!

Oggi, 13 novembre, dovrebbe ripartire il confronto ufficiale tra Sindacati e Governo sul rinnovo contrattuale, un tema molto importante per tutti noi, e stamattina nella mia città c’è stata un’assemblea con una partecipazione di lavoratori della scuola che non si vedeva da anni.

Di sicuro eravamo tutti curiosi di conoscere le iniziative che i sindacati intendono portare avanti per difendere i nostri diritti.

Perché questo chiediamo: che riprendano il ruolo che hanno abbandonato da anni e finalmente spezzino ogni forma di collusione col potere. Abbiamo bisogno di una cosa talmente evidente, da sfiorare il lapalissiano: di un sindacato che faccia il sindacato.

In questi anni di berlusconismo e di renzismo, troppo spesso ci siamo sentiti abbandonati a noi stessi, in balìa di poteri sempre più invadenti e prepotenti. Al neoliberismo della politica berlusconiana si è sostituito un neoliberismo non troppo diverso, sia nelle impostazioni, che nelle imposizioni. Solo che proveniva da chi – almeno in teoria – avrebbe dovuto difendere i nostri diritti, non minarli. Dalla sinistra.

Se ripenso ai giorni, alle settimane, che hanno preceduto l’approvazione della 107/2015, mi torna in mente il senso di stupore, lo stato d’animo proprio di chi ha vissuto sulla propria pelle una delusione cocente ed inaspettata.

Si blaterava di “mettere al centro” la scuola e, di fatto, si umiliava una classe di lavoratori che non aveva certo bisogno di essere ulteriormente svilita.

La nostra rabbia – la reazione esasperata di tanti al referendum di dicembre – arriva tutta da quei giorni.

Se penso a Renzi, mi viene in mente questo: rabbia.

Rabbia, soprattutto per il gigantesco spreco di energie e perché in questo modo è stato svuotato e dissipato un bacino elettorale che, da sempre, costituiva lo zoccolo duro della sinistra.

L’arrivo di Gentiloni ha mitigato un po’ le cose, ma gli insegnanti ormai non si fidano più. Prima di entrare nei seggi elettorali vogliono avere rassicurazione e, soprattutto, concretezza, almeno dai politici. Dai sindacati vogliono una contrattazione degna di questo nome, se non nella parte economica, almeno in quella normativa.

Se non riusciremo in questo prima delle elezioni, non ci sarà più tempo. La destra ci farà a pezzi. Non vedono l’ora!

Questa è l’unica certezza.

La resilienza per la sopravvivenza


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Sull’Amaca del 31 dicembre scorso, Michele Serra ha parlato di resilienza.
Si tratta – come lui stesso ha spiegato – di un concetto attualmente applicato alla società, ma derivato da un fenomeno studiato e spiegato dall’ambito scientifico.
Consiste nella capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.
Se ne è parlato molto, recentemente, proprio perché esso descrive esattamente ciò di cui la nostra società ha bisogno, in un periodo buio , come quello che stiamo attraversando.
Dobbiamo – o dovremmo – tutti farci resilienti, stando a ciò che dicono i sociologi.
Dobbiamo imparare ad assorbire gli urti, senza lasciarci travolgere da ciò che ci capita. Questo perché si rende indispensabile una sorta di adattamento ad un mondo che appare, ed è, sempre più ostile.
Nella scuola, però, la resilienza è già conosciuta e praticata da molto tempo.
Almeno da noi insegnanti.
Abbiamo dovuto imparare – come professionisti – a sopportare gli attacchi continui ed ingiustificati diretti contro di noi per anni, senza che nessuno venisse in nostro aiuto. Anzi: con un’opinione pubblica resa sempre più ostile nei nostri confronti.
Abbiamo dovuto imparare a fare resistenza passiva – e dunque ad opporci – ad ogni tempesta o vento di restaurazione, ad ogni tentativo di destrutturazione della scuola, magari mascherato da riforma.
Abbiamo dovuto sopportare da chiunque, fosse anche il primo salumiere che passasse per strada, lezioni su come svolgere meglio il nostro lavoro.
Non solo.
Ci ritroviamo a dover trasmettere questa nostra abilità, quasi per osmosi, ai nostri alunni, sempre più incapaci anche loro di reggere l’urto con la realtà, presi come sono troppo spesso, tra un mondo denso di incognite e genitori che non sempre li spingono a crescere e a capire quello che succede intorno.
Noi abbiamo appreso sul campo la resilienza. Siamo dei pionieri tra tutti i resilienti.
Se non fosse per il fatto che essa è già stata scoperta in ambito scientifico, potremmo anche affermare di averla inventata noi.

La nostra è la peggiore scuola d’Europa?


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Ho letto l’articolo scritto da Curzio Maltese su Repubblica, a proposito della scuola pubblica italiana. Come al solito, quelli che parlano di scuola, senza conoscere il nostro mondo, tendono a generalizzare. Ma forse l’importante è parlare di noi,  non dimenticarci.

A mio avviso, l’unico elemento positivo va visto nell’indignazione che anima il giornalista, per le condizioni in cui versa la nostra scuola oggi, anche se avremmo visto volentieri tanta indignazione sulle colonne di Repubblica anche durante la lotta che i docenti hanno condotto contro la 107/2015. Invece sui quotidiani e sui mass-media siamo stati spesso bollati come settari, se non fannulloni.

Ma allora cosa c’è da dire sulla scuola italiana oggi?

Diciamo che la nostra scuola pubblica ha avuto finora i peggiori Ministri della Pubblica Istruzione tra quelli possibili in Europa, che la nostra scuola è oggi la migliore possibile per noi che la facciamo quotidianamente, tenendo presenti gli attacchi, i tagli alle risorse e le politiche distruttive e insensate via via imposte al nostro mondo da Ministri paracadutati sullo scranno per meriti non sempre proprio contigui al mondo della cultura e dell’istruzione.

DIciamo con chiarezza che se la scuola pubblica sta ancora abbastanza in piedi è perché gli insegnanti riescono a farla funzionare, nonostante le Direttive, i Protocolli, le Indicazioni che dicono tutto e il contrario di tutto. Nonostante concetti di “pedagogia” che fanno accapponare la pelle, per la loro pochezza.

Diciamo con chiarezza che noi insegnanti tentiamo di dare istruzione a classi composte da trenta persone o più, all’interno delle quali i casi umani, le vittime designate dei loro genitori, i ragazzi afflitti da ansia patologica, sono sempre di più.

Diciamo che ci sarebbe un urgentissimo bisogno di riformare il buco nero che è diventata la vecchia scuola media inferiore, dove i bulli la fanno sempre più da padroni e dove molti colleghi, non tutti, certo, hanno da tempo tirato i remi in barca, forse terrorizzati dal clima che i prepotenti riescono ad imporre, nonostante la loro giovane età.

Diciamo che ogni anno la qualità del lavoro che facciamo peggiora, non perché noi lavoriamo male, ma perché siamo sempre più diluiti in attività che tolgono tempo al lavoro pesante e pensante.

Diciamo che quella cosa insensata che è l’Alternanza Scuola-lavoro sottrae lavoro alla classe, fa perdere tempo e rende ancora più superficiali ragazzi che avrebbero bisogno di profondità, come un pesce, un mammifero hanno bisogno di ossigeno per vivere.

Diciamo tutto questo, per favore.